giovedì 2 agosto 2012

Dice che il principe era ossessionato dalle civette


Sarebbe certamente più logico raccontare la storia della Casina delle Civette andando di pari passo con quella dell'intero complesso di Villa Torlonia, l'eccentrica dimora del Marchese Giovanni Torlonia che alla fine del Settecento stabilì di meritarsi una fastosa residenza degna di un titolo nobiliare appena accaparrato, ma soprattutto delle proprie sconfinate e indecenti ricchezze accumulate in anni di speculazioni in combutta con gli occupanti Francesi. Tuttavia questo bizzarro edificio fantasy da sempre sembra vivere di vita propria, appartato dall'intero contesto residenziale esattamente come l'ambiguo erede della famiglia, Giovanni Torlonia Jr, che fino al giorno della sua morte avvenuta nel 1938 scelse proprio la Casina delle Civette come residenza privata ai margini del parco, per ritirarsi, così come recita l'iscrizione sulla porta di ingresso, in "Sapienza e Solitudine" (in parole povere "per cazzi suoi").


L'intero parco venne gradualmente trasformato in una specie di Disneyland per volere di Alessandro Torlonia a partire dal 1832, con la conseguente progettazione della Casina delle Civette che, originariamente realizzata come rifugio di montagna in lungimirante anticipo sulle attuali tendenze eco-chic, assunse in prima battuta l'evocativo nome di Capanna Svizzera. In pieno delirio da ecstasy erano sorte nel frattempo tutt'intorno finte rovine romane, obelischi rosa, villini medievali e persino una grotta moresca. Alla morte di Alessandro subentrò il nipote Giovanni, il quale tramite "magheggio" anagrafico riuscì ad ottenere il cognome della madre sposata ad un Borghese (nel senso della nobile famiglia dei Borghese) al fine di garantire continuità alla dinastia dei Torlonia: ed è così che facciamo la conoscenza di Giovanni Torlonia Jr. Il giovane principe decise dunque di spostare la sua residenza all'interno dell'ex Capanna Svizzera, che per suo gusto e volere subì una curiosa metamorfosi in villaggio medievale a seguito di tutta una serie di interventi architettonici che tra logge, loggette, torrette e porticati dai risvolti fiabeschi trasformarono in breve tempo il rifugio alpestre in castelletto. Non ancora soddisfatto, e coerentemente in linea con la sua fama di misantropo e amante dell'esoterismo, volle aggiungere un tocco personale all'intera costruzione, facendola dotare di elementi simbolici ricorrenti, oggetto delle sue personalissime ossessioni: prima fra tutte la civetta.


E mentre Giovanni sceglieva di vivere ai margini del parco in pieno isolamento liberty tra lumache, civette, trifogli e ancora civette, il corpo principale di Villa Torlonia venne affittato nel frattempo (1925) a Benito Mussolini alla simbolica cifra di 1 lira. All'apparenza semplici compagni di bonifica, in virtù del mastodontico intervento bonificatore operato dai Torlonia nella piana del Fucino in Abruzzo a partire da nonno Alessandro (opera che integrò la collezione di titoli familiari con "la fascia" di principe del Fucino), i due personaggi erano in realtà legati da tutta una serie di interessi che, in quanto rappresentanti del potere politico e finanziario del momento, furono alla base del loro "avvicinamento"; un avvicinamento talmente letterale da farceli infine ritrovare come improbabili vicini di casa. Cito dalla commemorazione dell'allora presidente del senato alla morte di Giovanni Torlonia Jr: "...(egli) rappresenta uno dei contributi più cospicui coi quali l'iniziativa di un privato abbia saputo assecondare l'azione generale del governo fascista per la redenzione del suolo d'Italia"! Alle spalle di cotanta redenzione agricola c'è tutta la storia di un famiglia di mercanti arricchiti, che tra speculazioni, matrimoni studiati a tavolino con le nobili famiglie romane e appropriazioni di titoli nobiliari e proprietà a fronte di prestiti non restituiti da parte di aristocratici in malora, divenne in breve tempo una vera potenza politica e finanziaria (la banca del Fucino è tuttora presieduta dai Torlonia).

E come sempre quando si parla di potere e finanza, non può ovviamente mancare l'elemento esoterico-massonico, in questo caso perfettamente e ripetutamente rappresentato nella quotidianità della dimora del principe. L'intervento più evidente e caratterizzante fu comunque la realizzazione di meravigliose vetrate liberty, dalla scuola del maestro Cesare Picchiarini, su disegni di quattro diversi artisti (Cambellotti, Bottazzi, Grassi e Paschetto), i cui lavori dotarono l'intero complesso di un patrimonio artistico senza precedenti fortunatamente sopravvissuto in parte fino ad oggi. Tra tutte si distingue la vetrata delle civette, su disegno di Duilio Cambellotti, ennesima rappresentazione dell'animale notturno, le cui fattezze vennero morbosamente riprodotte nelle fogge del mobilio della camera da letto. Non essendo rimasto quasi nulla dell'arredo orginario, possiamo oggi solamente immaginare le sembianze di una civetta ossessivamente ripetute su lampade, comodini e pomelli del letto, mentre rimane comunque al suo posto l'inquietante volo di pipistrelli a stucco sul soffitto del letto, come prova e a garanzia di una certa stravaganza del principe ai confini del "fuori de capoccia". Simbolo ambivalente sin dai tempi dell'antico Egitto, la civetta rappresenta da un lato la saggezza e l'illuminazione di chi possiede la capacità di scrutare attraverso le tenebre, ma è allo stesso tempo legata al tema opposto della morte e dell'oscurità: "sapienza e solitudine", appunto.


