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sabato 15 ottobre 2011

Dice che a Palazzo Spada le prospettive ingannano

A pochi passi da Campo de Fiori e dalla sontuosa dimora farnesiana, arrivati in Piazza Capo di Ferro verremo accolti dalla sfarzosa facciata di Palazzo Spada, fastosamente elegante nel suo ricco impianto decorativo quanto architettonicamente ipocrita nel suo volgere le spalle agli agognati postriboli e osterie, che un tempo proliferavano lungo via Giulia. Il palazzo fu costruito nel 1540 per il Cardinale Girolamo Capodiferro, già annoverato a suo tempo fra i "Cardinali avvezzi a vivere licenziosi" in occasione di un discusso conclave in cui venne fortemente osteggiata l'elezione di Papa Marcello II, giudicato dal gaudente clero troppo rigido nelle sue velleità riformistiche. Considerando che il suddetto "riformista" tolse il disturbo per colpo apoplettico dopo soli 23 giorni di pontificato, dopo attenta analisi storica verrebbe spontaneo commentare l'episodio con un "mortacci se je l'hanno tirata". Il nome Spada deriva dall'acquisto del palazzo da parte del Cardinale Bernardino Spada, il quale divenne proprietario dell'immobile nel 1632 per la cifra di circa 30000 scudi: con questa informazione invito coloro che continuano a calcolare imperterriti il valore dei prezzi in vecchie lire ad evitare insensati ragionamenti sulla fruttuosità dell'investimento a distanza di oltre 4 secoli, tentando un improbabile cambio tra lo scudo rinascimentale e l'euro della crisi globale.

Palazzo Spada e' conosciuto principalmente per la ricca collezione di quadri ed opere d'arte accumulate nel tempo dallo stesso Bernardino, ed esposte tuttora nell'ala del palazzo da lui stesso fatta costruire come ampliamento della dimora originaria. Non essendo questa la sede per itinerari classici, abbiamo deciso di saltare l'ingresso alla celebre quadreria e partecipare alla visita speciale mensile che da la possibilità di entrare negli uffici del Consiglio di Stato, situati nel piano nobile del palazzo. Scortati e guardati a vista come carcerati durante l'ora d'aria e con il divieto assoluto di fotografare gli ambienti, saremo quindi introdotti nella dimora privata del Cardinale Capodiferro, magnifica celebrazione di arte classica e richiami pagani.

Nella prima stanza scopriremo il secondo esemplare esistente a Roma di meridiana catottrica (abbiamo visto l'altro nel corso della precedente visita al convento di Trinità dei Monti). Avendo già speso una quantità eccessiva di neuroni nello sforzo di comprendere e spiegare  il funzionamento di questo affascinante orologio a parete nel post precedente (probabilmente un limite del sottoscritto imputabile al mio personalissimo passaggio alla lettura dell'orologio a lancette solo in età adulta, e dunque con speranze nulle di riuscire ad interpretare un "astrolabio gnomonico catottrico"), preferirei passare velocemente alla sala successiva, il cui impatto visivo all'ingresso lascerà senza fiato chiunque abbia un minimo di sensibilità estetica che vada oltre il minimal. Ci troviamo nella galleria degli stucchi, mirabile capolavoro di Giulio Mazzoni, dove un'imponente decorazione a stucco fa da cornice ad una serie di affreschi, con una continuità tale da rendere l'intera galleria un'unica meravigliosa opera d'arte. La foto scattata (senza flash, ci tengo a sottolinearlo) in regime di intimidazione, rende solo vagamente l'idea della ricchezza, armonia, trionfo decorativo che investirà il visitatore lasciandolo letteralmente a bocca aperta. I soggetti degli affreschi sono in gran parte tratti dalle "metamorfosi di Ovidio", importante componimento epico della letteratura Latina in cui ricorre il tema della trasformazione di dei e mortali. Tra questi troviamo Giove, che non esita a trasformarsi in qualsiasi cosa al solo scopo di sedurre le sue vittime: da pioggia dorata con effetti ingravidanti (mito di Danae), a colleghe di sesso femminile (si trasforma nella dea Diana per sedurre la ninfa Callisto), fino ad un aquila di larghe vedute che rapisce il bellissimo giovinetto Ganimede per farne il suo "coppiere". Soggetti pagani nella dimora di un Cardinale che si tentava di giustificare attraverso una lettura morale che avesse dei risvolti cristiani: le conquiste di Giove come "abbandono al divino"...ma il divino incarna il vizio e rende tutto più confuso. E se l'importante era comunque soddisfare le velleità estetiche del Cardinale Capodiferro, alla fine chissenefrega della morale cristiana.

