venerdì 1 giugno 2012

Dice che anche il duce saltava la palestra

Nel caso in cui aveste avventatamente investito un capitale per il vostro abbonamento annuale in palestra, la cui frequentazione si fosse definitivamente risolta in un paio di ingressi scarsi (di cui il secondo esclusivamente per l'uso dell'idromassaggio), potrebbe consolarvi sapere che "qualcuno" di tristemente noto si comportò persino peggio. All'interno del Palazzo delle Terme al Foro Italico scopriremo infatti la cosiddetta palestra del duce, capolavoro di architettura razionalista dell'allora giovanissimo Luigi Moretti, destinata agli allenamenti privati di Mussolini, il quale decise infine di non metterci piede motivando la sua latitanza dagli attrezzi con un populistico disdegno verso l'eccessiva lussuosità del luogo (una scusa che riutilizzerei volentieri se non fosse quantomeno poco credibile riferita a quella specie di scantinato di periferia con le docce scardinate dalla parete che non frequento ormai da tempo immemore). Purtroppo, quello che possiamo vedere attualmente è quanto rimane di una "devastazione ristrutturale" operata dalla fine degli anni Settanta che, stravolgendo completamente l'ambiente originario, ha trasformato una meravigliosa palestra risplendente di marmi di Carrara in una pacchianissima sala conferenze quasi completamente rivestita di orribile moquette rossa.

Tutto questo, e lo stato di incuria in cui versa il resto del Foro Italico, è certamente frutto di quella relativa vicinanza temporale ad eventi funesti per la nostra democrazia che, in una sorta di damnatio memoriae collettiva, hanno forzatamente spinto anche la produzione artistica del periodo in un dimenticatoio punitivo. Vi invito quindi ad abbandonare ogni pregiudizio e, con la stessa obiettività estetica con la quale ammirate estasiati e sorridenti l'arena di un Colosseo teatro di indicibili massacri, ad apprezzare quella che può essere considerata l'ultima vera espressione artistica di valore nella storia dell'architettura Italiana. Il Foro Italico, originariamente battezzato come Foro di Mussolini in un megalomane riferimento ai Fori Imperiali dell'antica Roma, a differenza degli illustri predecessori urbanistici destinati al commercio, alla religione e alla politica, venne progettato come centro di formazione sportiva e ( ovviamente ) ideologica. Il Palazzo delle Terme, con la sua piscina olimpionica di 50 metri, opera del Costantini, si inserisce dunque in questo parallelismo imperiale con chiari rimandi architettonici alle terme romane, in particolare nell'uso di un'imponente decorazione a mosaico realizzata da Giulio Rossi. Un ascensore privato collegava direttamente la piscina con la palestra, ambiente che nel nostro caso raggiungeremo in veste di comuni mortali attraverso una più classica rampa di scale.

Una volta entrati ci troveremo al cospetto di una semplice e piuttosto deludente sala conferenze, tra le altre cose dall'aria vecchiotta e polverosa, apparentemente distante anni luce da quel tempio per la cura del corpo elegante e sofisticato che il giovane architetto Luigi Moretti fu chiamato a realizzare. Solamente attraverso un processo di decostruzione mentale, con il quale toglieremo pezzo dopo pezzo tutto il brutto impadronitosi del luogo (partendo ovviamente da quell'orrenda moquette rosso-sanguinaccio, che nella scellerata mente di qualcuno avrebbe dovuto fare pendant con gli esterni in rosso pompeiano degli edifici del Foro) comprenderemo quale moderno capolavoro architettonico si trovi celato davanti ai nostri occhi.

Un  luogo metafisico originato da contrasti di luce, linee estremamente rette, elementi sospesi e piccoli dettagli di rottura, che come il più studiato dei difetti in un perfetto contesto somatico (il classico dente storto sul viso armonioso dell'attricetta bona), altro non fanno che dare vitalità ad una compassata perfezione: ed è così che le pareti marmoree dalle rigide lastre perfettamente lucide definiscono la sala curvando inaspettatamente agli angoli, mentre la "trasgressiva" presenza di una scala elicoidale sul fondo spezza impunemente la rigorosa linearità del contesto (Sgarbi, esci da questo corpo!). Persino la scelta e il taglio dei marmi che rivestono le pareti non è casuale, con le venature che si compongono in un preciso disegno dall'andamento speculare. A questo punto dovremmo scardinare le poltrone e sfondare il controsoffitto per ritrovare il perfetto equilibrio originario della zona destinata all'attività fisica vera e propria, dove in sequenza sospesa trovavano posto i singoli attrezzi necessari all'allenamento (il quadro, una fune, la pertica, oggi purtroppo assenti).

Sul fondo della sala, alle spalle di un tramezzo marmoreo valorizzato dalla presenza di una delle due statue di bronzo dorato realizzate da Silvio Canevari, troviamo la zona relax disposta su due livelli, collegati fra loro dalla famosa scala elicoidale, elemento catalizzatore di tutte le linee rette che come in una spirale animata si avvitano verso l'alto perdendosi in un apparente movimento continuo (e se non fosse Sgarbi, ma quello che ho fumato?). Nel piano inferiore, tra mosaici a forte connotazione simbolica del Severini ed elegantissimi portoni neri con inserti marmorei, trovavano posto il bagno, lo spogliatoio e la zona massaggi, mentre al livello superiore l'intera zona era riservata alla "cura del sole artificiale": un solarium ante-litteram, destinato alla produzione in via sperimentale del primo tiranno lampadato della storia. Potremmo continuare per ore a scoprire ogni singolo dettaglio di un ambiente dove nulla è stato lasciato al caso, ma il consiglio che vi do è quello di prepararvi anticipatamente su quello che era il luogo prima della sua "rancorosa espoliazione", per poi infine ricreare e sperimentare sul posto la suggestione di un'architettura maledettamente perfetta ed estremamente moderna.