Il percorso ci guida attraverso i due piani della villa alla scoperta di ciò che rimane a seguito dell'eccellente lavoro di restauro che salvò l'edificio da un progressivo degrado, iniziato con l'occupazione delle truppe anglo-americane, proseguito con l'incuria e i saccheggi e terminato con il disastroso incendio del 1991. Dovremo dunque lavorare di fantasia, stimolati da quei piccoli meravigliosi dettagli superstiti e dalle descrizioni di ogni singolo ambiente, capaci di riportarci alle eleganti atmosfere vissute dall'inquietante erede dei Torlonia. E attraversando il fumoir (viene voglia di accendersi una sigaretta al solo nominarlo) e il salottino delle 24 ore, rappresentate sulla bellissima volta dipinta come 24 discinte fanciulle, per poi raggiungere il più intimo piano superiore, conosceremo passo dopo passo tutte le ossessioni e le simbologie in cui il principe Torlonia amava ritirarsi. Set perfetto per un horror di classe e allo stesso tempo romantico scenario di una passeggiata metafisica, quando la luce dell'esterno si colora attraverso le preziose vetrate inondando l'ambiente di soffuse tonalità pastello. I pochi manufatti originali sono arricchiti da un esposizione di bozzetti e riproduzioni di vetrate liberty, un percorso di nicchia che perde valore di fronte alla potenza comunicativa di un luogo allo stesso tempo misterioso e affascinante, capace di restituirci nel vuoto dei suoi ambienti quella meravigliosa qualità che sempre meno utilizziamo: l'immaginazione per riempirlo. E alla fine non potremo fare a meno di vedere il principe riposare sotto quel lugubre volo di pipistrelli.

La Casina delle Civette si trova all'interno del Parco di Villa Torlonia, con ingresso in via Nomentana 70 ed è aperta tutti i giorni escluso il lunedì dalle 9:00 alle 19:00.
E con questo "Dice che a Roma" (ovvero me medesimo) se ne va in vacanza fino a settembre. Per non sentire la mia mancanza come sempre la butto là..compratevi il libro "Roma Fuoripista"! Sul solito sito troverete la possibilità di prenderlo on-line e la lista delle librerie dove acquistarlo: www.romafuoripista.com

BUONE VACANZE A TUTTI!


giovedì 19 luglio 2012

Dice che all'EUR c'è una Roma "tarocca"

Come potremmo immaginare un museo di storia della civiltà romana in una moderna metropoli del 2012, in piena era multimediale? Proiezioni di filmati in 3D, percorsi interattivi multisensoriali, schermi touch screen ('tacci de chi?) di ultima generazione, ologrammi di Giulio Cesare in persona e "aò ce stanno pure le applicazioni da scaricare per lo smart phone?". Ma se andassimo a sostituire la definizione di "moderna metropoli del 2012" con "Roma", non dovremmo allora sorprenderci nel ritrovarci piuttosto all'interno di polverosi saloni di un museo dove il tempo sembrerebbe essersi fermato agli anni Sessanta, e in cui la storia di un'intera civiltà ci viene raccontata attraverso copie e calchi in gesso di monumenti celebri e minuziose ricostruzioni in scala realizzate all'inizio del secolo scorso. E sapete una cosa? Tutto ciò è infinitamente più entusiasmante! E se anche non proverete l'ebbrezza di ritrovarvi catapultati nelle atmosfere dell'antica Roma con l'ausilio di qualche proiezione in 4D, potrete comunque consolarvi con un salto alla fine degli anni '50 del secolo scorso, per un viaggio nel tempo decisamente più realistico.

Ci troviamo in uno dei musei dell' EUR, quartiere Mussoliniano per eccellenza progettato in occasione dell'esposizione universale del 1942 ed espressione più rappresentativa dell'architettura razionalista, i cui lavori furono interrotti in occasione della seconda guerra mondiale. L'edificio dallo scenografico colonnato venne dunque completato solo nel 1952 ed inaugurato ufficialmente tre anni dopo come Museo della Civiltà Romana. In questa sorta di  imponente magazzino finale confluirono dunque tutta una serie di copie tarocche sottoforma di calchi in gesso, riproduzioni plastiche e modellini in scala frutto di due precedenti allestimenti. Una parte dei materiali proviene infatti dalla grande esposizione universale del 1911, che vide Roma in un fermento senza precedenti (o forse dovrei dire senza posteriori) nella realizzazione di imponenti scenografie all'aperto, tra le quali spiccava una celebrazione della Roma antica alle terme di Diocleziano. Il materiale venne successivamente depositato nei magazzini dell'ex pastificio Pantanella a Circo Massimo prima di essere riordinato nell'attuale museo. Il secondo allestimento riguardava invece la Mostra Augustea della Romanità (1937) al Palazzo delle Esposizioni di Roma, che secondo il consueto e delirante accostamento tra imperialismo fascista e imperialismo Augusteo, esaltava a scopi propagandistico-autoreferenziali la figura dell'algido imperatore di Roma in occasione del bimillenario della sua nascita.

La collezione si sviluppa lungo due percorsi tematici consecutivi: la prima parte prevede una sintesi della storia di Roma a partire dalle sue origini, dove riproduzioni parziali a grandezza naturale (il pronao del tempio di Augusto ad Ankara) si alternano a modellini in scala dei monumenti più rappresentativi, dal plastico della fastosa Villa Adriana di Tivoli, passando per un Circo Massimo e un Colosseo a misura di casa delle bambole, con la conseguente suggestione di un utilizzo meno didattico da parte dei più piccoli (ad esempio come dependance della casa di Barbie per qualche macabro gioco che veda le bionde amiche della Mattel sbranate dai criceti al centro dell'arena). Molto interessante la ricostruzione delle battaglie più famose attraverso una serie di raffigurazioni e modellini che farebbero sbavare qualsiasi appassionato di giochi di ruolo vecchia maniera. La seconda parte del percorso presenta invece una panoramica dei vari aspetti della vita quotidiana, dalla letteratura, alle abitudini alimentari, al commercio, con la riproposizione di ambienti e strumenti d'uso comune minuziosamente riprodotti. L'onnipresente font "Mostra" (il carattere utilizzato nella stampa fascista) ci accompagna lungo tutto l'allestimento in questo percorso con doppia chiave di lettura, dove potrete scegliere di seguire il filone della conoscenza della civiltà romana, così come suggerisce il nome stesso del museo, o quello, parimenti affascinante, della scoperta di questa curiosa produzione di architettura tarocca da esposizione universale di inizio secolo.

