sabato 15 ottobre 2011

Dice che a Palazzo Spada le prospettive ingannano

A pochi passi da Campo de Fiori e dalla sontuosa dimora farnesiana, arrivati in Piazza Capo di Ferro verremo accolti dalla sfarzosa facciata di Palazzo Spada, fastosamente elegante nel suo ricco impianto decorativo quanto architettonicamente ipocrita nel suo volgere le spalle agli agognati postriboli e osterie, che un tempo proliferavano lungo via Giulia. Il palazzo fu costruito nel 1540 per il Cardinale Girolamo Capodiferro, già annoverato a suo tempo fra i "Cardinali avvezzi a vivere licenziosi" in occasione di un discusso conclave in cui venne fortemente osteggiata l'elezione di Papa Marcello II, giudicato dal gaudente clero troppo rigido nelle sue velleità riformistiche. Considerando che il suddetto "riformista" tolse il disturbo per colpo apoplettico dopo soli 23 giorni di pontificato, dopo attenta analisi storica verrebbe spontaneo commentare l'episodio con un "mortacci se je l'hanno tirata". Il nome Spada deriva dall'acquisto del palazzo da parte del Cardinale Bernardino Spada, il quale divenne proprietario dell'immobile nel 1632 per la cifra di circa 30000 scudi: con questa informazione invito coloro che continuano a calcolare imperterriti il valore dei prezzi in vecchie lire ad evitare insensati ragionamenti sulla fruttuosità dell'investimento a distanza di oltre 4 secoli, tentando un improbabile cambio tra lo scudo rinascimentale e l'euro della crisi globale.

Palazzo Spada e' conosciuto principalmente per la ricca collezione di quadri ed opere d'arte accumulate nel tempo dallo stesso Bernardino, ed esposte tuttora nell'ala del palazzo da lui stesso fatta costruire come ampliamento della dimora originaria. Non essendo questa la sede per itinerari classici, abbiamo deciso di saltare l'ingresso alla celebre quadreria e partecipare alla visita speciale mensile che da la possibilità di entrare negli uffici del Consiglio di Stato, situati nel piano nobile del palazzo. Scortati e guardati a vista come carcerati durante l'ora d'aria e con il divieto assoluto di fotografare gli ambienti, saremo quindi introdotti nella dimora privata del Cardinale Capodiferro, magnifica celebrazione di arte classica e richiami pagani.

Nella prima stanza scopriremo il secondo esemplare esistente a Roma di meridiana catottrica (abbiamo visto l'altro nel corso della precedente visita al convento di Trinità dei Monti). Avendo già speso una quantità eccessiva di neuroni nello sforzo di comprendere e spiegare  il funzionamento di questo affascinante orologio a parete nel post precedente (probabilmente un limite del sottoscritto imputabile al mio personalissimo passaggio alla lettura dell'orologio a lancette solo in età adulta, e dunque con speranze nulle di riuscire ad interpretare un "astrolabio gnomonico catottrico"), preferirei passare velocemente alla sala successiva, il cui impatto visivo all'ingresso lascerà senza fiato chiunque abbia un minimo di sensibilità estetica che vada oltre il minimal. Ci troviamo nella galleria degli stucchi, mirabile capolavoro di Giulio Mazzoni, dove un'imponente decorazione a stucco fa da cornice ad una serie di affreschi, con una continuità tale da rendere l'intera galleria un'unica meravigliosa opera d'arte. La foto scattata (senza flash, ci tengo a sottolinearlo) in regime di intimidazione, rende solo vagamente l'idea della ricchezza, armonia, trionfo decorativo che investirà il visitatore lasciandolo letteralmente a bocca aperta. I soggetti degli affreschi sono in gran parte tratti dalle "metamorfosi di Ovidio", importante componimento epico della letteratura Latina in cui ricorre il tema della trasformazione di dei e mortali. Tra questi troviamo Giove, che non esita a trasformarsi in qualsiasi cosa al solo scopo di sedurre le sue vittime: da pioggia dorata con effetti ingravidanti (mito di Danae), a colleghe di sesso femminile (si trasforma nella dea Diana per sedurre la ninfa Callisto), fino ad un aquila di larghe vedute che rapisce il bellissimo giovinetto Ganimede per farne il suo "coppiere". Soggetti pagani nella dimora di un Cardinale che si tentava di giustificare attraverso una lettura morale che avesse dei risvolti cristiani: le conquiste di Giove come "abbandono al divino"...ma il divino incarna il vizio e rende tutto più confuso. E se l'importante era comunque soddisfare le velleità estetiche del Cardinale Capodiferro, alla fine chissenefrega della morale cristiana.

Dalla galleria degli stucchi in poi si entra nel cuore degli attuali uffici del Consiglio di Stato, dove tre diverse sale si susseguono tra espressione artistica (la seconda è interamente dedicata al mito di Perseo e Callisto), vecchi pc, poltrone pretenziose e pile di cartelline, documenti e ricorsi accatastati ovunque in fiduciosa  attesa che giustizia amministrativa sia fatta. Un' occasione unica per godersi Il contrasto tra la nobile sontuosità del barocco e l'atmosfera disordinata in stile Ufficio Sinistri di Fantozziana memoria. Nell'ultima sala, la cui decorazione venne commissionata dal successivo proprietario Spada, le decisioni del Consiglio di Stato vengono messe a votazione in nome della giustizia: il tutto al cospetto dell'antica statua di Pompeo ( muta testimone della congiura contro Cesare, assassinato ai piedi della statua quella celebre mattina delle Idi di Marzo), e in un ambiente "costruito" secondo illusorie prospettive di finta profondità. Un contesto di menzogne e illusioni, metafora perfetta e scoraggiante dell'attività oggi svolta in questi stessi luoghi.

