martedì 4 giugno 2013

Dice che il grande Borromini era un Proto-Massone...(proto che?)

Quanti segreti si nascondono nei palazzi romani! E con questo non mi riferisco alle migliaia di strutture abusive assolutamente  mai sfiorate da condono edilizio, ma ai ben più rari tesori artistici e architettonici, gelosamente custoditi dietro gli imponenti portoni delle più belle residenze storiche del centro.
Tra questi il non sempre accessibile Palazzo Falconieri, sede della prestigiosa accademia d'Ungheria, dove mistero e bellezza si fondono in un architettura in cui ogni cosa sembra tendere verso l'alto. A partire dai due falconi in topless, volatile omaggio femminile alle rampolle della famiglia, che posti ai lati della facciata rivolta su via Giulia, fanno da sentinelle a questa antica residenza, passata di mano in mano tra le migliori casate fino a divenire nel Seicento proprietà della ricca famiglia fiorentina dei Falconieri. Famiglia che deve la sua fortuna al monopolio sul commercio del sale, risorsa preziosa e, così come lascia intuire l'espressione foriera di grandi incazzature "conto troppo salato", sinonimo da sempre di grande ricchezza. La scalata al successo diventa quindi metafora di un'ascesa al cielo: il falco predatore dell'aria come stemma della famiglia, i misteriosi soffitti dalle simbologie massoniche che catturano lo sguardo verso l'alto, e un'altana sospesa nel vuoto da cui dominare con lo sguardo l'intera città.

E' proprio in questo palazzo che scopriamo gli aspetti più intimi e personali del grande genio del barocco Francesco Borromini. Di lui conosciamo la pittoresca rivalità col Bernini, tramandata da un'aneddotica che sconfina nel gossip tra dispetti e gelosie da primedonne, ma che li vedeva divisi soprattutto nel carattere. Il Bernini mondano e perfettamente a suo agio nella corte pontificia, tra feste, intrighi e lecchinaggi, il secondo introverso e solitario. Poco amato dai suoi allievi e probabilmente vittima di un profondo conflitto interiore che lo vedeva scisso tra una fortissima religiosità e una pari attrazione verso l'esoterismo e la simbologia occulta, molto di moda nei circoli culturali dell'epoca. Scalpellino dall'infanzia, membro attivo della corporazione dei muratori (associazione a cui si ispirò la massoneria nel secolo successivo, sia nella struttura organizzativa che nell'immagine coordinata: il simbolo della squadra e del compasso come antico logo e il mito della divinità suprema come grande architetto dell'universo), il Borromini resta ancora oggi un rompicapo intorno al quale si danno le interpretazioni più disparate sulla simbologia nascosta nei suoi capolavori.

Ma è proprio a Palazzo Falconieri che tutto diventa ancora più evidente, in un lavoro commissionatogli alla fine della carriera e della sua vita in un ambiente più intimo e familiare, proprio dal suo amico Orazio Falconieri, con il quale condivideva gli stessi interessi nel campo della mistica esoterica. Al Borromini si deve infatti l'elaborata decorazione a stucchi dorati dei salotti del piano nobile. Salottini piccoli, appartati, intimi, poco adatti alle grandi feste e certamente più appropriati per conversazioni private, riunioni elitarie di pochi appassionati alle discussioni allora tanto in voga sui temi dell'alchimia e dell'occulto. Tre cerchi intersecati tra loro e un grande sole posto al centro dominano la scena nel soffitto della prima sala. Il tre come trinità? Come numero perfetto? Il classico trittico per tutti i gusti "corpo/anima/spirito"? Lasciate per un momento da parte i misteri alla Dan Brown e soffermatevi piuttosto sull'aspetto ludico dell'opera. E come in un quiz della settimana enigmistica di 4 secoli fa divertitevi a scovare tutti gli animali, insetti e uccelli che il genio si è dilettato a mimetizzare nella ricchissima decorazione a girali di piante. Pesci, anatre e gechi vengono fuori dagli intarsi a stucco come nei migliori trip di gioventù. L'ironia del barocco che diventa inganno e ricerca, torcicollo e vertigini.