In questa eccezionale carrellata di falsi e ricostruzioni, eseguiti perlopiù con materiali poveri, spicca una serie di calchi della colonna di Traiano, frutto di una serie di riproduzioni volute da Napoleone III e successivamente disposti a fini espositivi lungo l'inquietante corridoio sotterraneo al neon (al di sotto del colonnato esterno). Un vero e proprio fumetto post-industriale dove avremo l'opportunità di leggere l'eccezionale descrizione della battaglia di Dacia.
Un altro elemento che ci riporta a qualche decina di anni addietro è la situazione strutturale del complesso, che in prossimità di un intervento di recupero già iniziato, ci avvolge in una nostalgica atmosfera di trascuratezza, tra tinteggiature smorte alle pareti e una totale assenza di aria condizionata (geniale la mia idea di visitarlo in piena ondata Minosse, in uno scenario estivo da Roma deserta alla "un sacco bello" di Verdone). In questo contesto si inserisce perfettamente l'aneddoto di un invasione di termiti in pieno stile B-movie che a metà degli anni Ottanta divorò gran parte dell'esposizione lignea.

Ad ogni modo il pezzo forte di tutta la collezione, quello che spazzerà via tutti i nostri sogni coltivati fino a quel momento di portarci a casa la riproduzione del Circo Massimo come pista per le automobiline o l'intera ricostruzione in scala della Roma arcaica come base per un presepe da competizione, è certamente l'imponente plastico in scala 1:250 della Roma dei tempi di Costantino. Eccoci finalmente al cospetto di un'opera d'arte originale, nata dalla collaborazione fra l'architetto Italo Gismondi e l'esecutore artigiano Pierino Di Carlo, visibile percorrendo un ballatoio sopraelevato che ne abbraccia l'intero perimetro. L'accurata ricostruzione si basa sulle fonti dell'eccezionale Forma Urbis dell'archeologo Rodolfo Lanciani, e si vocifera che venga tuttora aggiornata sulla base degli ultimi ritrovamenti (detto fra noi ce credo poco). Ad ogni modo l'impatto è di grande effetto e questo volo d'angelo sulla Roma Imperiale riuscirà ad entusiasmarci nonostante l'avvilente contorno di pareti giallognole sul genere palestra di scuola media. Una fantastica esperienza per gli amanti della visuale dal finestrino dell'aereo, con il valore aggiunto di un salto nel passato: prendetevi tutto il tempo per ammirarla e scoprirla in ogni suo dettaglio.

All'uscita, dopo aver scavalcato i custodi comprensibilmente rifugiatisi nel portico di ingresso per sfuggire alle temperature proibitive dell'interno, mi ritrovo nuovamente sull'assolata piazza G.Agnelli, sovrastato dalle strutture razionaliste del monumentale palazzo commissionato dalla FIAT (appunto, piazza Agnelli). Una famiglia di Olandesi, giunta misteriosamente fin qui, è in attesa di entrare mentre il capofamiglia sistema il parasole sul parabrezza della macchina (gran paraculata, penso pregustando i 60 gradi che mi aspettano all'interno del mio abitacolo). Mi chiedo se riusciranno a cogliere l'atmosfera e il contenuto di questa visita o ne usciranno semplicemente delusi per tanta trascuratezza, dopo un'impietosa comparazione con gli scintillanti musei del Nord Europa. Io, neanche a dirlo, ne esco sudato ma entusiasta.
E se posso darvi un consiglio, datevi una mossa prima che un riuscitissimo intervento ristrutturale lo trasformi nell'ennesimo efficientissimo museo.


Il Museo della Civiltà Romana si trova in Piazza G.Agnelli 10 all'EUR ed è aperto dal martedì alla domenica dalle 10:00 alle 14:00

lunedì 2 luglio 2012

Dice che nel Tevere si nasconde un anaconda


Sperare di imbattersi in uno scorcio poetico lungo le corsie del diabolico anello d'asfalto che risponde al nome di Grande Raccordo Anulare, potrebbe risultare impresa folle e quanto meno disperata (chi invece sembrò esserne felicemente ispirato fu Corrado Guzzanti nei panni di un improbabile Venditti "...e allora vieni con me, amore, sur grande raccordo anulare, che circonda la capitale, e nelle soste faremo l'amore, e se nasce una bambina poi la chiameremo: "Rrrrrrooooomaa"). Eppure basterebbe approfondire cosa si nasconde al di sotto delle nostre quattro incazzatissime ruote per scoprire uno scenario del tutto inaspettato. Ci troviamo sul tratto di GRA all'altezza della via Ostiense che, all' insaputa di noi miseri condannati che ne percorriamo ogni giorno la superficie bovinamente incolonnati, scavalca il fiume Tevere guadagnandosi immeritatamente lo status di ultimo ponte sul fiume ai confini della città. Ed è proprio sotto gli archi di questo tratto di raccordo che faremo la conoscenza di un insolito ristorante, categoria piuttosto rara tra le pagine di un blog che predilige scorci e passeggiate, ma che trova la sua meritata collocazione nel momento in cui l'esperienza gastronomica, a mio parere quasi sempre soggettiva, si accompagna all'autenticità della scoperta del nostro territorio e di una tradizione sempre più rara. E questo tratto di fiume Tevere, con la sua preziosa riserva naturale che custodisce gli ultimi baluardi della tradizionale pesca fiumarola, non poteva certamente essere ignorato.


Il passaggio segreto che dall'inferno di lamiere vi trasporterà direttamente in questo angolo di poetica decadenza è un'uscita appena accennata sulla rampa di collegamento tra la via Ostiense e il raccordo in direzione Fiumicino, immediatamente dopo l'uscita per l'ACEA. E proprio quando inizierete a sospettare di essere stati condotti con l'inganno nel bel mezzo di una perfetta scenografia da leggenda metropolitana, dove in un campo Rom sulle rive del Tevere verranno perse per sempre le vostre tracce, ecco aprirsi ai vostri occhi uno scenario naturalistico di imprevista serenità, in cui l'implacabile flusso di macchine sopra le vostre teste si trasformerà immediatamente nel rumore di fondo di una vita precedente. Un breve sterrato ci guida fino alla riva del fiume, dove troveremo ormeggiata la colorata struttura in legno e lamiera dell'Anaconda. Una struttura a due facce: da un lato ristorante, dall'altro punto d'approdo, partenza e preparazione dei fratelli Alfredo e Cesare Bergamini, gli ultimi (o forse sarebbe meglio dire gli unici) esponenti della pesca fiumarola delle anguille. Pescatori di terza generazione e custodi dei segreti del biondo Tevere, fedele compagno di una vita, i fratelli si sono organizzati in una piccola cooperativa familiare che dagli "ameni" lidi di Castel Giubileo si è infine spostata sulle rive selvagge di Mezzocamino. La pesca fiumarola si articola in due fasi: il pomeriggio vengono calati i cosiddetti "martavelli", reti-trappole d'artigianato frutto di una tecnica sapientemente tramandata di padre in figlio, mentre la mattina è dedicata alla raccolta e al recupero di reti e pescato: le famose ciriole (anguille in romanesco) destinate infine al ripopolamento degli allevamenti di anguille nelle vasche di Comacchio. Specifico la destinazione d'uso per dissipare il dubbio di chi si stesse chiedendo con una smorfia di terrore se il ristorante includa nel menù i frutti della pesca del fiume Tevere (e la mente corre al mitologico pesce-ratto di Fantozziana memoria). E in ogni caso non azzardatevi a parlare di Tevere inquinato ai fratelli Bergamini!