All'uscita dall'appartamento ci ritroveremo nuovamente nel magnifico cortile interno del palazzo. Da li ci attende ancora un'ultima sorpresa, che già possiamo intravedere dal cortile stesso attraverso una vetrata come concessione ai non paganti, ma che non esiteremo a raggiungere di persona (solo perchè compresa nel biglietto della visita speciale) per sperimentarne da vicino la soprendente illusione ottica. Si tratta della famosa galleria prospettica del Borromini, un capolavoro di arte, architettura e matematica, dove le distanze e le dimensioni si riveleranno del tutto ingannevoli e illusorie. Una sequenza di colonne doriche si sviluppa lungo un corridoio di oltre 35 metri, che va a chiudersi con una statua di Marte a grandezza naturale: ma questa è solo l'illusione. Nella realtà il  pavimento che si inclina, i pilastri progressivamente sempre più bassi e più vicini nella distanza tra i loro intervalli, le pareti che convergono e i riquadri del pavimento via via più piccoli, riveleranno come i 38 metri percepiti siano in verità solamente 8 metri di lunghezza. Una catenella scoraggia i più curiosi ad entrare per sperimentare di persona, ma per chi come me sente più forte il complesso dell'altezza che la paura di un richiamo, scoprirsi un gigante di fronte alla statua di Marte alta in realtà non più di 60 cm, è una tentazione alla quale non si può resistere. Alla fine non siamo entrati nella quadreria, ma è proprio nel cortile interno, tra statue di dei pagani ed altre sorprendenti decorazioni a stucco, che abbiamo scoperto il più bel quadro che possa mai trovare posto in un museo. Un meraviglioso cielo romano perfettamente incorniciato tra gli architravi delle quattro pareti: l'unica opera che il Cardinale Spada non avrebbe mai potuto far mancare alla sua ricca collezione.

Gli appartamenti del Consiglio di Stato sono visitabili su prenotazione ogni prima domenica del mese, telefonando al numero 06 6832409. Il biglietto costa 11 euro e comprende la visita guidata. L'ingresso al cortile con vista sulla galleria prospettica è invece gratuito.


lunedì 3 ottobre 2011

Dice che al mercato Esquilino fai il giro del mondo in 130 banchi

Ogni volta che si parla del quartiere Esquilino, da sempre ci si divide tra i toni entusiastici di chi ci vede un eccellente laboratorio sperimentale di nuovi modelli interculturali, e quelli decisamente indignati di chi al contrario preferisce assumerlo a simbolo del degrado del nostro centro storico. Per chi come me non abita nel quartiere, e in maniera colpevolmente "naif" si limita all'esperienza superficiale del visitatore, è persino troppo facile concordare con la prima fazione, e lasciarsi catturare dal fascino di quella che rimane in ogni caso una delle zone culturalmente e sociologicamente più ricche ed interessanti della nostra città. Se poi avete voglia di avventurarvi verso mete esotiche ed inesplorate, conoscere popoli e sapori lontani, e soprattutto se vi siete svegliati con il desiderio di sperimentare ai fornelli nuove possibilità gastronomiche, ma c'è un'unica cipolla mummificata che sta morendo di solitudine nel vostro frigorifero, allora la vostra destinazione è sicuramente il nuovo Mercato Esquilino, situato a pochi passi dagli splendidi portici di Piazza Vittorio.

In seguito alla chiusura nel 2001 del vecchio mercato storico sulla piazza, la nuova struttura è stata fatta rinascere nei locali dell'ex caserma Pepe, e divide tuttora gli spazi con la facoltà di studi orientali dell'Università della Sapienza di Roma. In questa bizzarra convivenza studenti universitari e abitanti del "quartiere mondo" si incrociano nel cortile comune sotto lo sguardo benevolo della statua di Confucio, in una coesistenza apparentemente casuale e allo stesso tempo perfettamente logica, dove mettere in pratica ciò che viene insegnato nelle lezioni di lingua Cinese o Araba diventa facile come scendere a prendere un caffè nell'ora di pausa tra una lezione e l'altra.
Che ci troviamo in un mercato diverso lo percepiamo subito dall'assenza dei classici strilloni romaneschi, che normalmente fanno da colonna sonora alla nostra spesa con la loro simpatica sguaiatezza. In questo caso la nostra preoccupazione non sarà più quella di lasciarci guidare dalle grida in romanesco in cerca della migliore qualità di frutta e verdura al prezzo più conveniente, ma ben più a monte tentare di capire che cosa cazzo sia quel frutto o quella verdura lì sul banco, e soprattutto cercare di interpretare con scioltezza l'impronunciabilità dei loro nomi per poi infine riuscire ad esibirci in un disinvolto "che me dai mezzo chilo de topinambur?" (?!).

Tuberi ed ortaggi, identificabili a prima vista come l'eccentrico risultato di qualche scellerata sperimentazione genetica, si sveleranno a noi con gli esotici nomi di Ampalaya o Dasheen, e con tutta una serie di applicazioni che per noi poveri habituè dell'insalata in busta da supermercato (io in primis) rimarranno semplicemente impraticabili.
Se siete troppo timidi per chiedere lumi ai negozianti o preferite tenervi a distanza dal banco per evitare che una carpa ancora viva vi salti tra le braccia, troverete a soccorrervi in alcuni angoli del mercato delle interessantissime schede esplicative sull'origine di alcuni prodotti, con suggerimenti di ricette che vi aiuteranno a spaziare oltre i confini del "ma che è 'sto coso?". In ogni caso saranno tutti prontissimi a spiegarvi le caratteristiche e l'utilizzo dei prodotti esposti, con una disponibilità che a seconda dei livelli di cinismo potreste interpretare come l'innata cordialità di culture più accoglienti della nostra o la legge universale del commercio globalizzato (te lo spiego, così lo compri).