Dalla galleria degli stucchi in poi si entra nel cuore degli attuali uffici del Consiglio di Stato, dove tre diverse sale si susseguono tra espressione artistica (la seconda è interamente dedicata al mito di Perseo e Callisto), vecchi pc, poltrone pretenziose e pile di cartelline, documenti e ricorsi accatastati ovunque in fiduciosa  attesa che giustizia amministrativa sia fatta. Un' occasione unica per godersi Il contrasto tra la nobile sontuosità del barocco e l'atmosfera disordinata in stile Ufficio Sinistri di Fantozziana memoria. Nell'ultima sala, la cui decorazione venne commissionata dal successivo proprietario Spada, le decisioni del Consiglio di Stato vengono messe a votazione in nome della giustizia: il tutto al cospetto dell'antica statua di Pompeo ( muta testimone della congiura contro Cesare, assassinato ai piedi della statua quella celebre mattina delle Idi di Marzo), e in un ambiente "costruito" secondo illusorie prospettive di finta profondità. Un contesto di menzogne e illusioni, metafora perfetta e scoraggiante dell'attività oggi svolta in questi stessi luoghi.

All'uscita dall'appartamento ci ritroveremo nuovamente nel magnifico cortile interno del palazzo. Da li ci attende ancora un'ultima sorpresa, che già possiamo intravedere dal cortile stesso attraverso una vetrata come concessione ai non paganti, ma che non esiteremo a raggiungere di persona (solo perchè compresa nel biglietto della visita speciale) per sperimentarne da vicino la soprendente illusione ottica. Si tratta della famosa galleria prospettica del Borromini, un capolavoro di arte, architettura e matematica, dove le distanze e le dimensioni si riveleranno del tutto ingannevoli e illusorie. Una sequenza di colonne doriche si sviluppa lungo un corridoio di oltre 35 metri, che va a chiudersi con una statua di Marte a grandezza naturale: ma questa è solo l'illusione. Nella realtà il  pavimento che si inclina, i pilastri progressivamente sempre più bassi e più vicini nella distanza tra i loro intervalli, le pareti che convergono e i riquadri del pavimento via via più piccoli, riveleranno come i 38 metri percepiti siano in verità solamente 8 metri di lunghezza. Una catenella scoraggia i più curiosi ad entrare per sperimentare di persona, ma per chi come me sente più forte il complesso dell'altezza che la paura di un richiamo, scoprirsi un gigante di fronte alla statua di Marte alta in realtà non più di 60 cm, è una tentazione alla quale non si può resistere. Alla fine non siamo entrati nella quadreria, ma è proprio nel cortile interno, tra statue di dei pagani ed altre sorprendenti decorazioni a stucco, che abbiamo scoperto il più bel quadro che possa mai trovare posto in un museo. Un meraviglioso cielo romano perfettamente incorniciato tra gli architravi delle quattro pareti: l'unica opera che il Cardinale Spada non avrebbe mai potuto far mancare alla sua ricca collezione.

Gli appartamenti del Consiglio di Stato sono visitabili su prenotazione ogni prima domenica del mese, telefonando al numero 06 6832409. Il biglietto costa 11 euro e comprende la visita guidata. L'ingresso al cortile con vista sulla galleria prospettica è invece gratuito.


martedì 5 luglio 2011

Dice che le nozze di Cana si terranno a Trinità dei Monti. RSVP

Se iniziassi questo post nominando Trinità dei Monti, pensereste subito che a secco di suggerimenti originali, percorsi alternativi e tesori nascosti, abbia deciso di condurvi sulla celebre scalinata di Piazza di Spagna, dove di veramente nascosto sembrerebbe non esserci rimasto nient'altro che la superficie dei gradini ben celati sotto i culoni oversize dei turisti americani in bermuda. Eppure proprio lassù in cima, superate le azalee, i venditori ambulanti e i bivacchi di ogni sorta, c'è un intero percorso fatto di sorprese, effetti ottici e panorami mozzafiato del tutto sconosciuti persino alla maggior parte di noi autoctoni Romani. Sto parlando del convento di Trinità dei Monti, una vera e propria enclave Francese nel centro della città, dove persino essere ospitati nel sobrio bed and breakfast all'interno della struttura risulta essere privilegio esclusivo riservato ai soli Francofoni, così come recita la brochure. Per chi invece non distingue un "oui" da un "aò", è comunque consentito l'accesso e la visita del complesso, per quanto sia necessario farne richiesta con congruo anticipo in attesa che le francofone suorine diano il loro benestare.