In prossimità dell'uscita passeremo nuovamente sopra  il mosaico di ingresso di Gino Severini, raffigurante Icaro che cade a testa in giù come conseguenza dell'ardito gesto di essersi avvicinato nel suo volo troppo vicino alla luce del sole (il sole come riferimento al duce): "dux mea lux", recitava il celebre slogan fascista...e guardando la scala di fronte viene spontaneo pensare unicamente alla squallida luce artificiale di quell'antico solarium. E alla fine tutto torna.

E' possibile visitare la palestra del duce esclusivamente in occasione di visite guidate speciali organizzate da associazioni culturali (cercate su internet e vedrete che prima o poi qualcosa esce fuori ;) )
Infine vi ho già detto che è uscito il libro? (solo una milionata di volte). Insomma se vi piace il blog e non sapete che cosa regalare agli amici allora andate sul sicuro e cliccate su http://www.romafuoripista.com/, dove oltre alla possibilità di acquistare "Roma Fuoripista" on line troverete anche la lista delle librerie che lo spacciano a Roma.

GRAZIE ALL'AMICO MARCO PER LE FOTO!

mercoledì 23 maggio 2012

Dice che inizia la seconda caccia al tesoro (bestiario romano)


Eccoci pronti per la seconda caccia al tesoro alla ricerca di curiosità e aneddoti Romani. Essendo il tema decisamente animalesco, ho deciso di intitolare questo secondo contest "Bestiario Romano".
Vediamo al solito le regole e i premi:

- ci sono tre indizi in rima...incompleti. Ognuno di questi fa riferimento a un aneddoto avente per oggetto una "bestiaccia" del centro storico.

- Completate la rima e partite alla caccia della bestia in questione armati del vostro ultimissimo modello di cellulare/macchina fotografica/cinepresa (come al solito la qualità artistica delle foto è assolutamente ininfluente, alla faccia di ogni concorso fotografico di cui pullula il web). Per facilitarvi il compito ho scelto obiettivi facilissimamente raggiungibili a piedi tra loro nell'arco di pochissime centinaia di metri.

- Il primo che pubblicherà sulla pagina facebook di "dice che a Roma" le foto delle"prede", accompagnate dalla didascalia che ne parafrasi l'aneddoto in rima, si aggiudica una copia di "Roma Fuoripista".

- Come sempre sulle foto dovrete comparire anche voi (o una parte di voi a scelta) come prova del fatto che avete effettivamente portato le vostre chiappe fuori casa invece di fare affidamento al solito motore di ricerca.
Partiamo con i tre indizi:

1. Dall'insegna de un bordello
Alle mura der convento
'sta parente der porcello
Avrà fatto pentimento?

Se hai capito questa strofa
Parti a caccia della .....

2. Quando il prode cacciatore
Tra le corna della preda
Vide er Cristo Redentore
(ma beato chi ce creda)

Di Gesù si fece servo
Tutta colpa de quer .....

3. Tra er Bernini e 'n frate artista
Si compete e c'è "maretta"
E con la scusa de na svista
Pronta ha il genio la vendetta

Ar convento lì antistante
Mostra er culo il suo ........

Come al solito consiglio ai non Romani di sguinzagliare amici e parenti in quel di Roma al loro posto. Per chi non dovesse risolvere l'arcano o è troppo pigro per provarci, ha il cellulare scarico, ha perso l'autobus, odia gli indizi in rima, arriva sempre per ultimo o semplicemente non c'ha capito un cazzo consiglio di acquistare la sua copia di "Roma Fuoripista" direttamente dal sito http://www.romafuoripista.com/ (con dedica inutile del sottoscritto) o nelle seguenti librerie
- L'Argonauta in Via Reggio Emilia (davanti al MACRO, per gli acculturati)
- L'Eternauta al Pigneto
- La Libreria del Viaggiatore in Via del Pellegrino
- Altroquando davanti a Pasquino
- Edicola a Piazza S. Eustachio (dopo er caffè, ovviamente)
. Art Studio Caffè a Via dei Gracchi

In bocca al lupo...anzi al...(eh no lo dovete indovinare voi!)



giovedì 17 maggio 2012

Dice che "sotto" Roma..

Aldilà dei parchi e delle ville, è anche nel verde di sorprendenti "schegge" di campagna incontaminata che possiamo leggere la struggente bellezza di Roma: aggredite ai margini da antiestetici rigurgiti edilizi opera di palazzinari senza scrupoli, resistono nel tempo regalandoci l'illusione di un agro romano superstite, incastonato tra i confini della metropoli come prezioso monito per le generazioni future.


