venerdì 27 maggio 2011

Dice che sta in estasi religiosa...dice lei..

Se da sempre le statue sono sinonimo di mutismo e immobilità, allora vale certamente la pena andare a scoprire, in uno dei maggiori capolavori di Lorenzo Bernini, la capacità di trasformare un blocco di marmo in un'esplosione di sensi, dove il movimento, la fisicità e finanche la risonanza di un gemito, ci colpiranno con tutta la forza espressiva del barocco, lasciandoci ammirati, confusi e con la strana sensazione di risultare persino un pò indiscreti: stiamo parlando dell'estasi di S.Teresa D'Avila.

Per interpretare l'ambiguo mistero di questa eccezionale opera d'arte, o almeno per cercare di darle un senso e una lettura personale, dovrete recarvi nella chiesa di S. Maria della Vittoria in via XX Settembre, così chiamata in onore dei vittoriosi risultati in ambito bellico ottenuti da Cristiani contro Protestanti in occasione del match della Montagna Bianca, durante il campionato della guerra dei trent'anni. E fu proprio per celebrare questi "pii avvenimenti" che la chiesa venne riccamente e sfarzosamente decorata alla maniera barocca, così come ci appare oggi in tutto il suo splendore. Molti di voi la ricorderanno inoltre come una delle tappe del sopravvalutato romanzo "Angeli e Demoni", nel passo in cui il celebre investigatore Robert Langdon, interpretato da Tom Hanks nell'omonimo blockbuster americano, accorre sul tardivamente previsto luogo del delitto per ritrovarsi ovviamente a festa terminata di fronte ad uno dei cardinali, vittima predestinata, appeso in catene sopra una catasta infuocata e marchiato a fuoco con la scritta "FIRE" (un plauso alla focosa coerenza).

L'opera oggetto della nostra visita è collocata in una delle cappelle del transetto sinistro della chiesa, e più precisamente nella cappella funeraria della famiglia Cornaro, la cui decorazione fu commissionata all'artista dallo stesso Cardinale Federico Cornaro. Ci troveremo davanti ad una vera e propria rappresentazione scenica, dove il Bernini, mettendo a frutto tutta la sua esperienza nel campo come realizzatore di imponenti scenografie teatrali, ricostruisce lo spettacolo dell'estasi con protagonisti dell'azione la Santa e un sadico cherubino. Per completare la metafora del palcoscenico, Bernini non ci risparmia nemmeno gli effetti speciali delle luci dei riflettori, utilizzando l'artificio barocco di una finestrella nascosta, attraverso la quale la luce naturale del giorno, irradiandosi lungo una struttura artificiale di raggi di bronzo, riproduce un suggestivo effetto di illuminazione sugli "attori" al centro della scena. A chiudere il quadro troviamo persino la riproduzione del pubblico (la famiglia Cornaro) che assiste distrattamente allo spettacolo dalle altezze di un palchetto teatrale. Per comprendere il senso di quest'opera e le sue possibili letture, sarà bene riprendere il passo dai diari della Santa a cui l'artista si ispirò per la realizzazione del suo capolavoro.

"Un giorno mi apparve un angelo bello oltre ogni misura. Vidi nella sua mano una lunga lancia alla cui estremità sembrava esserci una punta di fuoco. Questa parve colpirmi più volte nel cuore, tanto da penetrare dentro di me. II dolore era così reale che gemetti più volte ad alta voce, però era tanto dolce che non potevo desiderare di esserne liberata. Nessuna gioia terrena può dare un simile appagamento. Quando l'angelo estrasse la sua lancia, rimasi con un grande amore per Dio. » (Santa Teresa d'Avila, Autobiografia, XXIX, 13).  La Santa ci appare decisamente dotata di quella maestria descrittiva che farebbe invidia a Barbara Cartland e a tutte le più spudorate autrici di romanzi rosa della celebre collana Harmony nell'esplicitazione di tali sensuali atmosfere. E chi l'avrebbe mai detto, inoltre, che il mitico Mario Brega in "un sacco bello" di Verdone si sarebbe avventurato in una citazione Teresiana, riferendosi con leggiadria e cognizione di causa alla figura soprannaturale dell'angelo dotato di "spada de foco", accompagnando il tutto con un gesto non riportabile in forma letteraria, ma che sono certo molti di voi staranno in questo momento reinterpretando di fronte allo schermo del pc.

In effetti già ai suoi tempi molto si discusse sulla figura di questa santa, istitutrice dell'ordine delle monache e dei frati Carmelitani Scalzi, e fondatrice indefessa di conventi e case per il suddetto ordine con ritmi al limite della bulimia edilizia. Lei stessa soleva sottoporsi a mortificazioni corporali dettate dai sensi di colpa insinuati in lei da chi non vedeva nelle sue esperienze mistiche un accezione del tutto spirituale. In ogni caso la complessità della sua figura, al confine tra forza carismatica ed estrema fragilità fisica e mentale, dove la linea di demarcazione tra le fantasie sessuali di una giovane donna e l'esperienza del divino è labile e confusa, ispirarono al nostro Bernini una delle più emozionanti e vitali opere d'arte, proprio nel momento in cui, sotto il Pontificato di Innocenzo X, le sue quotazioni di artista cominciavano lentamente a scendere.

L'interpretazione del passo è magistralmente riprodotta nel dettaglio, con la Santa adagiata su una nuvola, che come una macchina teatrale la trasporta verso l'alto, e in cui  tutto il tormento, l'estasi e l'abbandono del corpo vengono trasferiti sull'effetto disordinato e scomposto dell'ampia veste, appena scostata dal giovane cherubino che con un sorriso perverso le punta la lancia pronto a mirare sul cuore. La bocca socchiusa e gli occhi al cielo sono la perfetta rappresentazione di quel "sacro erotismo" che molte altre volte ritroviamo nell'esperienza di tante celebri mistiche. A chiudere la scena abbiamo infine i membri della famiglia Cornaro, che in una perfetta istituzionalizzazione dell'arte del voyeurismo, assistono all'evento da un palchetto teatrale che affaccia direttamente sull'altare della cappella, trasformato da Bernini in palcoscenico per l'occasione. Appagati da tanta bellezza (e comunque sempre meno appagati della Santa), confusi tra erotismo e sacralità, indecisi fra le più nobili intenzioni e la voluta malizia dello scultore, probabilmente lascerete lo spettacolo senza essere riusciti a comprenderne davvero il significato, ma come dice la nostra S.Teresa in una frase a effetto da bacio Perugina "La cosa più importante è non pensare troppo e amare molto; per questo motivo fate ciò che più vi spinge ad amare". Insomma chissenefrega, andate a casa in buona compagnia e godetevi anche voi la vostra personalissima estasi.

La Chiesa di S. Maria della Vittoria si trova in via XX Settembre 17 ed è aperta tutti i giorni dalla 9:00 alle 12:00 e dalle 15:30 alle 18:30.

martedì 3 maggio 2011

Dice che al vino e "al resto" ci pensa la garbata ostella (II parte)

Segue la seconda parte dell'itinerario alla scoperta della Garbatella (leggete la prima parte se non l'avete ancora fatto).