Il convento nasce dalla devozione dei re di Francia Luigi XI e Carlo VIII per S. Francesco da Paola, un eremita Calabrese molto dedito, la cui fama di taumaturgo si sparse rapidamente in tutta Europa. Fondatore dell'ordine dei cosiddetti frati Minimi, Francesco si vide coinvolto suo malgrado in un complesso gioco politico tra il papato e la Francia, le cui conseguenze significarono per lui l'abbandono della soppressata e del suo tranquillo eremitaggio calabro, a favore di un trasferimento e della conseguente trasformazione in santo di corte presso gli stessi monarchi Francesi. Fu proprio Carlo VIII, che in seguito all'acquisto di alcuni terreni nella zona del Pincio, decise all'inizio del '500 di fondare il monastero dell'ordine dei suddetti frati Minimi, in quello che ancora oggi rimane insieme all'adiacente accademia di villa Medici una proprietà dello stato Francese nel centro di Roma (e avoja a chiamarla Piazza di Spagna). A conferma di ciò possiamo ammirare nel bellissimo chiostro di ingresso un'interessante galleria di ritratti dei Re di Francia, alternati ad episodi della vita del santo fondatore dell'ordine. Tali Minimi Francesi, che tra fisici, teologi, astronomi, botanici e matematici, a discapito del nome possono in realtà considerarsi dei massimi capoccioni, trasformarono nel tempo questo luogo in un vero e proprio centro di studio e di ricerca, dove anche l'arte riuscì ben presto a trovare espressione nei suoi aspetti più tecnici e sperimentali. La prima sorpresa la ritroviamo infatti sotto forma di un anamorfosi dipinta lungo il corridoio del primo piano del convento. Per chi è pronto a replicare con "anache?" tenterò di spiegare che per anamorfosi si intende un particolare artificio ottico secondo il quale riusciamo a distinguere una certa immagine solo se osservata da una precisa prospettiva, preferibilmente obliqua, mentre spostandoci verso la più classica visione frontale, la stessa "si trasforma" in qualcosa di completamente diverso.

Ed è così che procedendo lungo il corridoio avremo modo di osservare sulla parete sinistra un ritratto di S. Francesco da Paola in preghiera sotto un ulivo, la cui figura si distorcerà allungandosi gradatamente mano a mano che proseguiremo nella sua direzione, finchè ponendoci frontalmente rispetto al dipinto ci accorgeremo di come il soggetto si sia improvvisamente trasformato in un paesaggio bucolico raffigurante le coste della Sicilia e della Calabria. In tutto questo S. Francesco rimane solo come piccolo elemento del paesaggio, mentre lo vediamo attraversare lo stretto di Messina utilizzando il suo stesso mantello come zattera (Mc Gyver avrebbe apprezzato). Tra un "oh" di ammirazione e un "anvedi sto padre Maignan" (autore dell'esperimento) procederemo nella stanza successiva dove, dopo aver giocato con gli effetti ottici, si passerà decisamente alle cose serie.