E' il miracolo della via Appia e in questo caso della via Latina, che per pochissime centinaia di metri spunta fuori tra le colate di cemento incorniciata da quei celeberrimi pini di Roma che, come canta il sor Venditti, "la vita non li spezza" (mentre Alemanno li piegherebbe volentieri). La sopravvivenza di queste zone mai edificate è fonte inesauribile di tesori inaspettati che in altri casi, e per ovvie necessità abitative, rimangono sepolti per sempre sotto dieci piani di terrazzatissimi "palazzi in cortina adiacenze metro e zona commerciale". Il sepolcro dei Pancrazi, sconosciuta meraviglia del parco delle tombe di Via Latina, rappresenta una piacevole eccezione, giunta fino a noi per una serie di fortuite coincidenze e il contributo di singolari personaggi. Tra questi emerge la figura di un simpatico Indiana Jones de' noantri, tale Lorenzo Fortunati, che proprio come il mitico avventuriero ideato da George Lucas, era un professore con il pallino dell'archeologia, il cui interesse per le scoperte oscillava tra la passione per la storia e la speranza di ricavare "un onesto lucro" dalla commercializzazione dei reperti (il ricavato veniva a quel tempo diviso tra il proprietario del terreno e lo scopritore): in poche parole un tombarolo laureato. E fu proprio il nostro Lorenzo che, all'inizio della seconda metà dell'Ottocento, si calò dal lucernario del sepolcro affiorante in superficie, dando il via a questa avventura e alla sua opera di scavo. Più che uno scavo uno sterramento selvaggio, che alla faccia delle attuali tecniche di indagine stratigrafica che permettono di ricostruire gli eventi cronologici fornendoci preziose informazioni sull'antropologizzazione dell'area (maddechè, direbbe il Fortunati) mirava esclusivamente al rinvenimento di opere d'arte e reperti di valore.


E proprio come in ogni episodio della celebre saga, anche in questo caso comparve sulla scena l'antagonista a mettere i bastoni fra le ruote, nello specifico la Chiesa (mossa alla Dan Brown) che con la scusa del ritrovamento di ulteriori resti di matrice cristiana attribuibili ad una basilica intitolata a S.Stefano, decise di esautorare il giovane professore arrogandosi il diritto di proseguire gli scavi per mezzo della commissione di archeologia sacra. Tra sacro e profano prevalse alla fine il laico istituzionale, e intervenne dunque il recentemente costituito Stato Italiano che, in un suo fulgido inizio pieno di buoni propositi, acquisì l'intera area procedendo al restauro dei monumenti (e aggiungendo tra l'altro arbitrariamente e con molta fantasia alcuni elementi architettonici ormai perduti, come ad esempio l'intero alzato della tomba dei Valeri). Il sigillo finale lo pose l'allora ministro Baccelli con la saggia decisione di adibire l'area a parco archeologico, preservandola in questo modo dalle future grinfie degli speculatori. Tra le tombe da cui il parco prende il nome, il sepolcro dei Pancrazi è senz'altro la più spettacolare. Si accede tramite quello che sembrerebbe un anonimo capanno per gli attrezzi: una costruzione in cemento destinata a preservare dai fenomeni atmosferici la zona ipogea, unico ambiente superstite dell'intera costruzione oggetto delle disordinate scoperte del Fortunati. Una volta scesi lungo la scala originaria ci ritroveremo al cospetto di due ambienti distinti in successione. Nel primo ci soffermeremo solamente per onorare l'origine etimologica del sito, in quanto sede di un sarcofago "matrimoniale" a due piazze (riservato ai coniugi Demetrius e Vivia Severa) riportante l'iscrizione che fa riferimento al collegio dei Pancrazi, ultimi proprietari del sepolcro e responsabili dell'attuale appellativo. Parliamo di collegio in quanto al tempo era consuetudine che le tombe venissero acquistate da una specie di cooperative, dette appunto collegi, i cui membri, cittadini della classe media che evidentemente non potevano permettersi una tomba personale, versavano una quota annuale per la manutenzione del "sepolcro sociale", garantendosi in questo modo una dignitosa collocazione al momento della dipartita.


Questo primo ambiente doveva probabilmente risultare aperto in origine (il pavimento in pendenza e la presenza di un pozzo di scolo ce lo confermano) come fosse una sorta di cortile di accesso al sepolcro vero e proprio, ed è in effetti solo attraversando la porta di collegamento tra i due vani che scopriremo il cuore della tomba e l'oggetto di tutta la nostra meraviglia. L'impressione è quella di entrare nel salotto di un appartamento reale, dove solo la presenza di un enorme sarcofago dalle linee orientaleggianti ci riporta alla realtà di una meravigliosa camera sepolcrale, sovrastata da una volta a crociera decorata con stucchi policromi e pitture dallo straordinario stato di conservazione. Il tema delle stupefacenti decorazioni ruota tutto intorno alla mitologia greco-romana, con la narrazione di celebri miti che si alternano alla raffigurazione di eroi classici secondo un'iconografica esaltazione del defunto, convergendo idealmente verso il tondo centrale della volta dove Giove-Zeus troneggia rappresentato con le fattezze del titolare.