Dopo avervi abbandonato per tre giorni in un estenuante aperitivo all' "acino brillo", prima di riprendere il nostro percorso sarà innanzitutto opportuno tastarvi il polso e accertarmi che siate ancora vivi. Fatto questo, vi invito a rimettervi in marcia per proseguire nell'esplorazione del quartiere, alla scoperta delle bellezze che la nostra garbata ostella tiene ancora in serbo per noi.

Prima di lasciare piazza Sant'Eurosia e i suoi dintorni, vi suggerisco di volgere la vostra attenzione al famoso lotto 24 confinante con la Piazza, altrimenti detto lotto delle "casette modello". Questo vero e proprio laboratorio di sperimentazione urbana, venne edificato nel tempo record di soli 5 mesi in occasione del XII Congresso Internazionale delle Abitazioni e Piani Regolatori del 1929 (pensate che palle), con lo scopo di celebrare le potenzialità estetiche di stampo razionalista applicate alla funzionalità dell'edilizia popolare, il tutto ovviamente a fini dimostrativi e propagandistici. Venne quindi indetto un vero e proprio concorso a cui parteciparono i più importanti architetti della "scuola Romana". Tra questi si distinse e si accaparrò il titolo di vincitore (stop al televoto) l'architetto Mario De Renzi, con l'esecuzione del cosiddetto villino Palladiano all'angolo tra via delle Sette Chiese e via Borri, così come ricordato sulla lastra posta ai piedi del cancelletto di ingresso. Il risultato di questo esperimento è un'isola urbanistica a se stante, dalle architetture sobrie e lineari, che si inserisce con la sicurezza dell'abito "casual" in questo contesto a tratti esageratamente neobarocco e a tratti eccessivamente troppo ministeriale. Sempre nelle adiacenze della piazza, esattamente sul lato opposto, non mancate di fare un salto alla cosiddetta "chiesoletta" di garbatella, dedicata ai Santi Isidoro ed Eurosia e molto cara agli abitanti del quartiere, in particolare legati al suo oratorio, luogo di aggregazione di generazioni di ragazzi tra partite di pallone, prime canne e interminabili sfide a biliardino (il capitano della Roma Di Bartolomei si formò proprio su questo campetto).

Vale sicuramente la pena dare un'occhiata alla simpatica meridiana posta sul muro della chiesa ed incisa su una lastra di marmo. Oltre ad indicarci le ore comprese tra le 10:00 e le 15:00, con quel mix di sacro e profano tipico del disancantato modo di fare dei Romani, prima ci invita a riflettere con "Insegnaci o Signore a contare i nostri giorni" e poi a sbevazzare impunemente con "È sempre l'ora per un buon bicchier di vino". Che è un pò in effetti lo stesso ragionamento fatto da me quando ho cominciato a sospettare di non capirci un cazzo di come leggere una meridiana. A questo punto, seguendo gli insegnamenti del Signore, se i tempi coincidono con quelli della cena (o del pranzo), prima di passare sotto l'arco di via Rubino vi consiglio caldamente una sosta nella trattoria "tanto pe magnà", situata al civico 9/15 di via de Jacobis.
Come sempre più spesso accade, questi leggendari posti dove "se magna bene e se spende poco" sono diventati le nuove frontiere del radical chic, e attori e politici sempre più numerosi cedono al richiamo del piattone di carbonara in trattoria, secondo la nuova moda degli pseudo-vip che tra una scappata al Billionare e una seratina ad Arcore, non dimenticano i piaceri semplici e genuini del popolo a cui "si mischiano" per benevolenza e ritorno d'immagine ( lo dico con impercettibile vena polemica). 
A proposito di ciò mi è capitato di avvistare il presidente della regione Renata Polverini, che in un geniale seppure involontario atto di autoironia, ha scelto di portare il suo staff a cena proprio qui, nel posto che porta il nome dell'obiettivo primario della sua carriera politica, nonchè del vero e proprio leit-motiv della sua attività in regione: "TANTO PE MAGNA' ", appunto! Il sito web della trattoria è una celebrazione dell'essenzialità e del minimalismo: una pagina sola, poche cazzate e informazioni rigorose. In ogni caso le promesse vengono mantenute e questo ci piace molto, quasi quanto le polpette al sugo, la ricottina fresca dell'antipasto e l'immancabile gricia.

Soddisfatti e avvinazzati potrete riprendere il giro, imboccare via Rubino sotto l'arco, e godervi una piacevolissima passeggiata lungo questa amena stradina alberata, resa ancora più piacevole nelle serate primaverili dall'intensità del profumo dei fiori ( e se anche sentiste profumo di violette non aspettatevi di veder sbucare Padre Pio da qualche cortile). A metà strada un simpatico murales vi inviterà a soffermarvi per un ripasso completo della filmografia del grande Alberto Sordi. Prima di raggiungere Piazza Sapeto, vi suggerisco di curiosare nell'ultimo condominio a sinistra, dove, soprattutto nelle mattinate di sole, avrete la possibilità di godervi tutto il fascino di un intero cortile adibito a stenditoio, allestito con una variopinta esposizione di panni e lenzuola stesi ordinatamente ad asciugare. Confesso di provare una specie di attrazione morbosa per i caratteristici scorci di panni stesi al sole, umile spettacolo del quotidiano che grazie a quella commistione di semplicità, freschezza e rassicurante malinconia riesce comunque a suscitare un'emozione. Piazza Sapeto ci appare come un' autentica scenografia teatrale, in cui i palazzi sono le quinte di un palcoscenico che si apre inaspettatamente su un panorama metropolitano, lontano anni luce dallo splendore mozzafiato delle vedute del Gianicolo, ma con il fascino underground che solo le  periferie delle grandi città possono offrire. Al posto di una più classica cupola rinascimentale, la protagonista di questo scorcio urbano è la torre dell'orologio dell'albergo Rosso, uno dei quattro alberghi sorti alla fine degli anni trenta come ulteriore espressione architettonica del quartiere, e destinati ad ospitare temporaneamente gli sfollati del centro storico in camerate e spazi comuni.

A questo punto, nel caso abbiate esagerato con il vino di "tanto pe magnà", vi invito alla cautela nello scendere la scalinata di via Angelo Orsini, alla fine della quale, probabilmente complice l'alcol, troverete estremamente romantico il colpo d'occhio che vi si offrirà quando vi volterete alle vostre spalle. Al lato c'è la piccola fontana Carlotta, detta anche fontana degli innamorati in quanto storico luogo di incontro dei fidanzatini per i loro convegni d'amore prima della guerra:  un volto femminile incorniciato da lunghi capelli, da cui zampilla un getto d'acqua fresca, al tempo importante fonte di approvigionamento di acqua potabile per gli abitanti del quartiere.
L'immagine complessiva ci riporta a quegli acquarelli sul genere "Roma sparita", che lasciano un sorriso ebete sul volto ed una piacevolissima nostalgia, canaglia (come direbbe Albano) almeno quanto gli stronzissimi e scivolosi sanpietrini bagnati alla base della fontana.  Scesi dalla scalinata girate a destra per via Roberto De Nobili e proseguite fino a piazza Geremia Bonomelli.
A prima vista lo slargo non ha nulla di attraente, e prima che possiate pensare che vi abbia condotto in un posto totalmente inutile perchè ormai a corto di cartucce, vi segnalerò due piccole curiosità.