E' facile incontrare i fratelli al loro ritorno nel tardo pomeriggio, quando la luce del sole raggiunge la sua perfezione cromatica e l'arrivo delle barchette all'approdo dell'Anaconda ci riporta ad un malinconico passato, con i gatti che accorrono in cerca di ricompense, mentre Aironi Cinerini e Martin Pescatori volteggiano impavidi tra scarichi abusivi e cementificazione selvaggia, che in questo tratto di fiume ci appare miracolosamente e illusoriamente lontana ( o forse è solo ben nascosta dalla vegetazione sulla riva). Stupisce infine la presenza delle Nutrie, che molti ricorderanno nei pomeriggi di infanzia al laghetto di Villa Pamphili, dal quale vennero misteriosamente deportate con conseguente disperazione dei centinaia di bambini abituati a cadere nell'acqua nel tentativo di nutrirle. Questa ambigua parente del castoro riappare a noi nell'età del disincanto in cui è facile scambiarla per una zoccola di fogna ingigantita dagli effetti dell'inquinamento, finchè la vista del suo simpatico musetto ci riporta gradualmente a sfumare dall'iniziale "mortacci sua che sorcio!", alla nostalgia e alla curiosità. La contemplazione di questo acquerello romano anticipa la cena nel ristorante delle simpatiche sorelle, che hanno da poco preso in gestione questo angolo di anacronistica bellezza. A loro va sicuramente il merito di aver valorizzato la storia di una tradizione, e tra aneddoti e vecchi articoli sparsi ovunque c'è sempre qualcosa da imparare. La cucina e il personale sono rigorosamente romaneschi, perchè in fondo non sta scritto da nessuna parte che in un ristorante sul fiume non si possa mangiare una carbonara o due salsicce (e meno male, direbbe lo stesso di prima, preoccupato di un'eventuale cucina di fiume...Tevere).

Alcune sere l'Anaconda sembra quasi trasformarsi in una balera di fiume, con la musica dal vivo che sulle note di un agghiacciante repertorio nazional popolare che spazia dalla Pausini a Cocciante, ci riporta all'atmosfera delle feste di piazza in occasione della sagra della porchetta. Ma il raccordo è sempre sulle nostre teste, a ricordarci l'inesorabilità dell'indomani mattina, quando stressati, svogliati e incazzati dovremo transitare nuovamente tra le sue corsie, e ripensando alle facce serene di Cesare e Alfredo viene spontaneo pensare per un momento che forse, per questa vita, non c'abbiamo capito proprio un cazzo.


mercoledì 13 giugno 2012

Dice..che c'entra Torquato Tasso coi Templari?


A voler cercare un legame tra Torquato Tasso e i Cavalieri dell'Ordine Equestre del Santo Sepolcro, il pensiero corre immediatamente alla "Gerusalemme Liberata", celebre componimento epico del poeta che proprio dei cavalieri Crociati cantava le gesta che portarono alla conquista del Santo Sepolcro. Ed è in virtù di questo vincolo poetico che il Tasso e i Crociati si riscoprono oggi insoliti coinquilini all'interno dell'incantevole chiesa di S.Onofrio, che dalle alture del Gianicolo domina la città custodendo gelosamente i propri segreti, la poesia di un grande autore e un pezzo di storia che, perdendosi nelle nebbie leggendarie delle prime crociate, resiste ancora oggi in perfetto e affascinante anacronismo con il presente di una città che non conosce confini tra passato e futuro. Il complesso ecclesiale, edificato sul luogo di un precedente romitorio dedicato appunto a S.Onofrio, risale al 1439 ed è direttamente collegato al lungotevere attraverso la suggestiva e omonima salita di S.Onofrio, opera urbanistica realizzata dopo circa un secolo sotto Papa Leone X, perfettamente adatta a sperimentare un gravosissimo trekking urbano in pendenza per tutti coloro che con un lampo di genio abbiano scelto di parcheggiare a valle piuttosto che direttamente sul Gianicolo.


Come anticipato, la storia di questo luogo è legata innanzitutto alla figura di Torquato Tasso, che nel 1595 si spense in una delle stanze del convento dopo aver scelto di trascorrere in questo angolo di quiete l'ultimo periodo della sua vita borderline. Come spesso accade, genio e creatività vanno a braccetto con la follia, e il nostro Torquato in quanto a manie di persecuzione, attacchi di insicurezza al limite del morboso (in visita alla sorella nascose la propria identità per annunciarle la propria morte, desideroso di assistere a una reazione addolorata) ed esplosioni di ingiustificata violenza alla corte Estense, non si fece mancare proprio nulla. Come artista dei nostri tempi avrebbe certamente vestito i panni di una rockstar con problemi di droga e alcolismo, assiduo frequentatore di programmi di rehab nelle più esclusive cliniche per VIPs. Ma a quel tempo bisognava accontentarsi di ospedali religiosi e conventi, e fu così che il nostro Torquato Tasso dopo un primo soggiorno forzato all'ospedale di S.Anna, fece la sua ultima e definitiva tappa a Roma proprio al convento di S.Onofrio sul Gianicolo. E' dunque all'interno della chiesa, nella prima cappella sul lato sinistro (nella prima a destra non perdete invece una meravigliosa Annunciazione di Antoniazzo Romano), che possiamo ammirare l'imponente monumento funebre dedicato al poeta. Il luogo, al pari del cimitero di Pere-Lachaise a Parigi con le studentesse in perenne pellegrinaggio alla tomba di Jim Morrison, divenne meta di poeti e personalità artistiche, tra i quali si annoverano il fosco Goethe e l'allegro Giacomo Leopardi. Scrisse il Leopardi in proposito: "fui a visitare il sepolcro del Tasso e ci piansi. Questo è il primo e l'unico piacere che ho provato in Roma". Sono certo che Giacomo non abbia avuto il tempo di provare una Gricia o un Cacio e Pepe, piaceri che avrebbero certamente allungato la sua lista, ma ammirando il delizioso giardino panoramico, dove oggi troneggia una fontana costruita proprio in onore dell'anniversario della morte del Tasso, possiamo in parte comprendere le sue emozioni suscitate da quest'angolo di quiete e bellezza sospeso sui tetti di Roma.