Imparerete così che  il Chayote del Costarica è un ortaggio a metà strada tra una patata e una zucca, mentre con il Dasheen potreste preparare un'ottima zuppa in stile Giamaicano (ma non entusiasmatevi troppo, è solo un tubero). Se nei vostri piani avete in mente una nottata di fuoco potreste far cadere la vostra scelta sul piccantissimo Rocoto Amarillo del Sudamerica, o viceversa scegliere l'amara Ampalaya per una decisamente meno eccitante serata a base di tisana come rimedio contro l'aerofagia. E così tra Platani Cubani, Okra Indiana e frutti di Litchi la vostra spesa assumerà in breve tempo e nel giro di una decina di banchi un sapore del tutto nuovo e sconosciuto.
I colori e gli odori delle spezie in bella vista vi riporteranno all'atmosfera di un autentico Suk Mediorientale, dove anche le carni sono trattate rigorosamente secondo i dettami del metodo di macellazione Halal.

E se non fosse per quelle timide isole di pizzicagnoli Romani a ricordarci dove siamo, l'illusione sarebbe perfetta, e per un pò riusciremmo persino a sentirci come quei goffi turisti occidentali a caccia di esotiche tipicità. Ed è così che contenti e sognanti usciremo con le buste piene di spezie profumate e ortaggi "un sacco strani", che una volta abbandonata l'atmosfera e l'entusiamo del momento, lasceremo marcire in compagnia della cipolla suicida in favore di un "ma sai che te dico? annamose a magnà na pizza e fanculo all' Ampalaya".
Per quelli che invece avessero voglia di sperimentare per davvero vi rimando all'indirizzo delle amiche della Banda dei Broccoli, che con ben altri livelli di preparazione mi hanno concesso la loro presenza in questa passeggiata gastronomica. Per alcuni suggerimenti speziati alla Piazza Vittorio style potete mettervi a curiosare tra le loro ricette  qui, qui oppure qui (seguite i link). Dopodichè non vi resterà che andare diretti al Mercato Esquilino per osservare, imparare, conoscere...e ovviamente fare la spesa.

Il nuovo mercato Esquilino si trova in Via Principe Amedeo ed è aperto dal lunedì al sabato dalle 7:30 alle 14:30.

lunedì 19 settembre 2011

Dice che l'alimentari all'angolo è meglio de un museo

Se iniziassi col nominare i più grandi architetti del Rinascimento, e finissi col raccontarvi di un paninozzo al prosciutto in una bottega di generi alimentari, sono certo che nutrireste quanto meno dei dubbi sulla coerenza di questo post. Per dare una logica a questo discorso dovremo quindi riconsiderare il tutto da un punto di vista prettamente "toponomastico": Piazza Bernini, via Bramante e via Borromini sono infatti i nomi delle vie che caratterizzano il rione San Saba (detto anche piccolo Aventino), che al principio degli anni '20 venne realizzato dall'Istituto Autonomo delle Case Popolari su progetto del giovane architetto Quadrio Pirani. Se Piazza Bernini rappresenta il cuore del rione, a sua volta il cuore della piazza, nel senso più strettamente sentimentale del termine, rimane senza dubbio il leggendario "Super Alimentari" posto all'angolo sul lato di via Bramante.
L'espressione "salto nel tempo", che in tutta la sua odiosa banalità si presta perfettamente a descrivere l'ingresso nella bottega, non sarebbe comunque sufficiente a spiegare quel misto di sorpresa e rassicurante malinconia che, con la stessa violenza di uno scappellotto a tradimento, vi investirà dopo aver varcato la soglia dell'accogliente negozietto: un pò come riscoprire un pezzo di foresta vergine nascosto sotto la tangenziale.

Al di là del classico bancone da salumeria, con la stessa soggezione che si potrebbe provare all'interno dell'antica biblioteca di Alessandria, vi lascerete sovrastare inebetiti da piani e piani di scaffali che sembrano racchiudere tutto il sapere e la conoscenza del mondo vintage, dove tra un flacone di shampo e un vocabolario di Latino, potreste persino riconoscere quel vecchio album di figurine Panini che lasciaste incompleto per maledetta pigrizia, e che ritroverete li a fissarvi con fare accusatorio tra un vecchio numero di Tex e un libro di medicina, quasi come a chiedervi il perchè del vostro abbandono.

Se non potete più vivere senza possedere la quarta puntata del fotoromanzo "confidenziale" del 1973 o un vocabolario di Italiano-Tedesco del 1985 allora il "Super Alimentari" è il posto che fa per voi.
Come in tutte le botteghe che si rispettino l'offerta speciale è sempre dietro l'angolo, e sia che riguardi un panino con la mortazza o una confezione di due rotoli di carta igienica, vale sempre la pena documentarsi con cognizione di causa sugli  immancabili cartelli scritti a mano, pronti ad accogliervi affissi sui lati dell'ingresso.
Per gli eterni afflitti da malinconia del passato, la vista delle care vecchie scatole quadrate di biscotti Gentilini impilate fino al soffitto ( vogliate perdonarmi la marchetta al noto biscottificio Romano) potrebbero persino procurare vividissimi flashback di natura allucinatoria aventi come oggetto il vostro tazzone della colazione in seconda elementare.

Il simpatico bottegaio, giustamente orgogliosissimo del suo prezioso negozio, non esiterà ad intrattenervi con aneddoti e ricordi aventi per oggetto lo sterminato patrimonio fonte di ispirazione che lo circonda: tra scheletri di bestie mitologiche (sarei pronto a giurare di aver sentito parlare di un pesce diavolo Messicano con tanto di citazione avallante di Piero Angela), scarpini da calcio originali di non so quale giocatore di quale annata della Roma, e documenti fotografici d'epoca, il confine tra ciò che può essere acquistato e ciò che va esclusivamente e religiosamente ammirato è molto labile.
E così, perfettamente calati nell'atmosfera, e dimentichi per una volta di quegli stronzissimi stuzzicchini da happy hour, non potrete fare a meno di uscire dal Super Alimentari con un panino al prosciutto e una birra in lattina, pronti a  trasformare il vostro aperitivo delle sette in un piacevole bivacco sulle panchine dei giardinetti di Piazza Bernini, magari sfogliando un vecchio numero di "Zagor" appena acquistato o perchè no rappacificandovi finalmente con il vostro ritrovato album delle figurine.