Esattamente di fronte all'ingresso, si distingue tra i miti l'episodio del "giudizio di Paride", dove Paride è chiamato a scegliere la dea più bella tra le tre candidate al titolo Era, Atena e Afrodite, in una sorta di concorso di bellezza ante-litteram. La storia la conosciamo non fosse altro che per la puntata di Pollon intitolata "i fanghi di Afrodite", nella quale le tre dee entrano in accanita competizione come trashissime concorrenti di un reality show di Mediaset, contendendosi la celebre mela con su scritto "alla più bella" (e perdonate se le fonti non sono propriamente le più illustri). Il mito di Alcesti, sul lato opposto, venne invece probabilmente scelto allo scopo di esaltare il tema della fedeltà e della dedizione coniugale: la protagonista sceglie infatti di sacrificarsi per il proprio uomo, Admeto re di Tessaglia, il quale venne insignito dall'amico/protettore Apollo di un bonus "evita-morte" nel caso in cui qualcuno avesse deciso di prendere il suo posto nel momento fatidico. Dopo il comprensibile rifiuto di parenti e amici, i quali si espressero con molta probabilità nel corrispettivo in Greco antico del nostro efficacissimo "machittesencula", fu proprio la fedele sposa a morire per lui. Sul finale interviene comunque Ercole, che in barba all'egoismo di Admeto, regala a tutti il lieto fine riportando in vita l'ingenua fanciulla. Tra un mito e l'altro colpiscono infine le straordinarie pitture che, tra maschere, cesti di frutta e uccelli esotici, ci regalano sorprendenti rappresentazioni di paesaggi idillici, che quasi sembrano essere stati dipinti dalla mano di un pittore impressionista dell'Ottocento. Fa riflettere come l'arte si sia involuta nuovamente nei secoli successivi verso quella rappresentazione piatta e bidimensionale tipica del periodo alto-medievale, per ritornare infine a quella profondità e potenza espressiva solamente moltissimi secoli dopo.


Una volta usciti dal sepolcro guarderemo infine i resti del tracciato della via Latina con occhi diversi e come in una ricostruzione in 3D alla SuperQuark quasi riusciremo ad immaginarla come era un tempo, tra quello stesso azzurro del cielo e il verde di una campagna che miracolosamente è arrivata intatta fino a noi. Un privilegio di cui dobbiamo essere grati anche e soprattutto al nostro Indiana Jones, alias Lorenzo Fortunati.

Il parco delle tombe di via Latina è aperto tutti i giorni con accesso libero fra le 9:30 e le 18:00 mentre
l'ingresso al sepolcro è possibile solo tramite visita guidata e su prenotazione (o in occasione di aperture speciali). Per informazioni rivolgersi allo 06.39967700 (cooperativa Pierreci).

lunedì 30 aprile 2012

Dice che a Trastevere c'è un varco temporale

Per gli irriducibili sostenitori dei rimedi della nonna, complottisti dello strapotere delle lobbies farmaceutiche e del loro lucido progetto di sterminio del genere umano, una visita all'antica spezieria di S.Maria della Scala a Trastevere non potrà che riconciliare gli animi con l'antica e nobile arte dei trattamenti naturali. Un gioiello settecentesco cristallizzato nel passato che, celato all'interno del convento dei Carmelitani Scalzi al centro della molesta movida trasteverina, ci tramanda la storia della più antica farmacia romana, originata da un semplice orticello nato ad esclusivo uso e consumo della comunità dei frati e ben presto trasformatasi in punto di riferimento medico-sanitario dell'intera comunità cittadina e internazionale (oltre che meta delle prestigiose visite di cardinali, principi e re). L'autorevole reputazione del luogo era certamente dovuta alla figura di Fra Basilio della Concezione, medico e botanico celebrato nell'affresco di ingresso, del quale si conserva nella farmacia  il prezioso volume intitolato "trattato delli semplici": un erbario finemente rilegato in cui sono conservati tra le pagine gli esemplari essiccati di ogni pianta, con relativa descrizione delle proprietà benefiche. Un pregevole lavoro di botanica che, dietro la curiosa apparenza di lavoretto delle medie redatto da un occhialuto scolaretto nerd,  rappresenta la sintesi della preparazione e della conoscenza di un indiscutibile maestro. Fu proprio Fra Basilio l'ideatore di due rimedi tra i più celebri messi in produzione dai solerti frati farmacisti: l'acqua pestilenziale, ritenuta efficace contro la trasmissione e il contagio della peste, vero e proprio flagello del passato, e la più "rassicurante" acqua di melissa, definita come "calmante sovrano negli accidenti isterici" in virtù dei suoi effetti sedativi sul sistema nervoso; in poche parole la pozione che non dovrebbe mai mancare nel cruscotto di ogni automobilista romano.

A partire da papa Pio VIII, le stesse famiglie pontificie presero l'abitudine di affidarsi ai preparati farmaceutici di Santa Maria della Scala, e il crescente apprezzamento degli alti vertici ecclesiali nei confronti delle erbe di Fra' Basilio, fece guadagnare in breve tempo alla spezieria l'appellativo di "farmacia dei papi", nonchè la totale e agognata esenzione dal pagamento delle tasse. Detto questo, mi sento in dovere di invitarvi a scartare l'idea di mettervi a "rollare" una canna d'erba per il nostro Benedetto XVI, nella vana speranza di guadagnarvi in questo modo l'esenzione dall' IMU prossimo venturo: l'apprezzamento a cui mi riferivo era infatti quasi certamente rivolto ad altro genere di erbe.Per avere accesso alla spezieria è necessario telefonare allo 065806233 e prenotare un appuntamento per il sabato mattina, esclusivo giorno di visite. All'orario convenuto verrete accolti da uno dei frati, solitamente un giovane Indiano, il quale, non è chiaro se a causa di personalissimi vuoti lessicali o per tenere desta l'attenzione dei visitatori mattutini, durante il corso della spiegazione vi inviterà a terminare le frasi con i vocaboli che di volta in volta non gli sovvengono, innescando in questo modo il germe di una feroce competizione fra i visitatori in una sorta di quiz televisivo a sfondo medico. All'apertura delle porte non potrete fare a meno di esibirvi in un lungo "oooh" di meraviglia alla vista di un autentico locale settecentesco dove ogni più piccolo e insignificante dettaglio sembra essere rimasto esattamente al proprio posto da più di due secoli a questa parte, regalandoci l'impagabile illusione di vestire i panni di privilegiati viaggiatori del tempo.