L'intera volta del corridoio è infatti affrescata con la raffigurazione di una meridiana a riflessione, altrimenti detta astrolabio gnomonico catottrico, che lungi dall'essere una citazione di Tognazzi e della sua celebre supercazzula con scappellamento a destra, non è altro che una sorta di precisissimo quanto complesso orologio, dato dalla rappresentazione di un intricato gioco di linee intersecate e segni zodiacali, disegnati lungo tutta la parete. Secondo una serie di complicatissimi calcoli, tale meridiana è in grado di indicare con estrema precisione orari e situazioni astronomiche, leggibili grazie al riflesso del sole proiettato da  uno specchietto posto sul davanzale della finestra. Potreste rimanere per ore ad ascoltare affascinati le spiegazioni di questo piccolo miracolo di scienza e tecnica, e sono certo che come me continuereste a non capirci assolutamente un cazzo.
Ma le soprese non sono finite e, una volta tornati nel chiostro, vi invito a visitare l'interno del refettorio dei Frati, un ambiente completamente affrescato da padre Andrea Pozzo ( e poteva mancare in questa confraternita di frati geni l'autore della  finta cupola di S.Ignazio di Loyola?). Utilizzando i suoi artifici di pittura prospettica, frate Pozzo ci trasporterà questa volta direttamente nel bel mezzo della scena del miracolo delle Nozze di Cana. I'effetto di profondità corre lungo tutte e quattro le pareti del refettorio, dove oltre gli archi di una terrazza si svolgono le celebrazioni delle nozze, tra musici, servitori, e invitati che sporgono fisicamente oltre l'immagine coinvolgendo in prima persona gli spettatori. Anche in questo caso dovremo porci esattamente in un punto preciso della sala, luogo di convergenza di tutte le linee prospettiche: il solito punto di vista concessoci da frate Andrea Pozzo per darci la possibilità di accedere al suo gioco di prospettive catapultandoci al centro di questa movimentata rappresentazione.

Persino l'illuminazione sembra scaturire internamente dall'affresco, con la parete illuminata dall'unica finestra volutamente dipinta con colori più accesi e tratti più definiti rispetto alla sua opposta facciata, che quasi sembra confondersi nell'ombra indistinta dell'assenza di luce naturale. Di fronte a noi, dove la sala sembra sfondarsi verso l'azzurro del cielo oltre gli archi, ritroviamo i veri protagonisti del racconto: Gesù, Maria e un servitore, il quale in una perfetta rappresentazione dinamica del momento clou (la trasformazione dell'acqua in vino) sembra pronto a scendere al centro della stanza per iniziare a distribuire tra gli invitati l'agognata bevanda frutto del miracolo. L'effetto provocato negli spettatori, in questo caso i commensali del refettorio, è proprio quello di partecipare al miracolo in prima persona. Che i pasti dei frati fossero frugali poco importa, ma l'illusione di ubriacarsi con Gesù alle nozze di Cana è certamente un privilegio che solo questi religiosi scienziati avrebbero potuto permettersi.
Ebbri del buon vino di Gesù e dei tanti artifici prospettici, il modo migliore per riconciliarsi con la prospettiva reale sarà quella di ammirare il meraviglioso panorama che si apre di fronte a noi dai giardini del monastero confinanti con Villa Medici.

L'ultima curiosità prima di abbandonare questo luogo riguarda una celletta nella zona posteriore del convento, completamente affrescata in maniera tale da presentarsi come un ambiente a metà strada tra una caverna e un'antica rovina romana, secondo un'illusione che potesse richiamare quell'idea di eremitaggio tanto cara al fondatore dell'ordine dei Minimi. Dettaglio curioso è la presenza di un pappagallo colorato, il cui significato non è stato ancora bene interpretato, ma che sembra quasi rappresentare alla perfezione quel contrasto tra l'originale esperienza eremitica di Francesco e la stridente frivolezza di quella corte di Francia, dove a malincuore il nostro santo Calabrese terminò i suoi giorni.
Dopo l'espulsione dei Minimi Francesi a seguito delle guerre della Rivoluzione Francese il convento è stato dopo molti anni di abbandono affidato alle religiose del sacro cuore, che tuttoggi lo abitano e a cui è possibile fare richiesta per una visita privata telefonando allo 066794179.
In bocca al lupo!

martedì 18 gennaio 2011

Dice che anche a casa di S.Ignazio c'è il 3D

Visto l'apprezzamento che avete mostrato per la finta cupola della chiesa di S.Ignazio di Loyola e per gli effetti prospettici della pittura di Andrea Pozzo (vedete il recente post), ho deciso di suggerirvi questa volta un'altra opera d'arte dello stesso frate-maestro della prospettiva, meno conosciuta e più nascosta, ma probabilmente ancora più sorprendente: il corridoio affrescato delle stanze di S. Ignazio.
Per ammirare questo capolavoro di prospettiva dovrete recarvi all'interno del quartier generale dei frati Gesuiti, nel palazzo adiacente alla chiesa del Gesù, e se pensate di prendervela con calma vi ricordo che il sito è visitabile solamente per due ore al giorno.