La chiesa di San Saba col suo oratorio, gli anziani che chiacchierano sulle panchine, i banchi del mercato e il monumento ai caduti tra le aiuole di begonie, faranno sì che ancora una volta si ripeta la straordinaria magia che solo Roma sa fare: quella di trasportarvi improvvisamente in un piccolo paese al centro della stessa metropoli infernale che, solamente poche ore prima, aveva cercato di strangolarvi tra le lamiere del maledetto raccordo anulare nell'ora di punta.
I villini bifamiliari dell'IACP, con i loro giardinetti e la cortina di mattoncini dello stesso colore dell'antico monastero di S.Saba e delle mura Aureliane che proteggono il rione, ci riportano a quel concetto di cittadina ideale dove tutti ancora si conoscono e si sparlano allegramente alle spalle: "ma veramente quella stronza della Polverini paga 130 euro di affitto per una casa dell'ente proprio qui a S.Saba?".  Ebbene sì!
Alle spalle di questo paesino metropolitano c'è l'abbraccio del verde delle terme di Caracalla e della passeggiata archeologica, mentre tutto intorno discese e scalinate degradano dolcemente verso la piramide Cestia, Testaccio, le mura Aureliane, e verso quel traffico che per un'ora, quell'ora di trentanni fa, sembravamo esserci completamente dimenticati. Insieme a Bernini, Borromini e Bramante!

mercoledì 31 agosto 2011

Dice che è liberty, anzi è gotico, anzi è fantasy. Anzi no! Dice che è Coppedè!

Nella placida atmosfera residenziale del quartiere Trieste, a due passi dal celebre Piper, può capitare di ritrovarsi improvvisamente catapultati nell'atmosfera metafisica di un incrocio di strade, dove le regole architettoniche e gli stili più disparati sembrano fondersi nell'illogicità apparente di una vera e propria scenografia fuori dal tempo. Ci troviamo nel cuore del cosiddetto quartiere Coppedè, dal nome del suo progettista e realizzatore Gino Coppedè. Come in tutte le archittetture sui generis che si rispettino, non poteva mancare anche in questo caso l'inevitabile leggenda metropolitana del misterioso suicidio del "folle" architetto, scomparso (guarda caso) "in odore" di satanismo. La versione ufficiale propende in realtà per una meno suggestiva cancrena polmonare, versione che rispetto alla leggenda perde però quel suo alone di morbosità, che nel tempo ha dato adito alle tante affascinanti congetture legate all'arcana simbologia rappresentata ed espressa sulle facciate dei suoi palazzi. Il progetto venne commissionato nel 1915 ad un già conosciuto e apprezzatissimo Coppedè dalla Società Anonima Edilizia (da non confondersi con il genere "edili anonimi" del tipo  "ciao, mi chiamo Roberto Carlino e sono un palazzinaro"), e venne da lui personalmente seguito fino alla già discussa morte avvenuta nel 1927.

L'ingresso più scenografico è indubbiamente dal lato di via Tagliamento, dove l' imponente arco (richiamo all'antichità classica e ai suoi archi di trionfo), che unisce fra loro i cosiddetti palazzi degli ambasciatori, vi accoglierà incorniciando questo sorprendente paesaggio architettonico come ad indicare una simbolica via di passaggio verso un tempo sospeso. Il maestoso lampadario in ferro battuto, complemento d'arredo piuttosto insolito per una collocazione in esterni, ci suggerisce immediatamente che non ci troviamo in una strada qualunque. Alla destra dell'arco verrete accolti da un'edicola sacra dove la classica madonnina sembra protendere un Gesù bambino versione rugbysta, rappresentato in fase di placcaggio per atterrare al suo ingresso l'incauto visitatore. Colpisce immediatamente la straordinaria ricchezza di decorazioni, simboli e fregi, che nel caso specifico dei palazzi degli ambasciatori si distinguono per la loro peculiare asimmetricità. Il risultato complessivo risulta comunque stranamente armonioso e piacevole alla vista. Al centro di Piazza Mincio, una volta passato l'arco,  troneggia la cosiddetta fontana delle rane, che con un notevole sforzo intuitivo potrete arrivare ad immaginare come caratterizzata dalla presenza di rane (di pietra ovviamente). Tutto intorno si dispiega il delirio architettonico e stilistico:


L'ingresso del palazzo al civico 2 è una fedele rappresentazione della scenografia di "Cabiria", kolossal cinematografico Italiano del cinema muto (1915) dagli imponenti allestimenti scenici, a cui persino Gabriele D'Annunzio contribuì in veste di sceneggiatore.
Lo spirito visionario del film, frutto delle allucinazioni del regista Giovanni Pastrone, meritò evidentemente la concretezza di un tale omaggio dal suo degno estimatore Coppedè. Esattamente di fronte, dall'altro lato della fontana, si erge il cosiddetto palazzo del ragno. L'origine del nome è chiaramente deducibile dall'inquietante raffigurazione di un ragno che sovrasta il portone, che se proprio volessimo andare al di là del suo essere aracnide, potremmo dotarlo di una miriade di significati simbolici: a partire dalla Grande Madre che tesse il destino degli umani, fino ad un più terra terra "ragno porta guadagno",  ributtandoci così nuovamente a capofitto nella misteriosa indecifrabilità della simbologia del nostro Coppedè.