All'ombra di un finto drappeggio affrescato che corre lungo il perimetro del soffitto nella sua morbida illusione barocca, torchi, setacci, imbottigliatrici e torrette di distillazione sono tutti ordinatamente riposti negli antichi scaffali lignei, mentre l'interno di una vetrina che farebbe impallidire "l'opera" del più quotato "visual merchandiser" milanese (er vetrinista..pe' capisse) ci presenta un'articolata esposizione dall'andamento "ramificato" di barattoli officinali che, progettata allo scopo di non celare alcun articolo alla vista, può leggersi allo stesso tempo come una simbolica rappresentazione dell'albero della vita, richiamo all'affascinante connubio fra natura e alchimia. All'interno di un enorme vaso in ceramica sotto la finestra, accanto all'ingresso del piccolissimo laboratorio, è conservata niente di meno che la mitica Theriaca, potente antidoto contro i veleni la cui formulazione risale addirittura ad Andromaco il Vecchio, medico di Nerone; una miscela di ben 54 ingredienti tra i quali si distingue quello di "carne di vipera maschio", informazione che ci spinge a non approfondire la natura dei rimanenti 53. Al lato del bancone della vendita, dietro il quale un ritratto di S.Teresa D'Avila sorveglia a vista i movimenti di cassa, si apre una sorta di ufficio amministrativo dove possiamo ammirare tra le altre cose un pregevole armadio dalla raffinata decorazione pittorica, al cui interno una collezione di scatole in legno di sandalo (paraculissima trovata antitarlo) custodisce le diverse erbe atte alla preparazione dei medicamenti nella loro forma naturale originaria. L'esterno delle ante è decorato con i ritratti celebrativi dei grandi padri della medicina (Ippocrate, Galeno, Avicenna), mentre l'interno nasconde le effigi dei visitatori più vip, i cui altisonanti nomi di Vittorio Emanuele I e consorte, Umberto I principe di Piemonte ed Elena duchessa d'Aosta, contribuirono indubbiamente ad accrescere il prestigio dell'elegante laboratorio settecentesco. Anche qui la sensazione è che ogni cosa sia stata lasciata al proprio posto, nell'illusoria attesa della riapertura al giorno successivo.

Nei locali esterni è possibile infine visitare la distilleria risalente all'Ottocento dove, in virtù dell'antico sodalizio tra frati e liquori, la produzione di alcolici dalle conclamate proprietà digestive avveniva secondo i consueti ritmi certamente più consoni a una distilleria clandestina dei tempi del proibizionismo americano che a un convento di Carmelitani Scalzi.
Al termine della visita, finalmente usciti in strada, vi ritroverete nuovamente catapultati nella piacevole atmosfera di un sabato mattina trasteverino, e inondati da un sole che avreste certamente apprezzato ad un'ora più tarda e con la testa che ancora vi batte in conseguenza dei bagordi del venerdì sera, vi pentirete infine di non aver posto alla vostra guida la domanda più importante di tutte: per caso Fra Basilio aveva trovato anche il rimedio definitivo per il dopo sbornia mattutino?

Concludo come sempre con il suggerimento di acquistare e regalare ai vostri amici (tanto voi già me leggete aggratise, anche se il libro si sà, è tutta un altra cosa..) il volume fotografico "Roma Fuoripista", una selezione dei migliori itinerari dal blog, che potrete trovare a Roma presso la "libreria del viaggiatore" in via del Pellegrino, La libreria "Altroquando" in via del Governo Vecchio e l'"Art Studio Cafè" in Via dei Gracchi. I "fuori porta" possono invece ordinarlo sul sito http://www.romafuoripista.com/  e riceverlo direttamente a casa con dedica su richiesta (dice "che me frega mica sei Baricco").
Buon primo maggio!

domenica 15 aprile 2012

Dice "prendete e mangiatene tutti"


Se fino a questo momento la nostra esperienza con le confraternite romane si era limitata all'esplorazione di cripte polverose popolate di teschi, sarete indubbiamente sollevati nello scoprire che la consueta accoppiata “tibie e femori” verrà sostituita  in questo caso dall’infinitamente più rassicurante binomio “porchetta e coratella”: stiamo infatti per fare conoscenza con la confraternita dei macellai di Roma. L’occasione ci viene offerta dalle celebrazioni officiate dai confratelli nel corso della domenica delle palme, quando una solenne messa nello splendido cortile barocco di Palazzo Spada, a due passi dal loro quartier generale in Piazza della Quercia, anticipa la sentita (mini)processione che vede i macellai riportare il gonfalone con l’effigie della Madonna della Quercia nell’omonima chiesetta a lei dedicata. Un momento di devozione e partecipazione religiosa che esploderà nell’estasi multisensoriale di un ricco banchetto offerto dai confratelli in Piazza della Quercia , dove tra porchetta, salame, colomba e coratella, l’anticipo della colazione pasquale rappresenta una vera e propria celebrazione pagana del gusto e dei sapori più tradizionali.