Nella sala seguente ripiomberemo nuovamente nella simbologia più ancestrale con il grande uroboro, il serpente che si morde la coda a rappresentare un ciclo infinito dove la fine corrisponde al principio. Ai due estremi un occhio che spunta fra i raggi, un globo percorso da meridiani e paralleli e un lungo scettro che partendo dall'occhio (da Dio o dal grande architetto?) si appoggia (governa) sul mondo. Tanta carne al fuoco per una lettura dai contorni esoterici i cui temi confluiranno nella nascente massoneria, che vedrà la luce solo agli inizi del secolo successivo. E da bravi profani rimarrete affascinati dalle suggestioni di una simbologia che ci riporta al potere, al mistero, all'occulto, alla materia e al paganesimo in quell'eterno quesito che continua a tormentarci da sempre: "ma alla fine che cazzo vor dì?".

Se siete stanchi di guardare a testa in su allora è il momento di cambiare prospettiva e dall'alto volgere lo sguardo verso il basso: tre piani di scale ci portano fin sulla loggia, e ancora più su, in quell'altana sospesa su Roma. Ben più in alto dell'antistante palazzo Farnese, volutamente più in alto dei propri vicini, in un moto d'orgoglio della nuova borghesia contro la vecchia nobiltà. Trecentosessanta gradi di una Roma mozzafiato da un terrazzino ristretto e aperto all'infinito, dove gli spazi si fondono nella continuità dello sguardo delle erme bifronti che si rivolgono contemporaneamente all'esterno e all'interno. Ci sarà stato forse dell'autocompiacimento nel riservatissimo Borromini, nel vedere svettare proprio lì di fronte la sorprendente cupola a spirale di S.Ivo alla Sapienza, il suo più grande capolavoro, di cui dal basso si fatica a trovare l'accesso, ma che caratterizza nel modo più inconfondibile e originale qualunque veduta dai tetti della città? Percorrendo la scaletta a chiocciola d'accesso, quasi vengono a mancare i punti di riferimento, e la sensazione di elevarsi nel vuoto del cielo romano metterà alla prova anche i più immuni alle vertigini.
Artista profondamente tormentato, di lì a poco Borromini avrebbe lasciato la sua città d'adozione e il mondo con una morte spettacolare ed eccessiva proprio come il suo barocco. L'ultimo inganno di un grande maestro che, anche nel gran finale, lanciandosi da solo su una spada puntata ad arte da lui stesso contro se stesso, ha giocato per l'ultima volta con un'inversione della prospettiva. Di lui ci restano le facciate più originali di Roma e un motto condiviso dalla propria corporazione muratoria: "esporre segretamente e dimostrare silenziosamente". E questa sua ultima opera, esposta segretamente nell'intimità di una dimora privata, sembra esserne la più coerente conferma.

Palazzo Falconieri ospita oggi l'accademia d'Ungheria ed è visitabile in occasione di mostre o eventi speciali. I gruppi possono prenotare una visita su appuntamento (tel 066889671). In ogni caso tenetevi pronti che a settembre sarà una delle prossime tappe dei nostri "walk&brunch" alla scoperta della "Roma Fuoripista"


martedì 7 maggio 2013

Vicolo scellerato. Dice che è colpa di Tullia.