Innanzitutto, se guardiamo in alto sulla facciata del palazzo alla nostra sinistra, riconosceremo l'effigie della nostra beneamata ostella, protagonista nel precedente post dell'incipit di questo itinerario e simbolo stesso del quartiere. E' un busto di donna, che mostrandoci un seno scoperto, sembra invitarci maliziosamente a scoprire le sue grazie. E a noi piace pensare che in effetti ,se vogliamo davvero riconoscere la garbata ostella come personificazione del quartiere, quello che stiamo facendo è proprio scoprire le sue bellezze, in entrambi i casi neanche tanto nascoste, così come lei stessa ci invita a fare. Sempre sul muro dello stesso palazzo, un graffito di vernice rossa ci esorta con circa sessant'anni di ritardo a fare quelle che dovranno essere le nostre scelte politiche con un: "VOTA GARIBALDI LISTA 1" (Il volto di Garibaldi era l'emblema del Fronte Popolare in opposizione alla Democrazia Cristiana in occasione delle elezioni del 1948). Non si sa chi sia l'autore, ma è divertente immaginare che l'antenato di coloro che oggi verrebbero presi a calci nel culo per aver imbrattato le mura di un palazzo, abbia avuto le attenzioni di un restauro e di una pensilina a proteggere la sua personalissima, libera espressione.

Siamo quasi sul finale e vi garantisco che come in ogni spettacolo che si rispetti il bello deve ancora venire. Prendete via Basilio Brollo e girate a sinistra in via Rocco da Cesinale, seguendo l'anonimo tratto di strada che vi condurrà fino a piazza Longobardi. Lo spiazzo è dominato dall'elegante edificio che ospita l'asilo "casa dei bimbi", una delle poche costruzioni preesistenti al quartiere come villa e residenza di campagna ( a sua volta costruita sui resti di una Villa Romana di cui rimangono ancora tracce), e oggi conosciuta semplicemente come "la scoletta" dagli abitanti della zona. Da questo punto potete avviarvi verso il tratto più suggestivo e caratteristico, che scendendo per Via Giovanni Ansaldo e poi di nuovo a destra per via Randaccio culminerà nell'atmosfera incantata dell'omonimo Largo Randaccio. Insinuatevi nei cortili, tra nani da giardino e panni stesi ad asciugare (lo so è una fissa), piante che si arrampicano sui portici e palazzetti che sembrano piccoli castelletti in miniatura, dove al posto degli stemmi di famiglie nobiliari, compare il simbolo ICP (istituto case popolari) a ricordarci il paradosso di questo piccolo miracolo architettonico. L'estetica e la funzionalità, il passato e il presente politico, la semplicità popolare e le smanie intellettuali, sono quel continuo contrasto che rende unica questa piccola città nella città. Qui a largo Randaccio lascerò che vi perdiate per curiosare in giro. Concedetemi la piccola bastardata di avervi condotti per mano passo passo, per poi infine abbandonarvi tra i viottoli del quartiere, ben sicuro che alla fine converrete con me che perdersi un pò per la Garbatella è solo un'altra piacevolissima esperienza.
Il giro finisce qui..almeno per me ;)!

I contatti telefonici di "tanto pe magnà" (anche qui la prenotazione è d'obbligo) li trovate sulla pagina http://www.tantopemagna.it/

Grazie a Maurizio, Claudia e Luca per avermi accompagnato nelle mie esplorazioni del quartiere!



sabato 30 aprile 2011

Dice che al vino e "al resto" ci pensa la garbata ostella (I parte)

C'era una volta una bellissima ostessa. Nella sua locanda, adagiata sulla cima di uno sperone roccioso a sovrastare la basilica di S.Paolo, la fascinosa donna soleva accogliere con premura e dedizione i numerosi pellegrini che durante il celebre pellegrinaggio delle "sette chiese", decidevano di concedersi una sosta profana inebriandosi del vino e delle grazie dell'ostessa per riprendersi dalle loro sante fatiche. Si dice che la donna fosse a tal punto gentile e cortese che venne in breve soprannominata la "garbata ostella", ed è proprio a memoria delle sue garbate gesta (nel servire alla tavola come a letto) che la zona dove un tempo sorgeva l'osteria prese il nome di Garbatella.

E' un posto strano la Garbatella: la Roma e la romanità più autentica in un luogo che architettonicamente è quanto di più lontano ci sia dalla città che siamo abituati a conoscere. Passeggiare per il quartiere è una piacevolissima esperienza fatta di scoperte e familiarità. Ci si imbatte ancora nei veri Romani, con le trattorie veraci, i panni stesi, i bambini che giocano a pallone nei cortili, le signore affacciate alla finestra, e una genuina sinfonia di "aò" e "mortacci tua" come nostalgica colonna sonora di una Roma altrove sparita.
Il cuore del quartiere, la sua prima pietra e la genesi di uno stile architettonico soprannominato barocchetto Romano si ritrovano nell'incantevole piazzetta Brin. E' proprio qui che nacque la Garbatella, per ospitare operai e futuri lavoratori portuali in vista del grandioso progetto (mai realizzato) di costruzione di un canale navigabile parallelo al Tevere, che avrebbe dato vita a un importante porto commerciale alle porte della città (nell'attuale zona del Gazometro).

L'idea era quello di creare una sorta di città giardino fatta di villini, orti e cortili, dove gli abitanti potessero rivivere in perfetto equilibrio con gli spazi e le proprie dinamiche sociali, a metà strada tra il modello delle nuove periferie inglesi e la vita nelle campagne da cui i nuovi lavoratori sarebbero venuti.
Lo stile iniziale di questo quartiere, inizialmente concepito come un piccolo borgo marinaro,  risulta sorprendentemente ricercato, con elementi decorativi di gusto medievale che si fondono a richiami barocchi, vestendosi di povero solamente nella scelta e nell'utilizzo di stucchi e materiali economici.
Questa volta ho deciso di condurvi passo passo lungo un vero e proprio itinerario. Il consiglio è di seguirlo in un tardo pomeriggio estivo, così che possa interrompersi con un aperitivo all'aperto che faccia da apripista ad una smodata indigestione di trippa alla Romana Garbatella-style..