L’origine della confraternita risale agli albori dell'era comunale, quando i rappresentanti delle professioni e dei mestieri iniziarono a riunirsi in associazioni e corporazioni (con fini e conseguenze di tipo economico e politico), dando vita alle cosiddette Università d’arti e mestieri. Quella dei macellai ebbe il suo momento di gloria e protagonismo quando, in occasione della devastazione messa in atto dai Normanni di Roberto il Guiscardo nel 1084, riuscì a difendere e mettere in salvo la sacra icona del SS. Salvatore Acherotipo conservata a S.Giovanni, e portata annualmente in processione tra il Laterano e S. Maria Maggiore. A riconoscimento dell’impresa i macellai vennero assurti a bodyguard ufficiali della preziosa icona, con lo scopo di preservarla dall’esaltazione violenta dei fan in delirio nel corso della stessa processione. Avvalendosi dell’uso di bastoni infuocati per tenere lontani i fedeli (i cosiddetti "stizzi", da cui il secondo appellativo di compagnia degli stizzi), e con quella grazia che è propria di ogni guardia del corpo, furono tuttavia gli stessi macellai a provocare tumulti e risse da processione, e quando per poco non "ci scappò il morto" e la sacra icona rischiò di essere abbrustolita da uno "stizzo", i nostri amici vennero infine licenziati e sostituiti da 39 nobili romani (in seguito la processione venne abolita).


Essendo principalmente di origine maremmana, fu grazie a loro che venne importato nella capitale il culto della Madonna della Quercia, molto diffuso nell'alto Lazio: un’immagine sacra lignea di semplice fattura e dagli attributi miracolosi, così chiamata in virtù dell’originaria collocazione tra i rami di una quercia nella campagna viterbese.  Fu così che Papa Giulio II affidò loro una fatiscente chiesetta per trasformarla in luogo di culto dove venerare la sacra icona, da cui la chiesa prese il nome (la quercia tuttora presente nell’omonimo piazzale sembra essere li semplicemente per confondere le idee). Con il passare del tempo si affiancò all'Università anche la confraternita religiosa, con la funzione di sopperire agli aspetti più umanitari e caritatevoli nei confronti degli associati. Rinnovata nei suoi statuti e nei patrimoni, la confraternita è sopravvissuta alla soppressione dell'Università ed è arrivata fino ai giorni nostri, perseguendo quegli stessi scopi originari di assistenza ai confratelli più bisognosi, con inoltre l’incarico di provvedere alla manutenzione della chiesa di loro proprietà e di "svolgere attività di rappresentanza della categoria degli esercenti macellai di Roma”.

Ed è proprio in questo mix di sacro e promozionale che si svolge la celebrazione della domenica delle palme. E mentre i più devoti assistono al rito nel sontuoso cortile di Palazzo Spada alla presenza di autorità civili, militari e religiose, i peccatori di gola si radunano all’esterno con ostentata nonchalance, intorno alle transenne che delimitano la tavolata già imbandita di ogni bene.  L’avvio della brevissima processione che dal cortile porta alla chiesa, rappresenta il metaforico campanellino del cane di Pavlov che annuncia l'imminenza del banchetto, e a quel punto dalla Madonna a Bacco il passo sarà breve e repentino.


I simpatici confratelli al centro dell’arena distribuiscono piatti alla folla che si accalca, rimpiangendo in cuor loro l’antica consuetudine di poter brandire gli stizzi infuocati, nel tentativo di gestire la perenne insoddisfazione degli astanti: “M’hai dato er piatto senza l’ovo sodo!!”, “Ma le posate nun ce stanno?”, “La coratella nun me ce piace..” (A signò lo vole o nun lo vole?). Con l'immancabile sarcasmo che rende speciale ogni autentico bottegaio romano, si destreggiano fra battute e insofferenza, e di fronte alla signora che chiede delusa come mai manchi la carne, si rivolgono alla volta di una fantomatica cucina: “Aò, so pronti gli straccetti der  tavolo 7?” (ma anvedi questa!). Anche il vino è abbondantemente offerto, in perfetta sintonia con lo spirito assistenziale sancito dagli statuti, e quando tutti hanno infine ottenuto l’agognato piatto, il banchetto collettivo si assesta finalmente all’ombra della quercia, la stessa che da secoli si contende con la Madonna l'origine toponomastica della piazza. La vista di eleganti e dignitose signore che riempiono le loro borse di salame e porchetta, accende per un momento quella scintilla di ribellione, sconforto e solidarietà sociale verso le nuove vittime della maledetta crisi, scintilla che dura giusto il tempo di mettere a fuoco le griffe delle suddette borse e riconoscere nei loro discorsi le privilegiate residenti del centro storico, con la conseguenza che la stretta al cuore lascia immediatamente spazio al desiderio di una stretta al collo. Il banchetto è terminato e anche la mattinata è giunta alla sua conclusione, e tra la folla dei “fedeli” che si disperdono si sente qualcuno che osa: "vabbè s’è fatta ora de pranzo, conosco una trattoria qua vicino…”