Da sobborgo malfamato dell'antica Roma a rione popolare, oggi paurosamente tendente al radical chic: benvenuti nel rione Monti. Urbanisticamente isolato dagli sventramenti edilizi dell'Italia post-unitaria e successivamente dell'era fascista, irrimediabilmente sfregiato dal trionfalismo laico di via Cavour e dalla retorica celebrativa di via dei Fori Imperiali, continua nonostante tutto a sorprenderci con scorci inaspettati e atmosfere senza tempo. E persino la suggestiva salita dei Borgia, irrispettosamente tagliata in due dalla burocratica via Cavour, sembra non aver perso nulla della sua antica magia: la scalinata che si perde nel buio di una galleria, il palazzetto rinascimentale vestito d'edera e un balconcino fiabesco di foggia "raffaellita" ci regalano un angolo di assoluta poesia, che nasconde in realtà una storia di omicidi e intrighi familiari da far impallidire i più scaltri e psicopatici sceneggiatori di soap opera americane. Una rampa maledetta passata alla storia con il nome di vicus sceleratus (vicolo scellerato), e purtroppo non solo a causa della presenza del suonatore di fisarmonica che, in pianta stabile sotto l'arco, ha deciso di tormentarci quotidianamente con improbabili medley di musica napoletana e balcanica senza soluzione di continuità.


Per comprendere le origini della sinistra fama di questo luogo dobbiamo infatti tornare indietro alla Roma dei Tarquini, gli ultimi di quei sette re di Roma che solamente in pochissimi sono capaci di elencare senza confonderli con i più celebri sette nani di Biancaneve. La protagonista di questa storia scellerata è Tullia minor, l'ambiziosa figlia dello schiavo Servio Tullio, succeduto come re di Roma all'etrusco Tarquinio Prisco in virtù di un fortunato matrimonio con la diretta discendente. Coerente con una certa politica matrimoniale, e soprattutto sentendosi in dovere di porre rimedio all'imbarazzante mancanza di nobile lignaggio, Servio Tullio decide di maritare entrambe le sue due figlie Tullia minor e Tullia maior (un plauso alla fantasia onomastica) ai due rampolli della casata dei Tarquini: Arunte Tarquinio e Lucio Tarquinio. Ma il sacro principio dell'eterna insoddisfazione vuole che quando si ottiene una cosa tra due si tenda sempre a preferire l'altra, e così anche Tullia Minor, una volta sposato Arunte, si rende conto di preferire Lucio. Donna ambiziosa e senza scrupoli scorgeva infatti nel cognato quelle doti di coraggio e scaltrezza che le avrebbero permesso di farsi strada. Un'attrazione corrisposta che a questo punto necessitava di soluzione. Quale? Ce la rammenta Tito Livio con con un esempio di fine e moderna ironia da un estratto della sua opera monumentale "ab urbe condita": "Lucio Tarquinio e Tullia minore, dopo aver reso libere le loro case per nuove nozze con due funerali quasi contemporanei, si unirono in matrimonio". In poche parole un doppio omicidio incrociato con matrimonio finale, per quel genere di storia che in tempi più attuali darebbe da mangiare a Bruno Vespa e Barbara D'urso nei secoli dei secoli. L'unione non basta a placare Tullia che, con l'obiettivo di diventare regina, dà inizio a un opera di sfiancante persuasione nei confronti del proprio consorte mettendolo di fronte ai suoi doveri: come legittimo erede della famiglia dei Tarquini è ora che reclami per se stesso quel trono occupato al momento dal suocero. "Se tu sei colui che pensavo di aver sposato, ti chiamo sia marito sia re; altrimenti, la mia condizione è mutata in peggio, perchè in te alla viltà si unisce il delitto", che detto diversamente rispetto a Tito Livio: "tuo fratello era uno sfigato. Tu sei peggio perchè oltre ad essere uno sfigato mi hai fatto pure commettere un omicidio". Con tali efficaci argomentazioni Lucio Tarquinio, finalmente convinto dalla bella Tullia, si reca a palazzo per autoproclamarsi legittimo re dei romani. Ne consegue uno scontro e una colluttazione tra genero e suocero (stile feste in famiglia), dove Servio Tullio e il suo svantaggio anagrafico hanno decisamente la peggio, con la conclusione che il povero vecchio re si allontana ferito da palazzo. Due sicari inviati dai suoi stessi parenti-serpenti finiscono il lavoro uccidendolo in mezzo alla strada, proprio lungo quel clivus urbius che al tempo correva al posto di questa scalinata. La gelida Tullia è la prima a riconoscere ufficialmente come re il proprio consorte, quell'ultimo dei sette che passerà alla storia come Tarquino il superbo (Tarquino l'infame sarebbe suonato più opportuno), dopodichè riprende imperturbabile la strada di casa accompagnata dal suo fedele cocchiere. Ed è proprio percorrendo questo stesso clivus che il cocchiere si ferma inorridito di fronte al corpo senza vita del re Servio Tullio. Pensate forse che a quel punto Tullia, sua figlia, sia stata colta da rimorso? Non esattamente, ma anzi "..resa folle dalle furie incalzanti della sorella e del marito, Tullia fece passare il cocchio sul corpo e sul veicolo insanguinato, lorda e schizzata lei stessa, portò le tracce del sangue e dell'eccidio del padre fino ai suoi Penati e a suo marito". E con questa scena degna di un film di Tarantino si conclude l'episodio che ha ribattezzato questo clivus con il nome di sceleratus.