Propongo di partire proprio da Piazza Brin, dove tutto è iniziato il 18 febbraio del 1920 e dove il re Vittorio Emanuele III pose la prima pietra del quartiere, così come recita la targa posta sulla facciata del bellissimo palazzetto ocra, archetipo del già citato barocchetto romano  «Per la mano augusta di S.M. il Re Vittorio Emanuele III l'Ente autonomo per lo sviluppo marittimo e industriale e l'Istituto delle case popolari di Roma con la collaborazione delle cooperative di lavoro ad offrire quieta e sana stanza agli artefici del rinascimento economico della capitale. Questo aprico quartiere fondano oggi. XVIII Febbraio MCMXX.». Dalla piazza iniziate il percorso verso sinistra costeggiando i giardini con la pista di pattinaggio fino all'incrocio con via delle Sette Chiese. Dopo aver cambiato idea circa una quindicina di volte su quale villino vorreste possedere, arrivati all'incrocio avviatevi in discesa lungo questo piacevole tratto pedonale. La strada costeggia un parchetto che, dietro il suo anonimo aspetto di giardinetto di periferia concepito al solo scopo di sollazzare cani e cannaroli, nasconde all'interno di un'insospettabile casupola dal tetto rosso erroneamente identificabile come cesso pubblico, l'ingresso ad un vero e proprio tesoro sotterraneo: le catacombe di Commodilla. Il sito archeologico è normalmente visitabile su appuntamento, ma considerato che il nostro itinerario di oggi nasce con l'unico intento di una disimpegnata passeggiata tra i cortili e l'obiettivo di un'abbuffata in trattoria, rimando a futuri post di più elevato livello culturale-storico la descrizione di questo sorprendente monumento sotterraneo.
Girate di nuovo a sinistra per via della Garbatella (all'angolo c'è la mia personalissima scelta di villino dei sogni) e poi subito a destra discendendo per via Luigi Orlando, percorrendo la quale, mentre curioserete tra giardini e cortili evitando possibilmente di collezionare il numero massimo consentito di  "che cazzo te guardi?," raggiungerete in breve piazza Bartolomeo Romano al cospetto del celebre teatro Palladium.

A questo punto un breve salto temporale ci trasporterà dall'amena concezione di città giardino del 1920, alle incombenti necessità abitative in pieno periodo fascista, quando lo sventramento del centro storico e il conseguente dislocamento di parte della popolazione in zone periferiche, assecondò una diversa funzionalità architettonica nello sviluppo di palazzine più grandi, in grado di accogliere un maggior numero di famiglie e dove il verde degli orti individuali venne sostituito da cortili comuni, stenditoi e asili nidi. L'esasperazione di questo processo lo ritroviamo nella costruzione dei famosi alberghi di piazza Michele da Carbonara, di cui parleremo nella seconda parte di questo lungo itinerario.

Il Palladium nacque come cinema rionale di quartiere nel momento in cui la Garbatella, sempre più meta di sfollati trapiantati dal centro storico, cominciò a sentire l'esigenza di sviluppare servizi pubblici e luoghi di intrattenimento sociale. Da cinema di quartiere è stato riconvertito nel tempo in sala concerti, discoteca rock e oggi teatro. Potrei vantarmi di avervi assisitito a un fantastica esibizione live dei Muse, ma a quel punto per onestà intellettuale sarei anche costretto ad ammettere di aver presenziato in tempi non sospetti ad uno dei primissimi concerti degli articolo 31. Erano ancora agli inizi, avevo solo 17 anni, J Ax non era ancora lobotomizzato..e per evitare di continuare a lungo, sull'eco delle mie inutili e balbettate giustificazioni vi invito a proseguire in salita per via Francesco Passino fino all'incrocio con via Vittorio Cuniberti.

Prendendo via Cuniberti entrerete ufficialmente nella zona delle cosiddette "case rapide", altro esempio di sperimentazione architettonica che prevedeva la costruzione in tempi brevissimi di abitazioni dallo stile molto più sobrio e realizzate con materiali più economici rispetto al lotto originario di Piazza Brin. Questa è a mio parere la zona più affascinante del quartiere: l'atmosfera è quella di un piccolo borghetto fuori città, con le sue casette basse, i soliti cortili e il rumore della televisione e delle stoviglie riposte dopo il pranzo a rivelare una rassicurante quotidianità oltre le finestre aperte. E come in una antica Pompei potrete divertirvi a scovare tracce di "affreschi" giallorossi, testimonianze indelebili dell'ultimo scudetto della Roma, quando Garbatella e Testaccio si trasformarono in un vero e proprio monumento celebrativo a due colori.

Percorrete tutta la strada attraversando la silenziosa e suggestiva piazzetta Giovanni Masdea, e all'incrocio con Via Magnaghi, vi suggerisco una breve deviazione a destra verso Piazza Sauli. Una volta attraversati gli archi potrete infatti ammirare un interessantissimo esempio di architettura razionalista "di stato" nell'affascinante edificio che ospita la scuola "Cesare Battisti", con la sua bella torre traforata  (che fa molto New York anni '30) e le quattro aquile littorie, superstiti sentinelle di un tempo fortunatamente andato, rimaste a sorvegliare quello che è oggi uno dei quartieri storicamente più "rossi" della nostra città.
Tornando indietro per via Magnaghi, ripassando nuovamente sotto gli archi, continuate il precedente percorso girando a destra su via Giovanni da Montecorvino, da dove proseguirete fino a scendere i pochi gradini con vista che vi condurranno in Piazza Giovanni da Triora. Per dovere di cronaca, e in pieno tradimento di me stesso e della mia ripromessa di non nominare la sciagurata famiglia televisiva, mi trovo costretto ad informarvi che il Roma club Garbatella in fondo alle scale è conosciuto (e riconvertito) ahimè come bar dei Cesaroni, simpatici a me personalmente quanto un gatto attaccato ai coglioni (licenza poetica in rima ispirata dall'atmosfera goliardica del quartiere), e questo per via del suo utilizzo come location per l'omonima serie televisiva. Dimenticate in fretta questo scomodo dettaglio e proseguite per via Giustino de Jacobis fino a piazza Sant'Eurosia.

A questo punto è arrivato il momento di fermarsi per un aperitivo all'aperto nel wine-bar della piazza (l'Acino Brillo), magari contemplando il suggestivo arco di ingresso di via Rubino, in attesa che da un momento all'altro spunti Nanni Moretti in sella alla sua vespa (lo so è un clichè, ma glielo dovevo come par condicio per aver nominato i Cesaroni). Siamo giunti a metà del nostro percorso e non abbiamo ancora messo niente sullo stomaco.

Il tempo di qualche campari e un paio di prosecchi, e quando la fame si farà sentire, tornerò con la seconda parte di questo itinerario.

La visita alle Catacombe di Commodilla, situate in Via delle Sette Chiese 42, è possibile previo appuntamento con permesso della Pontificia Commissione di Archeologia sacra ( mei cojoni ci sta tutto) al numero di tel. 06/735824

Sempre in via delle Sette Chiese, al numero 68,  vi consiglio la pizzeria "i tre gatti". Aprendo il menù potreste sperimentare l'impulso di produrvi in una vile fuga accompagnata da imprecazioni varie alla vista dei prezzi delle pizze. In realtà scoprirete trattarsi di maxi pizze (tra l'altro molto buone) bi o più gusti per 2/3  persone. Se poi aggiungete la cortesia della proprietaria, degli ottimi antipasti misti (scordatevi i fritti, qui parliamo di cose serie tipo ricotta fresca e trippa al sugo) e un conto più che onesto allora mi ringrazierete per la dritta.

martedì 19 aprile 2011

Dice che a via Giulia vi aspettano i "fratelli della morte"

Se avete molto tempo libero e state pensando di impiegarlo iscrivendovi a un circolo o a un'associazione qualsiasi, ma il burraco e la cucina macrobiotica non fanno per voi, vi consiglio allora di tentare con qualcosa di più originale e vagamente più lugubre, come per esempio entrare a far parte dell'arciconfraternita di S.Maria dell'Orazione e Morte.