Per comprendere la visita è necessario fare una breve introduzione sulla storia di questo edificio e su Ignazio di Loyola, il padre fondatore della confraternita dei Gesuiti. Iñigo Lopez di loyola, come da suo nome di battesimo, fu in gioventù un valoroso soldato alla corte del re di Spagna. In seguito ad un incidente di battaglia si vide costretto ad una lunga convalescenza nel castello di famiglia, dove avendo a disposizione solo letture religiose e libri sulle vite dei santi, fece un overdose di letteratura sacra che lo portò all' illuminazione definitiva: sarebbe diventato pellegrino e missionario di Cristo. Mentre vi invito a fare attenzione a quello che troverete da leggere quando la prossima influenza invernale vi costringerà a casa per una eventuale convalescenza, con un breve salto narrativo vi porterò al momento in cui il giovane Iñigo si trova Parigi, dove raduna intorno a sè una piccola confraternita di fedeli, con la missione comune di partire da Venezia per Gerusalemme e adempiere così alla loro vocazione di missionari casti e puri. Purtroppo l'inconveniente di una guerra tra Venezia e i Turchi  provocò la cancellazione di tutti i voli per Gerusalemme (concedetemi l'anacronismo) e il gruppo si trovò costretto a rinunciare all'auspicato pellegrinaggio. Ignazio a quel punto, che già aveva in mente Roma come destinazione alternativa, non si lasciò scoraggiare, e proprio a legittimizzare questa seconda scelta ebbe in apparizione Cristo nei pressi della via Cassia che gli comunicò le seguenti parole: "ti sarò propizio a Roma" (mi auguro che non dobbiate arrivare a tanto per autoconvincervi dell'ineluttabilità del destino nel momento in cui cancelleranno il volo del vostro viaggio di nozze alle Barbados e sarete costretti a ripiegare su Ladispoli).
La scelta della destinazione finale divenne quindi la sede papale. Ed è proprio a Roma che venne dunque fondata nel 1537 la compagnia dei Gesuiti e costruita la casa di Ignazio, nel luogo dove sorge l'attuale edificio che andrete a visitare (la chiesa del Gesù venne edificata posteriormente). Parlo di  attuale edificio in quanto la casa originaria del santo e della confraternita, in seguito alla morte di Ignazio nel 1555, venne profondamente danneggiata da una poco "propizia" inondazione e ne fu necessaria la ricostruzione l'anno seguente con il patrocinio del Cardinale Odoardo Farnese. 
Qui troviamo una prima curiosità di carattere architettonico: le stanze dove visse Sant'Ignazio furono conservate intatte all'interno del nuovo edificio, che venne completamente ricostruito intorno ad esse secondo proporzioni decisamente più grandiose. Questo fu possibile grazie ad un complicato sistema di volte che potesse sorreggerle all'interno della nuova struttura, affinchè venissero inglobate dal successivo complesso architettonico rimanendo praticamente immutate. Per questo motivo, una volta entrati nell'edificio e dopo aver percorso il lungo corridoio e la scalinata fino all'atrio che vi introduce alle stanze, vi accorgerete di come i pavimenti delle stesse stiano molto più in alto rispetto al vostro livello e di come i soffitti siano decisamente più bassi di quelli sopra di voi.

La visita delle stanze è certamente degna di interesse, ma il motivo che vi ha portato in questo edificio, e più precisamente in cima alla scalinata è ben altro. nel 1680, quando le stanze del santo erano ormai divenute una sorta di santuario, il frate gesuita, nonchè architetto, pittore e genio della prospettiva Andrea Pozzo, decise di omaggiare la figura del santo con una sorprendente decorazione pittorica del corridoio esterno. Si dice che egli volle dipingere quelle pareti come celebrazione dell'uomo semplice che aveva vissuto in quei luoghi, ma considerata l'esuberanza e la ricchezza (stilistica e decorativa) di questo vero e proprio goiello barocco, converrete con me che sarebbe come voler dire celebrare l'umiltà di madre Teresa di Calcutta con l'ultimissima collezione autunno inverno di Cavalli. Il corridoio è un vero e proprio viaggio nella prospettiva tridimensionale, che vi chiederà del tempo prima che possiate scorgere e apprezzare ogni singolo particolare. Anche in questo caso c'è un piccolo trucco, rappresentato dal solito punto di vista privilegiato in cui gli effetti ottici troveranno la loro piena efficacia: una rosa di marmo intarsiata nel pavimento al centro del corridoio. Sarà quello il simbolo in cui dovrete sistemarvi per lasciare poi spaziare lo sguardo su ogni dettaglio, il punto esatto in cui convergono tutte le prospettive architettoniche studiate da frate Pozzo.