Esattamente alle spalle del panorama, attraversando l'atrio di ingresso, accederemo ad un piccolo e splendido chiostro architettonicamente arricchito da una galleria superiore porticata, dove ancora una volta potremo sorprenderci di quanta pace e semplice armonia possa nascondersi nel cuore di una metropoli impazzita, a due passi dai famelici e impuniti parcheggiatori abusivi del vicino ospedale Bambin Gesù. Le lunette affrescate in occasione del giubileo del 1600, raccontano episodi della vita di S.Onofrio, in cui non ci vengono risparmiate le consuete derive nel trash tanto care all'aneddotica agiografica, su tutti la cerva bianca che per tre anni nutrisce S.Onofrio col suo latte.
Tornando nuovamente nell'atrio di ingresso ci troveremo di fronte ad un portone sulla cui sommità troneggia lo stemma dell'Ordine Equestre del Santo Sepolcro. Il 15 agosto del 1945 Papa Pio XII concede infatti all'Ordine la chiesa e il cenobio di S.Onofrio, con la scusa di un felice e a suo parere appropriato accostamente con il Tasso, ormai così legato al nome della chiesa e autore di quell'opera che proprio dei cavalieri del Santo Sepolcro esaltava le gesta. Fu così che l'ordine divenne custode, oltre che della chiesa, anche di un piccolo e prezioso museo dedicato al poeta che, nascosto oltre la porta "stemmata", è divenuto negli anni sempre più inaccessibile. Si vocifera (espressione ben più aleatoria del consueto "dice che") che il cosiddetto museo Tassiano sia visitabile ogni martedì pomeriggio tra le 16:00 alle 18:00, e trovandomi appunto sul posto di martedì alle 16:05 ora locale, devo ammettere di essermi sentito estremamente ottimista riguardo alle possibilità di accesso al suo interno. In realtà, dopo la scampanellata di rito, vengo gentilmente invitato a contattare la sede principale dell'Ordine in via della Conciliazione per inoltrare una richiesta di permesso speciale che possa garantire la visita al luogo, la cui concessione (come tende geneticamente a sottolineare ogni Romano addetto ad una qualsiasi mansione da sportello pubblico, che preveda il rilascio di un qualsivoglia pezzo di carta al questuante di turno)  viene fatta apparire come impresa estremamente difficile e dalle dubbie possibilità di riuscita (il tutto accompagnato da un'eloquente alzata dell'intera arcata sopraccigliare).


Avendo tempo da perdere e un post da scrivere mi reco dunque in picchiata per la salita di S.Onofrio (infinitamente più apprezzabile percorsa in discesa)  diretto verso la sede centrale dell 'Ordine. A ricevermi è un Custode del Santo Sepolcro Amatriciana style (non che mi aspettassi una solenne tunica crociata, ma la canotta bianca attillata sulla panza si è rivelata decisamente sotto le aspettative), il quale recitando un estratto in versi dalla "Gerusalemme Liberata" si è premurato di comunicarmi che "Aò, nun devi chiede a noi, manco c'avemo le chiavi!". A nulla sono valse le mie rimostranze sul triste rimpallo da una sede Crociata all'altra in perfetto stile ufficio postale. "Devi da parlà co Benito su alla chiesa! (azz..) Lo deve capì che so loro i custodi!" (Benito e i Templari...Voyager avrebbe di che speculare per decine di puntate). A questo punto mi muovo deciso a fare una piazzata al cospetto dei Cavalieri dell'Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme, che messo in questi termini mi fa sentire molto eroe, e stando a quanto racconta Dan Brown, anche piuttosto a rischio! In realtà la facilità con cui chiedendo del signor Benito vengo accolto all'interno senza neanche la soddisfazione di incazzarmi, mi fa ben comprendere come tutta la pantomima della richiesta di permessi speciali sul genere Area 51 altro non  fosse che un arguto sistema Templare per evitare di avere visitatori rompicoglioni tra i piedi.

Alla fine è proprio il gentilissimo Signor Benito che mi accompagna alla scoperta di questo piccolo scrigno di ricordi e poesia, dove il vissuto di pochi semplici cimeli trasmette tutta l'emozione di trovarsi in presenza di un grande artista, tra gli artefici del nostro patrimonio letterario. Tra prime edizioni, manoscritti, oggetti personali, e un leggio originale di sua appartenenza, spicca una maschera di cera modellata sul viso del defunto Torquato ad immortalarne le fattezze ad imperitura memoria. La visita, forse anche per la soddisfazione di essere riuscito nell'impresa, si rivela decisamente emozionante. C'è anche un piccolo aneddoto che lega S.Onofrio alla figura del Tasso. La più piccola delle tre campane della chiesa, la preferita del poeta, fu quella che per sua espressa richiesta ne accompagnò con i rintocchi la dipartita. Si dice che nel corso del celebre assedio di Roma del 1849, Garibaldi si recò sul posto per requisire le campane di tutte le chiese sulla linea delle operazioni allo scopo di farne cannoni, e venuto a conoscenza della storia si commosse a tal punto che decise di risparmiare fra tutte solamente la piccola campana del Tasso.

Una volta usciti dalla chiesa si può concludere la passeggiata risalendo il Gianicolo sulle tracce dei personaggi di questa storia, e passando per quel che resta della celebre quercia del Tasso, arriveremo infine sulla vetta del colle, dove la statua di Garibaldi e i busti degli eroi dell'unità di Italia, sentinelle del panorama più bello del mondo, sono li a ricordarci che ogni tanto, e per quanto difficile possa sembrare in questi tempi di mediocrità e cafoneria, un rigurgito di sano patriottismo possa farci solamente un gran bene.