Ma le leggende di questo vicolo non finiscono qui, ed è proprio il nome di "salita dei Borgia" a suggerirci, a ben duemila anni di distanza, una continuità tra due famiglie non proprio modello. Il meraviglioso palazzetto rinascimentale è ritenuto per tradizione popolare essere appartenuto alla bella Vannozza Cattanei, prima amante di Rodrigo Borgia, passato alla storia come Papa Alessandro VI. Vannozza diede al papa 4 figli, tra i quali si distinsero i più celebri Cesare e Lucrezia. In realtà il palazzetto risulta essere appartenuto alla famiglia dei Margani, e la presenza di Vannozza e Lucrezia appare in parte anacronistica rispetto alle vicende della proprietà. Come potremmo dunque giustificare questo legame con i Borgia impresso nella toponomastica del luogo? Probabilmente la fantasia popolare creò un parallelismo tra i personaggi femminili di Tullia e Lucrezia, entrambe vittime di una certa storiografia faziosa tendente al gossip, non proprio clemente nei loro confronti. Ed è forse per questo che Lucrezia, passata alla storia come un'incestuosa avvelenatrice senza scrupoli (in realtà solo una pedina politica manovrata dal padre e dal fratello in un gioco di alleanze matrimoniali), eredita da Tullia lo scettro di "scellerata" presenza femminile del posto. O forse il parallelismo riguarda i due omicidi avvenuti all'interno di uno stesso nucleo familiare, dal patricidio di Tullia al "presunto" fratricidio commesso da Cesare contro Giovanni, il quale proprio da questo palazzo si dice sia uscito in quell'ultima notte prima che il suo corpo martoriato venisse restituito dalle acque del Tevere. Ad ogni modo l'unico a credere fermamente all'effettiva presenza dei Borgia in questa strada fu il celebre poeta romantico inglese Lord Byron che, durante il suo soggiorno romano, si recava ossessivamente ogni notte sotto quel balcone e, stringendo feticisticamente tra le mani una ciocca di capelli biondi, immaginava la bella e pericolosa Lucrezia affacciarsi pensierosa. Dopo tanto sangue, intrighi e delitti concludiamo quindi con una giusta nota di romanticismo, e quella sfumatura che ci aiuta a riconciliarci con la magia di questo angolo di Roma. Se poi Tullia volesse dare una ripassata col suo cocchio anche al suonatore di fisarmonica, direi che potremmo persino perdonarla.