Divertitevi a scoprire i putti aggrappati ai cornicioni con le loro gambette paffute che sembrano penzolare nel vuoto sopra di voi, gli angeli che danno la netta impressione di voler uscire letteralmente dalle pareti e una cappella dalle straordinarie profondità alla fine del corridoio che vi accorgerete essere solo un pannello dipinto su una parete obliqua! Spostatevi dalla rosa di marmo e noterete come le travi del soffitto, prima percepite come perfettamente dritte, siano in realtà ricurve, mentre le figure che sembravano voler uscire dagli affreschi si riveleranno profondamente distorte e allungate. Tornando al punto centrale tutto si ricomporrà nuovamente nell'illusione di uno spazio infinito e vitale, il risultato di una tecnica perfetta e innovativa che continuerà a stupirvi nei vostri continui su e giù tra gli estremi del corridoio e il rosone di marmo.

In tutto questo c'è anche un piccolo mistero. I recenti restauri del 1990 hanno infatti portato alla luce due pannelli, parte integrante degli affreschi originali, che vennero mascherati con pitture successive nel XVIII e XIX secolo. In particolare venne nascosto il pannello (l'ultimo sulla sinistra) che rappresenta senza dubbio uno degli effetti prospettici più riusciti: i due angeli che sembrano correre fuori dalla parete sotto una finta finestra. Per quale motivo solamente due porzioni vennero per così dire censurate? Fortunatamente l'eccellente restauro ci permette oggi di godere di questa opera nella sua interezza e in tutta la sua genialità, regalandoci un altro piccolo tesoro nascosto in questa meravigliosa città che non mancherà certamente di sorprendervi ancora una volta.
E se troverete chiuso non disperate, sono certo che qualcuno lassù vi sarà propizio al bar!


Le stanze di Ignazio e il corridoio di Andrea Pozzo sono visitabili dal lunedì al sabato e solamente tra le 16:00 e le 18:00 (in inverno è consigliato andare quando c'è ancora luce).

mercoledì 22 dicembre 2010

Dice che questo già lo sapevamo: l'effetto ottico der cuppolone

Pur avendo giurato a me stesso che giammai avrei trattato dello sputtanatissimo buco della serratura sull'Aventino da cui si scorge la cupola di S. Pietro, mi trovo costretto a fare un eccezione per questo luogo altrettanto conosciuto fra le curiosità di Roma, con protagonista il medesimo celeberrimo cuppolone: Via Piccolomini e la sua famosa illusione ottica. Questa concessione al blockbuster delle curiosità Romane è dovuta al semplice motivo che, anche dopo aver sperimentato e mostrato l'effetto decine e decine di volte, la reazione di sorpresa e meraviglia è rimasta immutata nel tempo, per non parlare poi del fatto che questa via meriterebbe una menzione speciale solo per essere l'unica strada di Roma che molti di noi hanno percorso almeno una volta conducendo la macchina con la testa girata di 180 gradi, per apprezzarne al meglio l'effetto ottico in movimento (ai più cauti consiglio di guardare nello specchietto retrovisore).
Vista l'esiguità di questa visita, che consiste in un tragitto di circa 50 metri da effettuare in meno di trenta secondi, mi troverò costretto ad annoiarvi con una breve introduzione storica sulla cupola di S.Pietro e sulla sua reticenza a lasciarsi ammirare dall'omonima piazza del Bernini. Quella perenne insoddisfazione dei turisti che scattano foto sulla piazza davanti alla basilica  senza la speranza che possa scorgersi alle loro spalle qualcosa in più di 10 striminziti centimetri di cupola, è infatti conseguenza diretta di alcuni precisi dettami del concilio di Trento del 1563 in materia di architettura sacra, secondo cui nella costruzione di chiese e basiliche si sarebbe dovuta privilegiare la scelta di una pianta longitudinale a croce latina (con il braccio principale più allungato) rispetto a quella di una pianta quadrata a croce greca (quattro braccia di uguali dimensioni).
 