Nella centralissima Via Giulia, di fronte a palazzo Farnese, l'omonima chiesa di S.Maria dell'Orazione e Morte nasconde al suo interno un piccolo quanto singolare cimitero che, nel tramandarci la storia di questa antica confraternita, ci svela al tempo stesso una parte importante del patrimonio storico e culturale della nostra città. Ai lati del portale di ingresso, sulla cui sommità una clessidra e due teschi alati ci danno il loro non richiesto benvenuto, due bizzarre cassette per le elemosine ci offrono subito un indizio sugli scopi e le origini di questa associazione di fedeli. La cassetta sulla destra ci saluta con un "hodie mihi cras tibi", che sta per "oggi a me e domani a te" (la chiosa del "tiè" ce la metto io), mentre quella sulla sinistra ci invita ad elargire una donazione per i morti "che si pigliano in campagna". E non ci si riferisce a quei "morti" che,  invocati a gran voce, "piglierete" in campagna in questo prossimo lunedì di Pasquetta dopo aver colpito l'incazzoso gitante di turno con una pallonata in testa, ma di veri e propri cadaveri che rimanevano abbandonati nelle campagne, quando, fino al'inizio del secolo scorso, era troppo oneroso per le famiglie che abitavano fuori città provvedere ad una degna sepoltura per i propri congiunti.

" nell’anno del Signore 1538 alcuni devoti cristiani, vedendo che molti poveri, li quali o per la loro povertà, overo per la lontananza del luogo dove morivano, il più delle volte non erano sepolti in luogo sacro, overo restavano senza sepoltura, e forse cibo di animali, mossi da zelo di carità e pietà instituirono in Roma una compagnia sotto il titolo della Morte, la quale per particolare instituto facesse quest’ opera di misericordia ".
Dall'istituzionalizzazione della confraternita, approvata nel 1552 da Giulio III, si approdò nel 1576 alla consacrazione di una chiesa propria, in seguito ricostruita e rimaneggiata fino ad assumere l'aspetto attuale.
A partire da allora e fino agli inizi di questo secolo, si svolge la vera e propria epopea di questi "zelanti fratelli della morte", che sfidando la fatica e i chilometri sotto piogge torrenziali e attraverso le campagne arse dal sole, raggiungevano ogni angolo più remoto dell'agro romano a recuperare corpi spesso senza nome, per poi ritrascinarli sulle spalle o distesi su una lettiga di fortuna, verso una più dignitosa sepoltura in uno dei tanti cimiteri della città.
Tra questi esisteva anche un cimitero proprio della confraternita, allestito nei sotterranei della chiesa e meta della nostra visita di oggi. Per questo motivo, non avendo il tempo di approfondire il pur interessante interno a pianta ovale della chiesa, dove fa bella mostra di se una copia del San Michele Arcangelo di Guido Reni, procederemo direttamente oltre il pesante portone situato nel corridoio esterno sulla sinistra, recante la scritta decisamente poco equivocabile di "cementerium", per discendere i gradini verso il cuore (e le ossa) di questo luogo.

L'ambiente è altamente suggestivo, e sebbene alcuni fregi parietali e gli stessi lampadari assemblati con ossa umane, possano ricordarci la ben più conosciuta e sfarzosa cripta del cimitero dei cappuccini di Via Veneto (vedete il mio precedente post di Novembre 2010), il silenzio del luogo e l'essenzialità delle pur macabre decorazioni , regalano a questo ambiente un' atmosfera più autentica e sacrale che quasi intimorisce e conforta allo stesso tempo.
Oltre ai già citati lampadari, possiamo osservare una serie di teschi ordinatamente disposti su degli scaffali di legno, una croce latina formata da (indovinate un pò?) altri teschi e una lettiga di ferro, probabilmente utilizzata al tempo per il trasporto dei futuri lampadari dalle campagne ai loro luoghi di sepoltura cristiana.

Una curiosità è che nel cosiddetto ottavario dei morti (il periodo di otto giorni successivo al 1 Novembre), tale cimitero, che prima della costruzione degli argini del Tevere trovava la sua estensione fino al fiume, diventava palcoscenico e scenografia di oratori musicali e rappresentazioni sacre, celebri nell'Ottocento per la ricchezza delle scenografie, delle decorazioni e dei costumi, con artisti e statue di cera a grandezza naturale che si esibivano in una sorta di burlesque dell'oltretomba.
La Confraternita, che ancora oggi conta una ventina di membri, è tuttora esistente, e venuto meno il suo compito originario di recupero e assistenza dei morti, continua ad accompagnare i fedeli defunti con la pratica delle preghiere di suffragio, la gestione della chiesa e della cappella cimiteriale al Verano e, cosa di indubbio valore storico culturale, con il tramandare la storia e le tradizioni dell'associazione stessa.

Gli archivi della compagnia contengono preziosissimi documenti che in oltre 4 secoli, grazie alla minuziosa annotazione di ogni singola tumulazione dal 1552 al 1896, ci offrono uno spaccato dettagliato sulle condizioni di vita, le cause di morte e gli insediamenti geografici delle zone "periferiche" della nostra città. Scoprire questo ennesimo angolo nascosto di Roma, significa quindi riscoprire anche una parte della storia e delle caratteristiche del nostro territorio. Una volta riemersi su Via Giulia, dopo una sguardo all'ansiogena clessidra e a quell' "oggi a me, domani a te", sarà impellente la voglia di andare a bivaccare in uno dei tanti bar che si affacciano nella vicina piazza di Campo de Fiori, fumandoci un intero pacchetto di sigarette accompagnati da un numero indefinito di bicchieri di vino. In fondo se la vita è così breve è meglio godersela, e poi, se vogliamo dirla tutta, come lampadario ancora non mi ci vedo.

La Chiesa arciconfraterniale di S.Maria dell'Orazione e Morte si trova in Via Giulia 262 ed è visitabile il mattino (escluso sabato e domenica) dalle 7:30 alle 11:00 e il pomeriggio (week end compresi) dalle 16:00 alle 18:30. Per accedere alla cripta è sempre meglio chiedere.

giovedì 14 aprile 2011

Dice che al cimitero è più romantico

Una volta che avrete esaurito tutte le cartucce di un tramonto sul lungotevere, uno scorcio panoramico dal Gianicolo e un panino con la salsiccia dallo zozzone, una delle esperienze più romantiche che ancora vi resta da offrire nella nostra città è senza dubbio una passeggiata nel suggestivo cimitero acattolico di Testaccio. E se la proposta suonerà troppo macabra, vi consiglio allora di presentarlo sotto l'altro nome, decisamente più convincente ed evocativo, di "cimitero degli artisti e dei poeti".