giovedì 5 aprile 2012

Dice che inizia la caccia al tesoro

In attesa del prossimo itinerario, e in occasione dell'uscita del libro "Roma Fuoripista", propongo una divertente caccia al tesoro a indizi, il cui premio in palio sarà proprio una copia del libro (una selezione di 24 itinerari alternativi accompagnati dalle bellissime foto di Bruno Lomasto).
Gli indizi sono tre, e ognuno fa riferimento a un personaggio romano che si è guadagnato nei secoli una posizione di tutto rispetto nell'immaginario popolare.
A ciascuno di loro è legato un luogo o un oggetto, che dovrete indovinare completando la rima.
Il primo che durante una delle prossime passeggiate per il centro riuscirà a scovarli e a pubblicare una prova fotografica (niente virtuosismi, la classica fotaccia col cellulare va benissimo) sulla pagina facebook di Dice che a Roma, si aggiudicherà una copia di "Roma Fuoripista". Per evitare pigre ricerche fotografiche su internet e a dimostrazione dell'autenticità della prova è necessario che sulla foto compariate anche voi (in tutto o in parte a seconda dei vostri livelli di protagonismo).Con l'occasione avrete inoltre modo di scoprire tre vere "chicche" della nostra città! (chiedo venia ai non romani che non abbiano la possibilità di partecipare per ovvi motivi...magari sguinzagliate qualche amico romano per voi ;) )
Per non scoraggiarvi, vi anticipo che tutti i posti sono raggiungibili a piedi fra loro...
Buon divertimento..e buona passeggiata!



1. VANNOZZA CATTANEI (madre di Lucrezia Borgia)

Ner daje “di-letto” ar Pontefice Borgia
Vannozza s’acchitta una ricca locanda
Do’ tra fiasche de vino e i bagordi de n’orgia
La ma' de Lucrezia gestisce e comanda

E se mò l’hai capita ‘sta rima bislacca
Dimme ‘ndò stà  la locanda…………..


2. MARCHESE DEL GRILLO

Si annate a ‘ffà un saluto ar Sor Marchese
E la gente pe strada ve prende pe’ pazzo
Rispondeteje pure senza tante pretese
Aò, “io so io, e voi non siete un cazzo”

Appizza le recchie, 'sta notiza è 'na bomba:
Il marchese esisteva, ho trovato……!


3. BEATRICE CENCI

La bella Beatrice j’ha fatto la festa
Ar padre violento, quer testa de rapa,
E sotto ar castello c’ha perso la testa
Per dubbia giustizia e volere der papa

Se avete capito, giù lungo la strada
Der boia più infame troverete ……








Per tutti gli altri potete acquistare il libro on-line sul sito http://www.romafuoripista.com/ dove sono elencate anche le librerie di Roma in cui è già possibile trovarlo!
E con questo chiudiamo il martellamento pubblicitario per riprendere prossimamente con i consueti itinerari!

A presto con il prossimo post sulla "Confraternita dei Macellai" (eh sì avete capito bene)!

domenica 1 aprile 2012

Dice che gli affreschi c'hanno i sottotitoli in romanesco

Non tutti sanno che accanto ai celeberrimi Pietro e Paolo, santi patroni ufficiali della città di Roma, viene annoverata anche una certa Francesca Romana nel ruolo di compatrona e santa protettrice degli automobilisti. E mentre tutti riconosciamo la legittimità dei patroni del ponte di Giugno in virtù dell’agognata chiusura di scuole e uffici, e di una festa un po’ paesana sulle rive del Tevere illuminata da scenografici fuochi d’artificio, con evidente ingratitudine ci dimentichiamo di rendere omaggio alla povera Francesca in occasione del ben più sobrio e purtroppo lavorativo 9 Marzo. Un'innocente discriminazione dovuta al fatto che da sempre, e senza eccezione per i santi, a noi romani ci si conquista con "fancazzismum", panem et circensem. In realtà, proprio in occasione del 9 marzo, ricorrenza della morte della pia donna, il monastero delle Oblate a Tor de' Specchi apre ogni anno le sue porte al pubblico per svelare un pezzo di storia a cavallo tra Medioevo e Rinascimento: una storia fatta di santità, vita quotidiana del tempo e un pizzico di antico dialetto volgare Romanesco.

La vita di Francesca è la vita di una donna che in giovanissima età, e nonostante la sua fortissima e precoce vocazione, venne data in sposa a un ricco bovattiero di Trastevere, il quale ebbe la sfortuna di rimanere infermo a seguito di una ferita procuratasi nel corso di una delle tante faide che caratterizzavano la vivace vita cittadina dell’epoca (come sempre sponsorizzate dalle famiglie Orsini e Colonna). Durante tutta la sua vita, tra l'altro funestata dalla perdita di ben due figli, Francesca si destreggiò tra dedizione familiare, doveri casalinghi e una totale devozione a Dio (con la sola eccezione di una disastrosa performance in economia domestica, esemplificata dall’episodio in cui decide di svuotare i granai del suocero per sfamare i poveri della città, supponiamo con sommo disappunto del parente). Gli effetti collaterali di una vita in perenne tensione tra compulsivo senso del dovere familiare e perenne insoddisfazione degli istinti vocazionali, si esemplificarono probabilmente nelle celebri visioni e cosiddetti stati d’estasi che ci vengono tramandati dalla sua ricca agiografia. Il nodo di questo difficile equilibrio tra vita coniugale e richiami ascetici, venne finalmente sciolto quando, dopo 28 anni di unione, il marito Lorenzo Ponziani si arrese alla castità della moglie aprendole in questo modo la strada per l'agognata carriera monastica. Il monastero delle Oblate è il risultato dello sviluppo della casa-torre che Francesca acquistò per ritirarsi infine con le sue prime 13 adepte-consorelle. Le opere che vi attendono all’interno valgono certamente lo sforzo di una lunga coda all’ingresso in occasione dell'apertura speciale, quando con  un misto di scocciatura e sorpresa vi chiederete in maniera più che legittima: "ma solo io nun conoscevo 'sta Francesca?".