Potremmo completare il minestrone aggiungendo la giusta dose di suggestioni massoniche e templari (ovviamente non manca la raffigurazione di una coppa al terzo piano di uno dei palazzi degli ambasciatori, subito identificata come il santo Graal), che nell'era post-codice Da Vinci si adattano perfettamente a qualsiasi argomento e situazione. Per non farci mancare nulla, come sobria par condicio architettonica, dopo i richiami alla Romanità classica dell'arco di ingresso possiamo infine notare come l'intera facciata del palazzo del ragno rappresenti un azzardato richiamo all'architettura Assiro Babilonese. E a questo punto il "mei coglioni" ci sta tutto! Ma la vera regina della piazza è il complesso dei cosiddetti villini delle fate.
Chi altri se non il nostro Coppedè riuscirebbe ad accostare decorazioni murali raffiguranti Dante e Petrarca, processioni  di monaci, vedute di Firenze, falconieri, donne in peplo, il leone Veneziano di S. Marco, segni zodiacali, la lupa di Romolo e Remo e frasi latine in una vera e propria orgia decorativa (praticamente manca solo l'effigie di Che Guevara e il logo della Apple) sulle facciate di un unico complesso architettonico? Il tutto allo scopo di abbellire un fiabesco castelletto Medievale, dove tra logge e torrette, gli elementi del fantasy e del manierismo si fondono alle allora attualissime suggestioni del liberty e dell'art decò.

In ogni caso l'elemento che realmente capovolge tutte le regole della fisica e della razionalità è l'inaspettata disponibilità dei portieri, che al nostro timido incedere all'interno degli androni armati di macchina fotografica, quando nelle nostre orecchie già risuona l'eco di un "' 'ndo cazzo vai è proprietà privata", ci accolgono con un sorriso gentile per lasciarci assaporare questo squarcio di atmosfere anni '30, dove, perlomeno negli interni, il liberty e l'art decò la fanno da padrone con inaspettata coerenza.
Non sorprende che Dario Argento, altro visionario maestro del cinema Italiano, abbia scelto l'atmosfera gotica e surreale di questo quartiere per l'ambientazione di alcune scene di due celebri film: "L'uccello dalle piume di cristallo" e "Inferno". In particolare nella seconda pellicola, autentico delirio narrativo, si rimarca l'accostamento simbolico tra palazzi misteriosi e occulto, e proprio uno degli edifici Coppedè di Piazza Mincio viene scelto come residenza Romana della "Mater lacrimorum", una delle tre temibili madri degli inferi dislocate nelle loro residenze di Friburgo, New York e appunto Roma (lo stesso palazzo era stato in precedenza utilizzato anche per il film "The Omen, il presagio"!).
Insomma le suggestioni non mancano di certo e l'intera piazza e le sue strade si presentano come un libro aperto a mille interpretazioni: dalla fiaba, al romanzo gotico, passando per il polpettone storico di "Cabiria" e chiudendo, come sempre, con l'horror e il mistero. Perchè alla fine ciò che rende affascinante questo angolo di Roma è  proprio quella sottile inquietudine che accompagna la sua indecifrabilità, il frutto di un genio che con la sua opera ha creato uno stile che, in suo onore e per ovvie impossibilità classificative, è riconosciuto ancora oggi con il nome di "stile Coppedè".


mercoledì 20 luglio 2011

Dice che alla Magliana c'è una chiesa lounge

Ho sempre nutrito forti dubbi rispetto ai risultati estetici delle chiese moderne, generalmente in bilico fra l'anonimo e l'orrendo. Se invece parliamo della Chiesa del Santo Volto di Gesù, nonostante mi senta in dovere di lasciare in sospeso il mio giudizio personale, posso tranquillamente ammettere che al concetto di "stile moderno" si accompagna eccezionalmente in questo caso anche quello di espressione artistica, per quanto nei limiti della nostra epoca e con risultati a prima vista più consoni a un museo, un auditorium o un lounge bar.

Al progetto di due architetti (Piero Sartogo e Nathalie Grenon) hanno infatti partecipato ben otto artisti di prestigio, in un ritorno a quella commistione tra funzionalità architettonica e contributo artistico che ormai da secoli mancava nella realizzazione dei luoghi di culto. Vi invito quindi ad una passeggiata alla Magliana nuova per un'escalation di reazioni che, partendo dall'istintivo rifiuto, e passando per l'ironia e la curiosità, potrebbe addirittura concludersi con l'apprezzamento e l'ammirazione verso questo risultato di sperimentazione ibrida tra chiesa e galleria d'arte.
Per quanto ci si sforzi di dichiarare chiavi di lettura a sfondo religioso per spiegare alcune scelte prettamente artistiche (il corridoio esterno a V che si apre come in un abbraccio verso il figlio di dio, la vetrata circolare che riprende la forme del cosmo illuminato di luce mistica, "queshto Crishto che si immola" e così via ) risulta abbastanza evidente come tutta questa pantomima abbia l'unico scopo autoreferenziale di produrre arte ad uso e consumo di un pubblico laico che sappia apprezzare l'indubbio valore di un'opera moderna.
E in effetti per chi si approccerà con la curiosità del visitatore del MACRO, le proprie aspettative verranno sicuramente soddisfatte: pareti blu elettriche, sedili minimal, cristi serigrafati e un interessantissima via crucis da gustarsi come fosse un esposizione monografica permanente di opere contemporanee su formelle di ceramica smaltata.

I confessionali, segnalati da una targa in stile ufficio amministrativo, vi accoglieranno in due minuscoli ambienti blu elettrico dove un'inquietante riproduzione fotografica serigrafata del volto di Cristo, assisterà allo sciorinamento delle vostre malefatte dall'alto di un oblò. Dopo esservi affacciati all'interno sono certo che anche voi proverete l'impulso irrefrenabile di entrare a confessare tutti i vostri peccati con in sottofondo un pezzo dei Massive Attack. Dispiace pensare che le signore del quartiere, dopo essersi raccolte in preghiera in questa atmosfera lounge, debbano uscire a comprare le paste della domenica nel ben più anonimo bar pasticceria all'angolo, e quasi verrebbe voglia di caricarsele tutte in macchina e dare continuità alla loro esperienza con un aperitivo al Singita di Fregene.