La storia di questo luogo è legata in realtà proprio al termine acattolico, in quanto in passato non era permesso dare sepoltura in chiesa o comunque in terra benedetta ai non cattolici (protestanti, ortodossi, suicidi o semplici artisti stranieri di passaggio in Italia). Per questo motivo i corpi dovevano essere seppelliti fuori dalle mura della città e le inumazioni avvenivano soprattutto di notte per evitare incidenti e spiacevoli intromissioni di fanatici religiosi o semplici ubriachi molesti di passaggio. Tra la fine del settecento e gli inizi dell'ottocento, questa parte della campagna Romana a ridosso della mura Aureliane e della piramide di Caio Cestio, venne mano a mano riconosciuta come zona di sepoltura e quindi recintata, in parte a spese delle autorità pontificie e in parte e soprattutto grazie all'intervento di ambasciate e rappresentanze diplomatiche straniere. Il cimitero ospita infatti per la maggioranza cittadini stranieri e cominciò ad accogliere dalla seconda metà del '700 le spoglie di artisti, scrittori o semplici studenti Nordeuropei, che al tempo del cosiddetto Neoclassicismo, affascinati dalle vestigia del nostro passato classico, si recavano numerosi in Italia  per quel famoso viaggio di scoperta che spesse volte, proprio tra tali e tanto agognate bellezze, trovava la sua fine con la morte.
Una delle storie più significative è senza dubbio quella dello scultore Statunitense William Wetmore Story, la cui tomba è ormai divenuta icona dello spirito romantico del luogo, nonchè meta di pellegrinaggio di adolescenti emo-gothic e giovani fotografi tormentati, a cavallo tra le sonorità oscure e malinconiche del gothic rock e i versi inquieti di poeti neoromantici anglosassoni.

La scultura dell'angelo piangente sulla tomba è stata più volte  ripresa sulle copertine di album metal (dai finlandesi Nightwish ai più conosciuti Evanescence) e così come riportato in epigrafe, rappresenta l'ultimo lavoro di William Story prima della sua morte, scolpito come opera celebrativa per la sepoltura della defunta moglie. L' "Angelo del Dolore" (Angel of Grief) è una vera e propria evocazione della sofferenza per la perdita di una persona amata, e se il nome è già di per se sufficiente a far colare fiumi di eyeliner dagli occhi di giovani metallari romantici, ciò che realmente colpisce e commuove è l'immediata percezione di un "dinamico immobilismo" dello sconforto, grazie alla capacità dello scultore di  trasmettere a questo corpo fatto di pietra quel molle abbandono nel dolore, in cui sembra solo mancare il sussulto di un singhiozzo a scuoterne il corpo e le ali. L'artista morì poco dopo l'ultimazione dell'opera e venne sepolto in quella stessa tomba da lui plasmata ,insieme alle spoglie della compianta moglie. Ormai perfettamente in sintonia con lo spirito del luogo, sarete pronti a conoscere e immaginare le decine e decine di altre storie, circondati da artisti, pittori, scultori, poeti, filosofi e attori che a cavallo di due secoli, e provenienti da ogni parte del mondo, decisero un giorno di incrociare il proprio destino con Roma, che ancora oggi li  accoglie in questo piccolo giardino botanico tra cipressi e rose selvatiche, in un tempo sospeso tra l' ombra della piramide e il traffico della via Ostiense.

Non meno straziante è la storia del celebre poeta inglese Shelley, morto annegato al largo della costa Toscana a bordo di un vascello (e bisogna concedergli che in quanto a morte romantica, modalità e ambientazione sembrano essere state curate nei dettagli) e cremato sulla spiaggia di Viareggio. Le ceneri vennero seppellite nella cosiddetta zona vecchia del cimitero, mentre il cuore riposa oggi in Inghilterra al fianco della moglie Mary Shelley. Il suo amico Edward Trelawny strappò infatti alle fiamme il cuore del poeta durante la cerimonia di cremazione on the beach, il quale fu successivamente custodito dalla vedova Shelley fino alla morte e con lei seppellito in terra natia in quest'ultima espressione di macabro romanticismo e amore eterno. Se in tutto questo vi manca ancora l'elemento d'atmosfera, sappiate che Mary Shelley è la celebre autrice del romanzo "Frankenstain", uno dei più grandi miti letterari gotici di tutti i tempi. A completare tanto struggimento rimane l'epigrafe che riprende tre versi del canto di Ariel dall'azzeccatissima "tempesta" di Sheakspeare:  "Nothing of him that doth fade, but doth suffer a sea change, into something rich and strange"(Niente di lui si dissolve ma subisce una metamorfosi marina per divenire qualcosa di ricco e strano).

A questo punto l'itinerario vi obbliga a scoprire le tombe di altri importanti personalità, quali il poeta inglese John Keats, seppellito nella parte antica del cimitero (forse la zona più tranquilla e che più rispecchia la serena atmosfera del luogo)  e il nostro filosofo e politico Antonio Gramsci, uno dei pochi Italiani ad aver avuto l'onore di essere sepolto in questa enclave di stranieri.
Visite obbligate a parte  il consiglio che vi do è quello di non cercare, ma di lasciarvi attrarre e richiamare dalla forza, il fascino, l'involontaria bellezza o lo studiato eccesso di queste lapidi e sculture, che vi porteranno di volta in volta  a conoscere un pittore, una scrittrice, un filosofo o un artista in una personalissima ricerca che ha inizio in questo giardino e si concluderà magari sulle pagine di un libro al vostro ritorno. Potreste ad esempio scoprire un pittore Tedesco della metà dell'ottocento a partire dalla sua tomba magnificamente rock (Freidrich Geselchap), o fare la conoscenza di un'attrice Inglese dei primi del novecento incuriositi da quella strana statua classica di donna tranciata a metà (Belinda Lee).

Sono certo che ognuno porterà impresso il ricordo di un nome, di una statua o di un epigrafe, a seconda della propria sensibilità o stato d'animo del momento. In quanto a me, portate i miei saluti al piccolo Georges Volkoff: è quel bambino vestito di tutto punto che mentre stringe il suo quaderno tra le mani, volge lo sguardo verso qualcosa che non possiamo vedere, ma che sembra non spaventarlo affatto, con una serenità dipinta sul volto che diventa quasi contagiosa e che ci porteremo dentro fino a quando, usciti nuovamente all'esterno, torneremo a riprodurci in quei versi a noi decisamente più consoni e molto meno Shaekspeariani, rivolti all'ausiliare del traffico che ci ha appena lasciato la sua personalissima epigrafe sul parabrezza della macchina.