La Chiesa di S.Onofrio si trova in Piazza di S.Onofrio 2 al Gianicolo ed è aperta tutti i giorni (escluso Agosto) dalle 9:00 alle 13:00. Per la visita del Museo Tassiano, generalmente ammessa il martedì tra le 16:00 e le 18:00, vi consiglio comunque di telefonare. Se qualcuno fosse veramente interessato mi contatti e vedrò di procurare il numero del signor Benito con il quale sarà possibile concordare una visita.
Infine come sempre vi ricordo l'uscita del libro intitolato "Roma Fuoripista", che vi accompagnerà alla scoperta dei migliori itinerari nascosti nel consueto stile "Dice che a Roma". Per ordinarlo on-line o per consultare la lista delle librerie dove trovarlo vi rimando al link http://www.romafuoripista.com/

venerdì 1 giugno 2012

Dice che anche il duce saltava la palestra

Nel caso in cui aveste avventatamente investito un capitale per il vostro abbonamento annuale in palestra, la cui frequentazione si fosse definitivamente risolta in un paio di ingressi scarsi (di cui il secondo esclusivamente per l'uso dell'idromassaggio), potrebbe consolarvi sapere che "qualcuno" di tristemente noto si comportò persino peggio. All'interno del Palazzo delle Terme al Foro Italico scopriremo infatti la cosiddetta palestra del duce, capolavoro di architettura razionalista dell'allora giovanissimo Luigi Moretti, destinata agli allenamenti privati di Mussolini, il quale decise infine di non metterci piede motivando la sua latitanza dagli attrezzi con un populistico disdegno verso l'eccessiva lussuosità del luogo (una scusa che riutilizzerei volentieri se non fosse quantomeno poco credibile riferita a quella specie di scantinato di periferia con le docce scardinate dalla parete che non frequento ormai da tempo immemore). Purtroppo, quello che possiamo vedere attualmente è quanto rimane di una "devastazione ristrutturale" operata dalla fine degli anni Settanta che, stravolgendo completamente l'ambiente originario, ha trasformato una meravigliosa palestra risplendente di marmi di Carrara in una pacchianissima sala conferenze quasi completamente rivestita di orribile moquette rossa.

Tutto questo, e lo stato di incuria in cui versa il resto del Foro Italico, è certamente frutto di quella relativa vicinanza temporale ad eventi funesti per la nostra democrazia che, in una sorta di damnatio memoriae collettiva, hanno forzatamente spinto anche la produzione artistica del periodo in un dimenticatoio punitivo. Vi invito quindi ad abbandonare ogni pregiudizio e, con la stessa obiettività estetica con la quale ammirate estasiati e sorridenti l'arena di un Colosseo teatro di indicibili massacri, ad apprezzare quella che può essere considerata l'ultima vera espressione artistica di valore nella storia dell'architettura Italiana. Il Foro Italico, originariamente battezzato come Foro di Mussolini in un megalomane riferimento ai Fori Imperiali dell'antica Roma, a differenza degli illustri predecessori urbanistici destinati al commercio, alla religione e alla politica, venne progettato come centro di formazione sportiva e ( ovviamente ) ideologica. Il Palazzo delle Terme, con la sua piscina olimpionica di 50 metri, opera del Costantini, si inserisce dunque in questo parallelismo imperiale con chiari rimandi architettonici alle terme romane, in particolare nell'uso di un'imponente decorazione a mosaico realizzata da Giulio Rossi. Un ascensore privato collegava direttamente la piscina con la palestra, ambiente che nel nostro caso raggiungeremo in veste di comuni mortali attraverso una più classica rampa di scale.

Una volta entrati ci troveremo al cospetto di una semplice e piuttosto deludente sala conferenze, tra le altre cose dall'aria vecchiotta e polverosa, apparentemente distante anni luce da quel tempio per la cura del corpo elegante e sofisticato che il giovane architetto Luigi Moretti fu chiamato a realizzare. Solamente attraverso un processo di decostruzione mentale, con il quale toglieremo pezzo dopo pezzo tutto il brutto impadronitosi del luogo (partendo ovviamente da quell'orrenda moquette rosso-sanguinaccio, che nella scellerata mente di qualcuno avrebbe dovuto fare pendant con gli esterni in rosso pompeiano degli edifici del Foro) comprenderemo quale moderno capolavoro architettonico si trovi celato davanti ai nostri occhi.

Un  luogo metafisico originato da contrasti di luce, linee estremamente rette, elementi sospesi e piccoli dettagli di rottura, che come il più studiato dei difetti in un perfetto contesto somatico (il classico dente storto sul viso armonioso dell'attricetta bona), altro non fanno che dare vitalità ad una compassata perfezione: ed è così che le pareti marmoree dalle rigide lastre perfettamente lucide definiscono la sala curvando inaspettatamente agli angoli, mentre la "trasgressiva" presenza di una scala elicoidale sul fondo spezza impunemente la rigorosa linearità del contesto (Sgarbi, esci da questo corpo!). Persino la scelta e il taglio dei marmi che rivestono le pareti non è casuale, con le venature che si compongono in un preciso disegno dall'andamento speculare. A questo punto dovremmo scardinare le poltrone e sfondare il controsoffitto per ritrovare il perfetto equilibrio originario della zona destinata all'attività fisica vera e propria, dove in sequenza sospesa trovavano posto i singoli attrezzi necessari all'allenamento (il quadro, una fune, la pertica, oggi purtroppo assenti).

Sul fondo della sala, alle spalle di un tramezzo marmoreo valorizzato dalla presenza di una delle due statue di bronzo dorato realizzate da Silvio Canevari, troviamo la zona relax disposta su due livelli, collegati fra loro dalla famosa scala elicoidale, elemento catalizzatore di tutte le linee rette che come in una spirale animata si avvitano verso l'alto perdendosi in un apparente movimento continuo (e se non fosse Sgarbi, ma quello che ho fumato?). Nel piano inferiore, tra mosaici a forte connotazione simbolica del Severini ed elegantissimi portoni neri con inserti marmorei, trovavano posto il bagno, lo spogliatoio e la zona massaggi, mentre al livello superiore l'intera zona era riservata alla "cura del sole artificiale": un solarium ante-litteram, destinato alla produzione in via sperimentale del primo tiranno lampadato della storia. Potremmo continuare per ore a scoprire ogni singolo dettaglio di un ambiente dove nulla è stato lasciato al caso, ma il consiglio che vi do è quello di prepararvi anticipatamente su quello che era il luogo prima della sua "rancorosa espoliazione", per poi infine ricreare e sperimentare sul posto la suggestione di un'architettura maledettamente perfetta ed estremamente moderna.