Appena fuori dai confessionali, in opposizione all'immensa vetrata circolare che illumina a giorno l'intera aula liturgica, noterete il curioso dipinto murale di Marco Tirelli, intitolato "luci dalle tenebre" (a proposito! Non ho ancora restituito a Blockbuster l'ultimo capitolo della saga di Star Trek) raffigurante la terra circondata dalle tenebre originarie, a loro volta immerse nel blu profondo dell'abisso cosmico. In definitiva una serie di cerchi concentrici, il cui risultato finale da vita a quello che sembrerebbe essere il logo perfetto per un' impresa di costruzioni aerospaziali.

Decisamente interessante è la già menzionata carrellata di ceramiche smaltate realizzate da Mimmo Paladino per una personalissima reinterpretazione della Via Crucis. Per quelli che come me non avessero familiarità con i concetti di arte moderna e di stile naif contemporaneo, confrontare la lettura tradizionale di ogni episodio e tappa della via crucis con questa rilettura decisamente più libera, può trasformarsi in uno stimolante e divertente approccio creativo (sono convinto che ci sia creatività anche nella fruizione passiva dell'arte) verso uno stile generalmente poco accessibile, di cui anche da profani riuscirete ad apprezzarne la sorprendente vitalità ed inventiva. 
La grande vetrata circolare taglia a metà la semicupola creando un confine netto tra interno e esterno, e riprendendo quindi quel contrasto e commistione fra luci e ombre che ricorre in tutta la struttura. Le linee essenziali delle panche, lungi dal rendere fredda e distante l'atmosfera del luogo, ci riportano in realtà alla familiarità, al calore e alla cocente incazzatura di un pomeriggio all'Ikea. Dell'esterno vi colpiranno l'effetto moresco della semicupola appoggiata direttamente sull'edificio e una cancellata dall'andamento "tribale" (personalissima quanto inappropriata definizione che voglio anarchicamente concerdermi). In ogni caso sono certo che ognuno di voi scoprirà il proprio dettaglio personale, che vi incuriosirà e vi farà sorridere per quell'eccesso di audacia e innovazione destinati con azzardo e creatività a questa chiesa di quartiere popolare.

Per quanto mi riguarda ho trovato divertente un cartello posto nelle adiacenze dell'area esterna destinata ai bambini "la parrocchia declina ogni responsabilità per eventuali incidenti che ACCADONO nell'area giochi". Dichiarazione che riporta alla mente le parole di Gesù nel nuovo testamento "lasciate che i bambini vengano a me"..e a cui in questo caso verrebbe da aggiungere "se poi se fanno male cazzi loro". Indubbiamente un pensiero profondamente moderno.
La Chiesa del Santo Volto di Gesù si trova in Via Caprese 1 all'angolo con Via della Magliana nuova ed è generalmente aperta tra le 8:00 e le 18:30. Per andare sul sicuro meglio andare il sabato o la domenica mattina dopo la messa.
Fa parte del complesso anche la canonica, interessante in particolare per le scelte cromatiche degli interni, la quale rimane separata dalla chiesa attraverso l'efficace scelta architettonica di un corridoio a V.

martedì 5 luglio 2011

Dice che le nozze di Cana si terranno a Trinità dei Monti. RSVP

Se iniziassi questo post nominando Trinità dei Monti, pensereste subito che a secco di suggerimenti originali, percorsi alternativi e tesori nascosti, abbia deciso di condurvi sulla celebre scalinata di Piazza di Spagna, dove di veramente nascosto sembrerebbe non esserci rimasto nient'altro che la superficie dei gradini ben celati sotto i culoni oversize dei turisti americani in bermuda. Eppure proprio lassù in cima, superate le azalee, i venditori ambulanti e i bivacchi di ogni sorta, c'è un intero percorso fatto di sorprese, effetti ottici e panorami mozzafiato del tutto sconosciuti persino alla maggior parte di noi autoctoni Romani. Sto parlando del convento di Trinità dei Monti, una vera e propria enclave Francese nel centro della città, dove persino essere ospitati nel sobrio bed and breakfast all'interno della struttura risulta essere privilegio esclusivo riservato ai soli Francofoni, così come recita la brochure. Per chi invece non distingue un "oui" da un "aò", è comunque consentito l'accesso e la visita del complesso, per quanto sia necessario farne richiesta con congruo anticipo in attesa che le francofone suorine diano il loro benestare.

Il convento nasce dalla devozione dei re di Francia Luigi XI e Carlo VIII per S. Francesco da Paola, un eremita Calabrese molto dedito, la cui fama di taumaturgo si sparse rapidamente in tutta Europa. Fondatore dell'ordine dei cosiddetti frati Minimi, Francesco si vide coinvolto suo malgrado in un complesso gioco politico tra il papato e la Francia, le cui conseguenze significarono per lui l'abbandono della soppressata e del suo tranquillo eremitaggio calabro, a favore di un trasferimento e della conseguente trasformazione in santo di corte presso gli stessi monarchi Francesi. Fu proprio Carlo VIII, che in seguito all'acquisto di alcuni terreni nella zona del Pincio, decise all'inizio del '500 di fondare il monastero dell'ordine dei suddetti frati Minimi, in quello che ancora oggi rimane insieme all'adiacente accademia di villa Medici una proprietà dello stato Francese nel centro di Roma (e avoja a chiamarla Piazza di Spagna). A conferma di ciò possiamo ammirare nel bellissimo chiostro di ingresso un'interessante galleria di ritratti dei Re di Francia, alternati ad episodi della vita del santo fondatore dell'ordine. Tali Minimi Francesi, che tra fisici, teologi, astronomi, botanici e matematici, a discapito del nome possono in realtà considerarsi dei massimi capoccioni, trasformarono nel tempo questo luogo in un vero e proprio centro di studio e di ricerca, dove anche l'arte riuscì ben presto a trovare espressione nei suoi aspetti più tecnici e sperimentali. La prima sorpresa la ritroviamo infatti sotto forma di un anamorfosi dipinta lungo il corridoio del primo piano del convento. Per chi è pronto a replicare con "anache?" tenterò di spiegare che per anamorfosi si intende un particolare artificio ottico secondo il quale riusciamo a distinguere una certa immagine solo se osservata da una precisa prospettiva, preferibilmente obliqua, mentre spostandoci verso la più classica visione frontale, la stessa "si trasforma" in qualcosa di completamente diverso.