Il Cimitero acattolico si trova in via Caio Cestio 6 ed è aperto dalle 9:00 alle 17:00 (domenica e festivi 9:00 - 13:00). Per la visita siete invitati a lasciare un'offerta di due euro, destinata al mantenimento del posto. All'interno è presente anche un piccolo centro visite dove potrete approfondire la vostra sete di conoscenza sugli illustri ospiti di questo incantevole giardino.

lunedì 28 marzo 2011

Dice che la scampagnata la famo in città

Con l'arrivo della primavera e il risveglio degli appetiti (in realtà mai sopiti) siamo entrati ufficialmente nella stagione delle gite fuori porta. Ci sono solo alcune lievi controindicazioni: l'alzataccia domenicale per raggiungere a tempo debito il ristorante in questione e l'inevitabile incolonnamento di macchine al ritorno su una consolare a caso, con l'aggravante della pesantezza post digestiva e l'effetto subdolo del vinello di campagna a minare i nostri più elementari processi psicomotori. Eppure a volte ci dimentichiamo che Roma ha il privilegio di ospitare all'interno della sua stessa area metropolitana intere zone di campagna incontaminata, dove a un passo dallo skyline periferico dei nuovi quartieri satellite, è possibile illudersi di rivivere il mito perduto dell' Arcadia tra pecore, cavalli, merde di vacca e sapori genuini (infelice accostamento, mi rendo conto).

Questa parte dell'agro Romano che vi invito a conoscere è la riserva di Decima-Malafede, una sorprendente area naturale protetta, istituita nel 1996 ed interamente compresa nel comune di Roma. E finchè il nostro rispettabilissimo palazzinaro Roberto Carlino (proprio lui, quello che non vende sogni ma solide realtà), dall'alto della sua carica di presidente alla commissione ambiente della regione Lazio, non deciderà di metterci le mani per qualche rifinitissimo complesso immerso nel (fu) verde, vi consiglio una passeggiata alla scoperta di una parte della nostra città e del nostro passato agricolo capaci di conservarsi ancora immutati nel tempo (Il che vi sarà di aiuto anche per riprendervi dallo sgomento di sapere tale immobiliarista a capo della commissione ambiente della nostra regione,  che sarebbe un pò come mettere la Franzoni alla commissione famiglia o Manuela Arcuri alla cultura). Per raggiungere la riserva dovrete prendere la Pontina nella carreggiata più esterna in direzione di Pomezia, fino a che, un paio di kilometri dopo aver superato il raccordo (all'altezza di Spinaceto), svoltando a sinistra tra una serie di brutture architettoniche e capannoni commerciali vi ritroverete catapultati in pochi secondi in uno scenario completamente diverso e inaspettato, con un contrasto così forte e immediato da lasciare quasi un senso di nostalgia per quello che temiamo di poter ancora perdere del nostro sempre più precario patrimonio naturalistico.
Proseguendo su via di valle Perna, ormai in aperta campagna, e con l'aiuto di qualche cartello, arriverete fino al complesso "agricoltura nuova" e alla storica torre di Perna, dove se avrete saggiamente evitato quelle fatidiche giornate da esodo di massa tipo pasquetta, 25 aprile o "prima domenica di sole dell'anno", sarete persino in grado di parcheggiare la macchina fuori da un fosso ed accingervi ad esplorare la zona circostante.

Agricoltura nuova è un interessante esempio di cooperativa Agricola, nata da un occupazione abusiva di terreni infine ottenuti in concessione, e il cui scopo, oltre a quello di tutelare l'area dall'edificazione selvaggia, consiste nel portare avanti un progetto agricolo tanto semplice quanto prezioso come quello di produrre alimenti sani e genuini direttamente per il consumatore finale. Ed è così che oggi,  in questo piccolo villaggio-fattoria nato sotto l'ombra della torre di Perna, possiamo ritrovarci a fare acquisti in un piccolo supermercato di prodotti a Km zero, a deambulare barcollando dopo aver pranzato nelle grandi sale stile mensa sociale dell'ottimo ristorante, o a scegliere un cavallo per una passeggiata presso il maneggio del posto.
La Torre di Perna, nata come torre di avvistamento a protezione e controllo delle strade che portavano al vicino castello di Decima, divenne nel 1600 una sorta di castelletto-casale inserito nell'omonima tenuta di Perna, di proprietà di Pompeo Colonna, ed è oggi la sede della Casa del Parco.
Il consiglio è di arrivare in mattinata per godersi una passeggiata lungo il sentiero natura, che partendo dalla fattoria vi guiderà giù lungo la valle, accompagnati da una serie di cartelli esplicativi che vi illustreranno le caratteristiche della flora e della fauna del posto.

Il sentiero parte attraverso un allevamento di api in arnie, dove, soprattutto se avrete evitato di spalmarvi la crema di cera d'api per rimediare agli effetti distruttivi dei bagordi del sabato, vi renderete conto di come la natura possa rivelarsi del tutto rassicurante quando è possibile sperimentarla nel suo contesto; e se anche siete soliti scatenare scene di panico con morti e feriti per colpa di un'ape infame entrata dal finestrino della macchina, riuscirete ad attraversare beatamente il ronzio di migliaia di api intente nel loro lavoro, ormai distanti anni luce dal familiare, ma ben più inquietante sottofondo di motori dalla strada. Dopo essere scesi nella valle il percorso risale attraverso un bosco di querce fino a raggiungere una collinetta ben arata. Da lì lasciate spaziare lo sguardo tra la valle sottostante, la torre di Decima in lontananza, l'odiata statale pontina e il profilo dei casermoni di Spinaceto, che sono li a ricordarci che in fondo questa campagna sconfinata è stata solo un'illusione, e che proprio per questo vale la pena che venga preservata più a lungo possibile.
Il ritorno e la salita sono il preludio al tipico pranzo della domenica. L'antipasto è già in tavola e il menù è fisso e abbondante. Alla fine appesantiti da un paio di chili e alleggeriti di 25 euro vino compreso, non resta che buttarsi nell'erba, sollevati al pensiero che tanto la strada per tornare a Roma non è lunga, perchè anche se non sembra, a Roma ci siamo già.
Alla faccia di Roberto Carlino e di tutti i palazzinari.

Il sito dell'agriturismo è http://www.agricolturanuova.it/ , dove trovate anche le indicazioni per raggiungere il posto e i menù della domenica! Se andate senza prenotare siete senza speranza.

martedì 8 marzo 2011

Dice che a S.Clemente si dicono le parolacce

Vuole leggenda metropolitana (e in questo senso mai termine fu più azzeccato) che la causa principale dell'inadeguatezza del nostro sistema di trasporto sotterraneo (la metropolitana appunto) sia rappresentata dall'estrema difficoltà nell'effettuare lavori nel sottosuolo, perchè a Roma "appena fai un buco trovi 'n sacco de robba".
Come sempre, da bravi Romani lo prendiamo come un dato di fatto, ce ne freghiamo fino a un certo punto e ci ributtiamo nel traffico infernale senza più chiederci perchè non ci sia concessa in alternativa una rete di trasporti pubblici decente. E quando un giorno scopriamo che sotto una basilica qualunque è possibile esplorare una serie di livelli sotterranei che ci raccontano la storia di ben tre epoche diverse, ci viene infine da pensare che la storia del metrò non sia poi tanto una cazzata.



Stiamo parlando della chiesa di S.Clemente al Celio, un monumento che ci racconta 2000 anni di storia trasportandoci in un labirinto sotterraneo dove culti pagani e basiliche cristiane si susseguono in una suggestiva storia verticale fatta di scale, case patrizie, affreschi paleocristiani e un peculiare microclima tale da farvi alternare i vari "che meraviglia" ad una serie di "cazzo quant'è umido qua sotto".