Tutto ciò pose fine ai dibattiti e alle scelte contrastasti dei vari famosissimi architetti che si succedettero nella realizzazione del progetto, previsto originariamente dal Bramante con base a croce Greca, e così sostenuto in seguito anche da Michelangelo. Seguendo le direttive del concilio l'architetto Carlo Maderno ebbe infatti la meglio su questi illustri predecessori, e con l'allungamento del braccio centrale realizzò infine la sua facciata in stile classico posta molto più in avanti rispetto al resto della struttura: da questo ne conseguì la quasi totale mancanza di visibilità della cupola a distanza ravvicinata. La piazza venne progettata in seguito dal Bernini proprio allo scopo di riequilibrare questo avanzamento.

Dopo aver provato a scattare una foto alla cupola senza successo maledicendo il concilio di Trento, vi consiglio a questo punto di allontanarvi dalla piazza, dalla strada e dal quartiere e di recarvi a via Piccolomini sull'Aurelia antica per rifarvi con una visuale decisamente più maestosa e soddisfacente del famoso cuppolone. 
Vi consiglio di portarvi all'inizio della strada all'altezza della rotatoria dove avrete modo di ammirare tra le due file di palazzi residenziali che costeggiano la via, l'imponenza della struttura che sembra essere proprio a pochi passi da voi (anche l'effetto notturno non è da sottovalutare). Per i pochi che ancora non conoscono il trucco è il momento di muoversi in direzione di S. Pietro, evitando possibilmente di schiantarvi a metà percorso per non aver rispettato lo STOP messo da qualche genio della circolazione stradale proprio a metà di questo rettilineo. Tenendo lo sguardo fisso sulla cupola vi accorgerete che pur andandogli incontro le dimensioni della stessa si ridurranno rapidamente fino a quando, giunti alla fine del tragitto, vi renderete conto di come il vostro obiettivo sembri infine piccolissimo e lontano. Ripetete il percorso al contrario (il conducente è esonerato dalla visione per l'incolumità degli altri passeggeri) e allontanandovi nuovamente fino all'altezza della rotatoria assisterete al verificarsi del fenomeno all'inverso, che riporterà l'imponente struttura a dominare di nuovo tutta la visuale.


Qual'è la spiegazione di questo sorprendente effetto? La prospettiva incorniciata dai palazzi rende la visuale della cupola libera da qualsiasi altro tipo di confronto, in poche parole non scorgendosi il contesto intorno, per una sorta di gioco cognitivo la nostra mente viene ingannata sulle dimensioni reali dell'oggetto in questione. Mano a mano che si procede in avanti il campo visivo tra i palazzi comincia ad includere tutti gli elementi di contorno del paesaggio. In questo modo, grazie ai raffronti con il contesto ormai visibile che circonda S. Pietro, il cervello riesce a rielaborare le dimensioni effettive dell'oggetto e l'informazione viene infine  trasmessa correttamente all'occhio. Non so se ci avete capito qualcosa, ma non è importante ai fini del gioco che, se ancora non siete stati a Roma,  vi consiglio di andare a sperimentare di persona.

In questo caso non ci sono orari ne biglietti da pagare..quindi attenti allo STOP e buon Natale a tutti!

giovedì 2 dicembre 2010

Dice che S.Ignazio c'ha er 3D

Se avevate in mente di sperimentare l'effetto prospettico della terza dimensione, ma l'idea di infilarvi in una sala cinematografica di Parco Leonardo per spararvi "Raperonzolo" in 3D non vi entusiasma, suggerisco la saggia alternativa di una  passeggiata alla scoperta degli effetti ottici e delle bizzarre prospettive della Roma barocca. Vi parlerò quindi di Andrea Pozzo e della chiesa di S.Ignazio di Loyola, nell'omonima piazza a due passi da via del Corso.
Andrea Pozzo, pittore, architetto e scrittore d'arte (nonché faccia da matto nell’autoritratto qui a sinistra), è considerato tra i massimi esponenti del barocco romano ed uno dei primi teorici della prospettiva. Ci troviamo nel 600, periodo immediatamente successivo agli sconvolgimenti ecclesiali della riforma luterana. In questo momento di dura reazione, ricordato come periodo della controriforma, la chiesa sente dunque il bisogno di comunicare con il popolo in maniera più incisiva, colpirlo allo stomaco, scuoterlo emotivamente e fisicamente. Ed e’ in questo contesto che fiorisce il barocco, uno stile che con l'eccesso e la sovrabbondanza investiva lo spettatore fino quasi a stordirlo, affascinandolo e sorprendendolo al tempo stesso ( non dimentichiamoci infatti che l'arte, persino nelle sue manifestazioni di più assoluta genialità, rimaneva comunque al servizio della religione ed evolveva parallelamente alle vicende della chiesa).