Ed è così che procedendo lungo il corridoio avremo modo di osservare sulla parete sinistra un ritratto di S. Francesco da Paola in preghiera sotto un ulivo, la cui figura si distorcerà allungandosi gradatamente mano a mano che proseguiremo nella sua direzione, finchè ponendoci frontalmente rispetto al dipinto ci accorgeremo di come il soggetto si sia improvvisamente trasformato in un paesaggio bucolico raffigurante le coste della Sicilia e della Calabria. In tutto questo S. Francesco rimane solo come piccolo elemento del paesaggio, mentre lo vediamo attraversare lo stretto di Messina utilizzando il suo stesso mantello come zattera (Mc Gyver avrebbe apprezzato). Tra un "oh" di ammirazione e un "anvedi sto padre Maignan" (autore dell'esperimento) procederemo nella stanza successiva dove, dopo aver giocato con gli effetti ottici, si passerà decisamente alle cose serie.

L'intera volta del corridoio è infatti affrescata con la raffigurazione di una meridiana a riflessione, altrimenti detta astrolabio gnomonico catottrico, che lungi dall'essere una citazione di Tognazzi e della sua celebre supercazzula con scappellamento a destra, non è altro che una sorta di precisissimo quanto complesso orologio, dato dalla rappresentazione di un intricato gioco di linee intersecate e segni zodiacali, disegnati lungo tutta la parete. Secondo una serie di complicatissimi calcoli, tale meridiana è in grado di indicare con estrema precisione orari e situazioni astronomiche, leggibili grazie al riflesso del sole proiettato da  uno specchietto posto sul davanzale della finestra. Potreste rimanere per ore ad ascoltare affascinati le spiegazioni di questo piccolo miracolo di scienza e tecnica, e sono certo che come me continuereste a non capirci assolutamente un cazzo.
Ma le soprese non sono finite e, una volta tornati nel chiostro, vi invito a visitare l'interno del refettorio dei Frati, un ambiente completamente affrescato da padre Andrea Pozzo ( e poteva mancare in questa confraternita di frati geni l'autore della  finta cupola di S.Ignazio di Loyola?). Utilizzando i suoi artifici di pittura prospettica, frate Pozzo ci trasporterà questa volta direttamente nel bel mezzo della scena del miracolo delle Nozze di Cana. I'effetto di profondità corre lungo tutte e quattro le pareti del refettorio, dove oltre gli archi di una terrazza si svolgono le celebrazioni delle nozze, tra musici, servitori, e invitati che sporgono fisicamente oltre l'immagine coinvolgendo in prima persona gli spettatori. Anche in questo caso dovremo porci esattamente in un punto preciso della sala, luogo di convergenza di tutte le linee prospettiche: il solito punto di vista concessoci da frate Andrea Pozzo per darci la possibilità di accedere al suo gioco di prospettive catapultandoci al centro di questa movimentata rappresentazione.

Persino l'illuminazione sembra scaturire internamente dall'affresco, con la parete illuminata dall'unica finestra volutamente dipinta con colori più accesi e tratti più definiti rispetto alla sua opposta facciata, che quasi sembra confondersi nell'ombra indistinta dell'assenza di luce naturale. Di fronte a noi, dove la sala sembra sfondarsi verso l'azzurro del cielo oltre gli archi, ritroviamo i veri protagonisti del racconto: Gesù, Maria e un servitore, il quale in una perfetta rappresentazione dinamica del momento clou (la trasformazione dell'acqua in vino) sembra pronto a scendere al centro della stanza per iniziare a distribuire tra gli invitati l'agognata bevanda frutto del miracolo. L'effetto provocato negli spettatori, in questo caso i commensali del refettorio, è proprio quello di partecipare al miracolo in prima persona. Che i pasti dei frati fossero frugali poco importa, ma l'illusione di ubriacarsi con Gesù alle nozze di Cana è certamente un privilegio che solo questi religiosi scienziati avrebbero potuto permettersi.
Ebbri del buon vino di Gesù e dei tanti artifici prospettici, il modo migliore per riconciliarsi con la prospettiva reale sarà quella di ammirare il meraviglioso panorama che si apre di fronte a noi dai giardini del monastero confinanti con Villa Medici.

L'ultima curiosità prima di abbandonare questo luogo riguarda una celletta nella zona posteriore del convento, completamente affrescata in maniera tale da presentarsi come un ambiente a metà strada tra una caverna e un'antica rovina romana, secondo un'illusione che potesse richiamare quell'idea di eremitaggio tanto cara al fondatore dell'ordine dei Minimi. Dettaglio curioso è la presenza di un pappagallo colorato, il cui significato non è stato ancora bene interpretato, ma che sembra quasi rappresentare alla perfezione quel contrasto tra l'originale esperienza eremitica di Francesco e la stridente frivolezza di quella corte di Francia, dove a malincuore il nostro santo Calabrese terminò i suoi giorni.
Dopo l'espulsione dei Minimi Francesi a seguito delle guerre della Rivoluzione Francese il convento è stato dopo molti anni di abbandono affidato alle religiose del sacro cuore, che tuttoggi lo abitano e a cui è possibile fare richiesta per una visita privata telefonando allo 066794179.
In bocca al lupo!

martedì 7 giugno 2011

Dice che il faro è lì, "dove l'acqua di Tevero s'insala"