Anche in questo caso ci soffermeremo sugli aspetti più curiosi e divertenti, lasciando a ben più illustri guide il compito di illuminarvi sullo splendore artistico dei mosaici dell'abside centrale della basilica superiore.

Resta comunque necessaria un'introduzione sulla struttura di questo complesso su tre livelli sovrapposti, per tentare di comprenderne le origini e la storia. La parte per così dire visibile è l'attuale basilica dedicata a papa Clemente I. La stessa venne costruita sui resti di una precedente basilica più antica risalente al 4 secolo D.C., la quale fu interrata in seguito alla distruzione operata dai Normanni di Roberto il Guiscardo. Ulteriormente al di sotto dell'antica basilica troviamo invece i resti di alcuni ambienti di abitazioni patrizie Romane del I e II secolo d.c., ma soprattutto scopriremo il fascino di un conservatissimo Mitreo, vero e proprio tempio pagano dedicato al culto della divinità orientale Mitra, molto diffuso a Roma nel III secolo d.c.

Tornando al primo livello inferiore, quello che andremo a scoprire oggi, tra una serie di affreschi di datazione Paleocristiana che raccontano la storia di alcuni miracoli attribuiti a S.Clemente, sarà l'origine scritta della lingua Italiana volgare in quello che può definirsi il più antico fumetto della storia. L'affresco in questione è "la leggenda di S.Clemente", la quale ci illumina sulla divertente storiella del prefetto Romano Sisinnio e del suo incontro/scontro con il sant'uomo, colpevole di aver traviato la moglie con il Cristianesimo.
L'affresco è diviso in due parti. Nella parte superiore ci viene narrato di come Sisinnio sorprenda la moglie nel deplorevole atto di frequentare una messa celebrata dal Santo. Raccapricciato dalla conferma dei suoi sospetti (la moglie andava a messa!!)  ne ordina dunque l'arresto, ma ecco che un tempestivo intervento divino sulla falsa riga del vale tutto, rende improvvisamente ciechi Sisinnio e i suoi soldati che si ritrovano quindi impossibilitati a compiere la missione.

Nella parte inferiore la storia si fa più interessante. Clemente si reca dal prefetto per fare pace, ma Sisinnio, giustamente ancora incazzatissimo per la procurata cecità, ordina ai suoi tre soldati, Gosmari, Albertello e Carboncello, di catturare il santo e trascinarlo via. A questo punto ci sono due versioni discordi: una sposa la tesi che Clemente, al pari di un improbabile antenato di Barpapà, si fosse tramutato miracolosamente in colonna, mentre un'altra "più verosimile" racconta di come la cecità che aveva colpito i soldati, avesse confuso gli stessi a tal punto da fargli scambiare il santo per un  blocco di pietra. In conclusione la scena raffigura i tre servi intenti con immani sforzi a trascinare una pesantissima colonna credendola essere appunto S.Clemente. Il tutto è raccontato attraverso una serie di divertenti dialoghi scritti secondo una curiosa tecnica protofumettistica, consistenti in esortazioni e insulti da parte di Sisinnio.  Sulla sinistra ci appare il servo Carboncello con un bastone e l'incoraggiamento del prefetto "Falite detero co lo palo Carvoncelle" (spingi da dietro con il palo, Carboncello).
Sul lato destro ci appare invece Sisinnio vestito di porpora che sprona con grande raffinatezza gli altri due al suono di "Fili de le Pute, traite" (Figli di puttana, tirate). In pratica il nostro prefetto Sisinnio ha ha avuto l'onore di pronunciare una parolaccia all'interno di una basilica, la quale per giunta è rimasta impressa per secoli fino ai giorni nostri! In tutto questo interviene anche il Santo, che da gran signore quale è si rivela l'unico ad esprimersi in latino e non in volgare, e che con una didattica presa per il culo sentenzia "Duritiam cordis vestris saxa traere meruistis" (a causa della durezza del vostro cuore, meritaste di trascinare un masso). Purtroppo i colori , anche a causa dell'umidità, sono notevolmente sbiaditi, ma con l'aiuto dei cartelli esplicativi, una volta compresa la composizione delle frasi e delle lettere, sarà facile riconoscerle sull'affresco originale.

Con quel "figli di puttana" che ancora vi rimbomba nelle orecchie, sarete adesso pronti per scendere al livello inferiore e lasciarvi suggestionare dalle mistiche atmosfere pagane del culto misterico del dio Mitra.  Al di sotto della basilica inferiore sono infatti presenti numerose strutture di epoca Romana. In particolare, tra i resti di alcuni ambienti privati di cui si riconoscono ancora le volte decorate da stucchi, spicca la zona sacra dedicata al Mitreo.

Il Mitraismo venne importato dall'Oriente ed ebbe larga diffusione in particolare in ambiente militare. A causa della segretezza dei suoi rituali, riservati solo agli adepti e agli iniziati, non ci è dato sapere con esattezza come fosse strutturato il culto e in che modo venissero officiate le celebrazioni. I luoghi di incontro erano caratterizzati da questa ricorrente struttura architettonica riproducente una sorta di grotta naturale o come in questo caso artificiale, di dimensioni modeste e con al centro un altare raffigurante il dio Mitra nell'atto di uccidere un toro (episodio mitologico legato alla leggenda del dio).

Ai lati due panche in muratura erano destinate agli officianti per il consueto banchetto rituale. In questo caso possiamo notare anche la statuetta del dio posta all'interno di una nicchia dietro l'altare e il soffitto a volta decorato da stelle, così come richiesto dalla tradizione. Le uniche certezze che abbiamo sulla natura di questo culto sono che fosse riservato a soli uomini e che prevedesse un percorso di sette gradi di iniziazione. Per il resto possiamo solo immaginare cosa facessero un gruppo di soldati esaltati lasciandoci trasportare dalla suggestione dell'ipnotico rumore dello scorrere d'acqua, elemento dall'importante ruolo purificatore nel rituale Mitraico, e che non a caso sgorga ancora dopo millenni dalla stessa sorgente sotterranea appena dietro l'angolo. L'ascesa verso la superficie ci porta a ripercorrere al contrario questi duemila anni di storia, finchè all'uscita una cassetta delle offerte ci inviterà a contribuire per sostenere gli scavi del luogo. Avevo dimenticato di dirvi che la visita prevede l'acquisto di un biglietto del costo di 5 euro (tranquilli, li vale tutti), il che mi porta ragionevolmente a concludere con la citazione del il mio amico Luca alla vista dell'ulteriore richiesta di denaro "tacci vostra già c'avete scucito cinque euro..mò "fili de le pute, scavate!".

La basilica di S. Clemente si trova in via Labicana 95 e gli scavi sono visitabili nei giorni feriali dalle 9:00 alle 12:30 e dalle 15:00 alle 18:00. Nei giorni festivi l'ingresso è invece tra le 12:00 e le 18:00.