Dopo questa pesantissima introduzione è arrivato finalmente il momento di scoprire gli effetti prospettici dei capolavori del Pozzo all’interno della chiesa di S. Ignazio. A questo punto vi pregherei di buttare i vostri ridicoli occhialini di plastica 3D, e di seguire alcune semplici istruzioni.
Entrati nella chiesa dovrete procedere guardando in basso fino ad individuare un disco dorato inciso sul pavimento della navata centrale: avrete trovato il vostro punto di osservazione. Una volta posizionati all'interno, potrete infatti alzare lo sguardo per ammirare "l'apoteosi di Sant'Ignazio", imponente affresco della volta centrale dove Andrea Pozzo, seguendo un'originalissima prospettiva verticale, riesce a "costruire" un vero e proprio tempio virtuale che si innalza sulla base della chiesa reale in cui ci troviamo. Una sorta di piano secondario che sale fino a "sfondare" il cielo con un sorprendente effetto di profondità. Restare ad ammirarlo per qualche minuto a testa in su, complice il naturale senso di vertigine che ci coglie in questi casi (il post sbornia è un bonus), provoca un vero e proprio sbandamento ottico in cui finirete per chiedervi se anche le finestre siano vere o facciano parte dell'illusione.

A questo punto potrete proseguire di qualche passo fino a raggiungere il secondo cerchio marcato sul pavimento e alzare gli occhi verso la cupola…ma la cupola a S.Ignazio non c'è, o meglio c'è, ma è finta, dipinta, un altro effetto del nostro pittore che sopperisce in questo modo alla mancata realizzazione di quella vera in muratura prevista nel progetto originale. Solo allontanandovi dal vostro privilegiato punto di osservazione comincerete a scoprire che le linee cominciano a distorcersi e a curvare in maniera innaturale fino a rivelare in questo modo l'effetto fittizio. Tornando all'interno del cerchio la cupola è nuovamente lì, e il gioco ricomincia.
Se siete rimasti ammirati dalle sue capacità di riuscire a rappresentare uno spazio profondo e ricurvo su una superficie quasi piatta, ebbene Andrea Pozzo non vi fa mancare nulla, ed ecco quindi a voi nella calotta dell'abside quattro colonne perfettamente dritte rappresentate su una superficie concava.
A questo punto, nel caso il gioco delle prospettive vi avesse catturato al punto da farvi dimenticare di trovarvi ancora all'interno di un luogo sacro, vi invito ad uscire prima di esclamare il consueto "mortacci sua" d'ammirazione.



In questo modo tornerete all'omonima piazza, che ancora di più vi sembrerà schiacciata dalla presenza dell'imponente edificio. I palazzi che la racchiudono, commissionati da papa Gregorio XIII a Filippo Raguzzini per comporre la giusta scenografia da anteporre alla chiesa, seguono infatti un raffinato gioco di curve che percorrono morbidamente tutto il perimetro (il colore originario era un grigio-azzurro cielo che doveva avere la funzione di ampliare e alleggerire lo spazio, oppresso dall'incombente presenza della chiesa). Lo storico dell'arte Francesco Milizia li criticò duramente definendoli "ridicole case a foggia di canterani", ovvero mobiletti d'epoca Francesi detti anche bureaux. Da qui il popolo dei rioni li trasformò in burò e quindi burrò, che è anche il nome della via che corre dietro i palazzetti (immagino che se non si fosse partiti dalla pronuncia corretta oggi ci ritroveremmo una via dei bureaucchese).
In ogni caso sono certo che come me non condividerete lo sdegno di Milizia e apprezzerete l’armonia e la leggerezza di questi inconsueti edifici.
A questo punto potrete proseguire la passeggiata verso il pantheon dove vi obbligo a fermarvi per la migliore granita di caffè con panna (non fa freddo, non è vero) al bar tazza d'oro in via degli orfani 84.

La chiesa di S.Ignazio di Loyola è visitabile dalle 7:30 alle 12:30 e dalle 15:00 alle 19:00.
E in quanto a Andrea Pozzo vi garantisco che lo ritroveremo presto.