Come in ogni inizio d'estate, torna impellente la voglia di ritornare a questo nostro litorale completamente abbandonato per buona parte dell'anno, e infine riscoperto e benevolmente accolto dai Romani con la stessa metodicità di un cambio di stagione negli armadi. Ancora una volta vi invito ad uscire fuori porta per andare a scoprire l'atmosfera e i sapori di una decadente borgata di pescatori dalle atmosfere Pasoliniane, in bilico tra degrado urbano e autentico fascino di periferia di mare. I profili dei bilancioni dei pescatori si stagliano malinconicamente all'orizzonte in attesa che la prossima piena del Tevere o l'ennesima colata di cemento, ultimo scempio della casata Caltagirone, metta fine ai loro giorni, che in questo luogo magico e allo stesso tempo odioso, sembrano essersi fermati a cinquant'anni fa. Ci troviamo alla foce del Tevere, nel quartiere di Fiumara Grande a Fiumicino, lì "...dove l'acqua di Tevero s'insala...", come verseggiava Dante nel secondo canto del Purgatorio, ambientando in questo luogo di incontro tra Tevere e Tirreno il punto di raccolta delle anime destinate al secondo regno.


Sull'onda della metafora Dantesca il nostro itinerario percorrerà esattamente le medesime tappe del viaggio del poeta. Superati gli ultimi casermoni di Isola Sacra in direzione del faro ecco infatti spalancarsi di fronte a noi le porte dell'inferno: i cantieri del nuovo megaporto turistico della Concordia, una specie di Parco Leonardo affacciato sul mare dove le anime dannate di novelli Briatori (la cafonaggine estrema come ottavo peccato capitale) e lussuriose predatrici occuperanno quest'angolo di poetica decadenza al cospetto del vecchio faro, in un girone ripugnante di cocktail bars, infradito e abbronzature da tronisti. Il vecchio faro, in realtà ricostruito nel '46 sulle ceneri del suo illustre predecessore a seguito dei bombardamenti aerei tedeschi, venne abbandonato negli anni 70 perchè giudicato pericolante, divenendo infine scenario privilegiato di romantiche passeggiate al sapore di cannabis. Oggi mi piace immaginarlo come una moderna torre di babele che desideri solo lasciarsi crollare sull'infame scempio edilizio da seconda repubblica, e preferibilmente sull'autore stesso di questa ennesima violenza al nostro paesaggio e alla nostra storia.


Il faro e Fiumara sono separati da un ultimo breve tratto di strada: nessuna costruzione, da un lato i campi e dall'altro il mare e un infelice tentativo di creare una zona pic-nic, limbo perfetto per questo viaggio a ritroso nel tempo verso le borgate Romane degli anni 60, in uno scenario da "sporchi, brutti e cattivi" di Manfrediana memoria. L'inferno è ancora nelle strade dissestate, nelle case abusive, nella mancanza totale di criteri urbanistici. Sarebbe facile perdersi o lasciarsi prendere dall'inquietudine se non fosse che in questa piccola lingua di case, baracche e strade fatiscenti si arriva sempre al mare, o al fiume, lì dove la bolgia di anime purganti attende di essere portata a scontare le proprie pene accompagnate dalle dolci note del canto di Casella. Ed è lì che questo tratto di borgata trova il suo riscatto e il suo purgatorio: nell'odore forte di salsedine, alla vista del faro in lontananza e nelle acque del mare che si incontrano con sua maestà il Tevere, nei profili dei pescatori sugli scogli e in quella brezza inconfondibile che solo qui e solo in un giorno di tanti anni fa sembrava possibile ritrovare. 

Via Passo della Sentinella parte dagli scogli sul mare e corre parallela all'argine del fiume, e proprio qui concluderemo il nostro viaggio, dove del tutto inaspettata apparirà davanti a noi la rassicurante e accogliente palazzina che ospita la trattoria da Lilly. Se fino a questo punto avete pensato che abbia esagerato con tanta poesia, scoprirete anche voi che il paradiso dista solo lo spazio di quei pochi scalini che conducono alla terrazza.


Una terrazza, il tramonto, un paesaggio malinconico e un bicchiere di vino bianco ghiacciato, preludio dell'agognata cena di pesce nella calda atmosfera familiare, fatta di sorrisi, gentilezze e vaffanculi, con la schietta cordialità che fa di questi posti tutto quello che ancora ci si aspetta da una vera trattoria. La terrazza è il punto di vista privilegiato che vi farà innamorare di Fiumara Grande e del suo affascinante squallore. Sulla riva opposta dell'idroscalo, teatro del sordido omicidio di Pasolini, si stagliano i vecchi bilancioni dei pescatori, a sinistra il fiume e il suo invito a percorrerlo a ritroso, a destra scogli e mare aperto e di fronte a voi il silenzioso e alternato sfilare delle barche che escono in mare e rientrano lentamente in porto portandosi dietro i frutti della pesca e dei loro traffici illeciti. E se avrete la fortuna di arrivare in tempo per il tramonto, sperimenterete persino l'illusione di come proprio in questo luogo, dove ogni cosa è precaria, dimessa e sfuggente,  tutto possa essere meravigliosamente perfetto.
In attesa che arrivi Caltagirone e la sua colata di cemento.


La trattoria  "Lilly alla Fiumara" si trova in via Passo della Sentinella 126, a Fiumicino. Qualsiasi cosa scegliete, cadete bene. Per l'antipasto lasciate fare a loro e non ve ne pentirete. Oltre al tramonto, all'atmosfera e all'ottima cucina, apprezzerete anche il boccione di amaro lasciato generosamente sul tavolo. E se mancano i dolci fatti in casa, credete a me, è solo l'ennesima conferma che si mangia da dio e affanculo i dessert.
p.s.
Le foto sono di Edoardo Morello e ne trovate molte altre sulla sua pagina facebook FIUMARA GRANDE: non solo barche.