In prossimità dell'uscita passeremo nuovamente sopra  il mosaico di ingresso di Gino Severini, raffigurante Icaro che cade a testa in giù come conseguenza dell'ardito gesto di essersi avvicinato nel suo volo troppo vicino alla luce del sole (il sole come riferimento al duce): "dux mea lux", recitava il celebre slogan fascista...e guardando la scala di fronte viene spontaneo pensare unicamente alla squallida luce artificiale di quell'antico solarium. E alla fine tutto torna.

E' possibile visitare la palestra del duce esclusivamente in occasione di visite guidate speciali organizzate da associazioni culturali (cercate su internet e vedrete che prima o poi qualcosa esce fuori ;) )
Infine vi ho già detto che è uscito il libro? (solo una milionata di volte). Insomma se vi piace il blog e non sapete che cosa regalare agli amici allora andate sul sicuro e cliccate su http://www.romafuoripista.com/, dove oltre alla possibilità di acquistare "Roma Fuoripista" on line troverete anche la lista delle librerie che lo spacciano a Roma.

GRAZIE ALL'AMICO MARCO PER LE FOTO!

mercoledì 23 maggio 2012

Dice che inizia la seconda caccia al tesoro (bestiario romano)


Eccoci pronti per la seconda caccia al tesoro alla ricerca di curiosità e aneddoti Romani. Essendo il tema decisamente animalesco, ho deciso di intitolare questo secondo contest "Bestiario Romano".
Vediamo al solito le regole e i premi:

- ci sono tre indizi in rima...incompleti. Ognuno di questi fa riferimento a un aneddoto avente per oggetto una "bestiaccia" del centro storico.

- Completate la rima e partite alla caccia della bestia in questione armati del vostro ultimissimo modello di cellulare/macchina fotografica/cinepresa (come al solito la qualità artistica delle foto è assolutamente ininfluente, alla faccia di ogni concorso fotografico di cui pullula il web). Per facilitarvi il compito ho scelto obiettivi facilissimamente raggiungibili a piedi tra loro nell'arco di pochissime centinaia di metri.

- Il primo che pubblicherà sulla pagina facebook di "dice che a Roma" le foto delle"prede", accompagnate dalla didascalia che ne parafrasi l'aneddoto in rima, si aggiudica una copia di "Roma Fuoripista".

- Come sempre sulle foto dovrete comparire anche voi (o una parte di voi a scelta) come prova del fatto che avete effettivamente portato le vostre chiappe fuori casa invece di fare affidamento al solito motore di ricerca.
Partiamo con i tre indizi:

1. Dall'insegna de un bordello
Alle mura der convento
'sta parente der porcello
Avrà fatto pentimento?

Se hai capito questa strofa
Parti a caccia della .....

2. Quando il prode cacciatore
Tra le corna della preda
Vide er Cristo Redentore
(ma beato chi ce creda)

Di Gesù si fece servo
Tutta colpa de quer .....

3. Tra er Bernini e 'n frate artista
Si compete e c'è "maretta"
E con la scusa de na svista
Pronta ha il genio la vendetta

Ar convento lì antistante
Mostra er culo il suo ........

Come al solito consiglio ai non Romani di sguinzagliare amici e parenti in quel di Roma al loro posto. Per chi non dovesse risolvere l'arcano o è troppo pigro per provarci, ha il cellulare scarico, ha perso l'autobus, odia gli indizi in rima, arriva sempre per ultimo o semplicemente non c'ha capito un cazzo consiglio di acquistare la sua copia di "Roma Fuoripista" direttamente dal sito http://www.romafuoripista.com/ (con dedica inutile del sottoscritto) o nelle seguenti librerie
- L'Argonauta in Via Reggio Emilia (davanti al MACRO, per gli acculturati)
- L'Eternauta al Pigneto
- La Libreria del Viaggiatore in Via del Pellegrino
- Altroquando davanti a Pasquino
- Edicola a Piazza S. Eustachio (dopo er caffè, ovviamente)
. Art Studio Caffè a Via dei Gracchi

In bocca al lupo...anzi al...(eh no lo dovete indovinare voi!)



giovedì 17 maggio 2012

Dice che "sotto" Roma..

Aldilà dei parchi e delle ville, è anche nel verde di sorprendenti "schegge" di campagna incontaminata che possiamo leggere la struggente bellezza di Roma: aggredite ai margini da antiestetici rigurgiti edilizi opera di palazzinari senza scrupoli, resistono nel tempo regalandoci l'illusione di un agro romano superstite, incastonato tra i confini della metropoli come prezioso monito per le generazioni future.


E' il miracolo della via Appia e in questo caso della via Latina, che per pochissime centinaia di metri spunta fuori tra le colate di cemento incorniciata da quei celeberrimi pini di Roma che, come canta il sor Venditti, "la vita non li spezza" (mentre Alemanno li piegherebbe volentieri). La sopravvivenza di queste zone mai edificate è fonte inesauribile di tesori inaspettati che in altri casi, e per ovvie necessità abitative, rimangono sepolti per sempre sotto dieci piani di terrazzatissimi "palazzi in cortina adiacenze metro e zona commerciale". Il sepolcro dei Pancrazi, sconosciuta meraviglia del parco delle tombe di Via Latina, rappresenta una piacevole eccezione, giunta fino a noi per una serie di fortuite coincidenze e il contributo di singolari personaggi. Tra questi emerge la figura di un simpatico Indiana Jones de' noantri, tale Lorenzo Fortunati, che proprio come il mitico avventuriero ideato da George Lucas, era un professore con il pallino dell'archeologia, il cui interesse per le scoperte oscillava tra la passione per la storia e la speranza di ricavare "un onesto lucro" dalla commercializzazione dei reperti (il ricavato veniva a quel tempo diviso tra il proprietario del terreno e lo scopritore): in poche parole un tombarolo laureato. E fu proprio il nostro Lorenzo che, all'inizio della seconda metà dell'Ottocento, si calò dal lucernario del sepolcro affiorante in superficie, dando il via a questa avventura e alla sua opera di scavo. Più che uno scavo uno sterramento selvaggio, che alla faccia delle attuali tecniche di indagine stratigrafica che permettono di ricostruire gli eventi cronologici fornendoci preziose informazioni sull'antropologizzazione dell'area (maddechè, direbbe il Fortunati) mirava esclusivamente al rinvenimento di opere d'arte e reperti di valore.