Superato l’atrio di ingresso, dove un antico sarcofago romano fungeva da mangiatoia per il mulo della santa (alla faccia nostra che ancora mangiamo nei piatti di Ikea!), il passaggio attraverso la cosiddetta Scala Santa costituirà l'illusorio attraversamento di un suggestivo varco temporale, che nel giro di pochi gradini ci trasporterà direttamente in pieno XV secolo. Immediatamente alla nostra sinistra scopriremo l’antico oratorio del Monastero, un vero e proprio gioiello di arte Medievale in cui lungo tutte le pareti, sovrastate da un soffitto ligneo originale di mirabile fattura, si snodano una serie di affreschi attribuiti ad Antoniazzo Romano sulla vita e le opere della Santa, in cui i primi accenni di prospettiva cominciano a sancire il passaggio verso un nuovo modo di rappresentare il mondo. La narrazione delle opere di Francesca ci offre un prezioso spaccato dell’epoca circoscritto all’ambito cittadino della Roma del Quattrocento, in cui le didascalie in antico dialetto volgare romanesco, oltre a fornirci l'occasione per un divertentissimo esercizio interpretativo che ci accompagnerà nella lettura di ogni singolo episodio, ci rivelano al tempo stesso il contesto culturale di un mondo e di un'epoca perfettamente rappresentata nei piccoli dettagli della vita quotidiana.

Oltre a miracoli più canonici e di elevato spessore morale come la resuscitazione di un neonato “affocato” durante la notte, Francesca si dedica anche a esercizi meno impegnativi come curare il bullo colpito alla testa dopo una rissa o sanare il giovane con il piede in cancrena a seguito di un colpo d'ascia autoinflittosi durante l'operazione del taglio della legna..e chissà che anche lei non abbia pensato fra sè e sè: ma guarda che coglione! (Uno chiamato Iuliano tagliando le legna se tagliavo quasi tucto lo pede difra spatio de cinque mesi lo pede selli fractoavo recomandandose alla beata Francesca essa toccandolo subito fu sanato). Il miracolo del vino, cavallo di battaglia di Gesù magistralmente eseguito in occasione delle celebri nozze di Cana, viene ripetuto dalla Santa in una versione leggermente diversa, e probabilmente persino più efficace: a fronte di un Gesù che "si limita" infatti a trasformare l'acqua in vino, Francesca si spinge oltre facendo direttamente apparire dal nulla il dolce nettare all'interno di una botte testè svuotata (Avendo la beata Francesca data alli poveri una bocte de vino. puoi miracolosamente fu trovata la dicta bocte piena de buono et optimo vino). Spicca infine una coloratissima rappresentazione dell' inferno strutturato secondo i canoni danteschi della divina commedia, protagonizzato da una grottesca figura demoniaca accomodata a ricevere "quelli che so presentati a Satanasso".

Una volta tornati sulla scala santa, gli ultimi tre gradini sanciranno il passaggio dalle didascaliche descrizioni del quotidiano all'immaginario paranormale delle lotte della santa contro i demoni, rappresentate lungo la parete dell'antico refettorio. La scelta stilistica di una monocromia in grigio-verde, con l’unica eccezione del rosso acceso delle fiamme sprigionate dalla bocca e dalle orecchie dei diavoli, si presenta ai nostri occhi come del tutto moderna e raffinata.
Le storie sono sempre accompagnate dalle solite didascalie che ci raccontano episodi sul genere di “Como li maligni spiti stracciarono alla beata Francesca certi libri de oratione et da puoi strascinaro essa beata con grande terore fore della sua cella”. Elemento ricorrente è la figura dell’angelo custode, che nonostante venga costantemente raffigurato in inutile immobilismo sulla scena del sopruso, con un intervento finale salva Francesca quando le cose iniziano a mettersi male: Como la beata Francesca stando in oratione nella soa cella li vennero certi demonii e con certi nervi de animali la battierono tanto crudelmente in muodo che se non fussi lo angelo perche continuamente con essa era assai piu la molestavano (un po’ la stessa struttura narrativa che ritroviamo nei telefilm e nei cartoni animati con lo yattaman di turno che interviene all’ultimo minuto per salvare i "buoni" dai "cattivi").
Come in tutti i pellegrinaggi che si rispettino è quasi d'obbligo un giro nella cella della santa dove sono custodite la macabra reliquia di uno stinco e qualche colorato capo d’abbigliamento. Purtroppo il chiostro, i giardini e il refettorio rinascimentale non sono stati in questa occasione aperti al pubblico: un motivo in più per tentare di contattare le Oblate per telefono o via mail con la richiesta di una visita privata più esaustiva e possibilmente meno affollata (oblate@tordescpecchi.it, tel. e fax: 06 6797135).

Chiudiamo con una piccola curiosità: tra le varie caratteristiche attribuite a S. Francesca Romana le viene riconosciuto anche il dono dell’ubiquità, in virtù della propria capacità di conciliare alla perfezione i suoi doveri di madre, moglie e benefattrice. E proprio per questo motivo è stata assurta in tempi più recenti al ruolo di santa protettrice delle automobili e dei mezzi di locomozione in genere (la conquista della nuova velocità assimilata alla capacità di essere ovunque nello stesso momento). In realtà, quotidianamente bloccati nel traffico della tangenziale alla velocità di 4 metri orari, oggigiorno non possiamo fare a meno di pensare che più che da una santa con il dono dell’ubiquità, noi automobilisti romani saremmo più correttamente rappresentati da una santa affetta da bradipismo letargico acuto.