E proprio come in ogni episodio della celebre saga, anche in questo caso comparve sulla scena l'antagonista a mettere i bastoni fra le ruote, nello specifico la Chiesa (mossa alla Dan Brown) che con la scusa del ritrovamento di ulteriori resti di matrice cristiana attribuibili ad una basilica intitolata a S.Stefano, decise di esautorare il giovane professore arrogandosi il diritto di proseguire gli scavi per mezzo della commissione di archeologia sacra. Tra sacro e profano prevalse alla fine il laico istituzionale, e intervenne dunque il recentemente costituito Stato Italiano che, in un suo fulgido inizio pieno di buoni propositi, acquisì l'intera area procedendo al restauro dei monumenti (e aggiungendo tra l'altro arbitrariamente e con molta fantasia alcuni elementi architettonici ormai perduti, come ad esempio l'intero alzato della tomba dei Valeri). Il sigillo finale lo pose l'allora ministro Baccelli con la saggia decisione di adibire l'area a parco archeologico, preservandola in questo modo dalle future grinfie degli speculatori. Tra le tombe da cui il parco prende il nome, il sepolcro dei Pancrazi è senz'altro la più spettacolare. Si accede tramite quello che sembrerebbe un anonimo capanno per gli attrezzi: una costruzione in cemento destinata a preservare dai fenomeni atmosferici la zona ipogea, unico ambiente superstite dell'intera costruzione oggetto delle disordinate scoperte del Fortunati. Una volta scesi lungo la scala originaria ci ritroveremo al cospetto di due ambienti distinti in successione. Nel primo ci soffermeremo solamente per onorare l'origine etimologica del sito, in quanto sede di un sarcofago "matrimoniale" a due piazze (riservato ai coniugi Demetrius e Vivia Severa) riportante l'iscrizione che fa riferimento al collegio dei Pancrazi, ultimi proprietari del sepolcro e responsabili dell'attuale appellativo. Parliamo di collegio in quanto al tempo era consuetudine che le tombe venissero acquistate da una specie di cooperative, dette appunto collegi, i cui membri, cittadini della classe media che evidentemente non potevano permettersi una tomba personale, versavano una quota annuale per la manutenzione del "sepolcro sociale", garantendosi in questo modo una dignitosa collocazione al momento della dipartita.


Questo primo ambiente doveva probabilmente risultare aperto in origine (il pavimento in pendenza e la presenza di un pozzo di scolo ce lo confermano) come fosse una sorta di cortile di accesso al sepolcro vero e proprio, ed è in effetti solo attraversando la porta di collegamento tra i due vani che scopriremo il cuore della tomba e l'oggetto di tutta la nostra meraviglia. L'impressione è quella di entrare nel salotto di un appartamento reale, dove solo la presenza di un enorme sarcofago dalle linee orientaleggianti ci riporta alla realtà di una meravigliosa camera sepolcrale, sovrastata da una volta a crociera decorata con stucchi policromi e pitture dallo straordinario stato di conservazione. Il tema delle stupefacenti decorazioni ruota tutto intorno alla mitologia greco-romana, con la narrazione di celebri miti che si alternano alla raffigurazione di eroi classici secondo un'iconografica esaltazione del defunto, convergendo idealmente verso il tondo centrale della volta dove Giove-Zeus troneggia rappresentato con le fattezze del titolare.


Esattamente di fronte all'ingresso, si distingue tra i miti l'episodio del "giudizio di Paride", dove Paride è chiamato a scegliere la dea più bella tra le tre candidate al titolo Era, Atena e Afrodite, in una sorta di concorso di bellezza ante-litteram. La storia la conosciamo non fosse altro che per la puntata di Pollon intitolata "i fanghi di Afrodite", nella quale le tre dee entrano in accanita competizione come trashissime concorrenti di un reality show di Mediaset, contendendosi la celebre mela con su scritto "alla più bella" (e perdonate se le fonti non sono propriamente le più illustri). Il mito di Alcesti, sul lato opposto, venne invece probabilmente scelto allo scopo di esaltare il tema della fedeltà e della dedizione coniugale: la protagonista sceglie infatti di sacrificarsi per il proprio uomo, Admeto re di Tessaglia, il quale venne insignito dall'amico/protettore Apollo di un bonus "evita-morte" nel caso in cui qualcuno avesse deciso di prendere il suo posto nel momento fatidico. Dopo il comprensibile rifiuto di parenti e amici, i quali si espressero con molta probabilità nel corrispettivo in Greco antico del nostro efficacissimo "machittesencula", fu proprio la fedele sposa a morire per lui. Sul finale interviene comunque Ercole, che in barba all'egoismo di Admeto, regala a tutti il lieto fine riportando in vita l'ingenua fanciulla. Tra un mito e l'altro colpiscono infine le straordinarie pitture che, tra maschere, cesti di frutta e uccelli esotici, ci regalano sorprendenti rappresentazioni di paesaggi idillici, che quasi sembrano essere stati dipinti dalla mano di un pittore impressionista dell'Ottocento. Fa riflettere come l'arte si sia involuta nuovamente nei secoli successivi verso quella rappresentazione piatta e bidimensionale tipica del periodo alto-medievale, per ritornare infine a quella profondità e potenza espressiva solamente moltissimi secoli dopo.


Una volta usciti dal sepolcro guarderemo infine i resti del tracciato della via Latina con occhi diversi e come in una ricostruzione in 3D alla SuperQuark quasi riusciremo ad immaginarla come era un tempo, tra quello stesso azzurro del cielo e il verde di una campagna che miracolosamente è arrivata intatta fino a noi. Un privilegio di cui dobbiamo essere grati anche e soprattutto al nostro Indiana Jones, alias Lorenzo Fortunati.

Il parco delle tombe di via Latina è aperto tutti i giorni con accesso libero fra le 9:30 e le 18:00 mentre
l'ingresso al sepolcro è possibile solo tramite visita guidata e su prenotazione (o in occasione di aperture speciali). Per informazioni rivolgersi allo 06.39967700 (cooperativa Pierreci).