lunedì 8 aprile 2013

Dice che 'sta chiesa l'hanno fatta i fruttaroli


La chiesa di S.Maria dell'Orto, nome bizzarro dal retrogusto campagnolo, nasce dalla venerazione per un'immagine sacra originariamente presente sul muro di un orto di Trastevere, ritenuta miracolosa in virtù di una "procurata guarigione" concessa su richiesta a un contadino malato. A differenza della maggior parte delle altre chiese, sfoggio artistico e celebrativo della potenza di vescovi e cardinali, possiamo considerare S.Maria dell'Orto come una vera e propria opera del "popolo". Ad occuparsi della costruzione e delle committenze artistiche furono infatti le corporazioni di arti e mestieri che, avvalendosi esclusivamente dei propri mezzi economici, fecero praticamente a gara fra loro per arricchire la chiesa di maestose opere d'arte. Al suo interno una carrellata di targhe marmoree esplicitano di volta in volta la committenza delle varie Università di fruttaroli, pollaroli, molinari, ortolani e pizzicaroli (detto proprio alla romana), dove il termine università non sta più ad indicare gli infausti luoghi dove imploravamo i nostri esaminatori per la conquista di un 18, ma riprende il suo significato originario di aggregazione, in questo caso di lavoratori. E se la denominazione pizzicaroli fa sorridere i non romani, allora date un occhiata alla "resurrezione" del transetto di destra, dove un "resurexit aleluja aleluja" scritto senza neanche una doppia, celebra la nostra parlata in tutta la sua meravigliosa strascicatezza.


Le stesse corporazioni di mestiere avevano sede nella chiesa (praticamente una confindustria) e diedero successivamente origine alla costituzione di una confraternita religiosa. Uno dei suoi compiti era quello di occuparsi della gestione dell'adiacente ospedale, i cui locali vennero successivamente chiusi e convertiti in una manifattura di tabacchi: mossa paradossale almeno quanto potrebbe esserlo trasformare un centro culturale nella casa del grande fratello. I simboli delle università sono nascosti un pò ovunque in una riuscitissima commistione tra sacro e gastronomico e si esplicitano principalmente all'interno della meravigliosa tarsia in marmo policromo nella volta centrale, circondata da un festone di frutta fresca. Ma il vero capolavoro comunicativo è il simbolo dell'Ave Maria che campeggia sulla vetrata dell'abside, dove le lettere A e M sono composte da un trionfo di pomodori e peperoni, per una sacralità che metaforicamente..se ripropone.


La confraternita è tuttora esistente e si occupa della manutenzione della chiesa e delle sue opere d'arte, ma soprattutto del recupero e della diffusione della propria tradizione storica. Ed è proprio grazie a loro se oggi possiamo ancora assistere all'anacronistica magia di un giovedì santo illuminato dalle candele di un'antica tradizione ormai perduta: la macchina delle quarantore. Espressione che non fa riferimento all'usanza odierna di sostare "quarantore" in macchina al casello della Roma-l'Aquila la domenica pomeriggio, ma alle famose quaranta ore di veglia tra il mezzogiorno del venerdì santo e l'alba della resurrezione di Cristo (evitiamo battute con alba e resurrezione e citazioni di George Romero). Le macchine in questione, scenografici catafalchi lignei destinati a sorreggere centinaia di candele, erano tradizionalmente conosciute come "opere effimere", ovvero montate solo in occasione dell'evento per pochissimi giorni l'anno e subito dopo smontate, senza per questo perdere la loro attrattiva di eccezionali opere d'arte e di ingegno. Quella di S.Maria dell'Orto, struttura Ottocentesca di legno intagliato e dorato, è l'unica del genere ad essere ancora allestita nella nostra città. Durante una suggestiva cerimonia le 213 candele vengono accese dai confratelli stessi che, vestiti delle loro tuniche azzurre, si aggirano tra i bracci di un enorme candelabro in equilibrio tra scale e insidiose propaggini lignee, ardua impresa che suscita tutta l'ammirazione di chi, come me, avrebbe bisogno di una dispensa papale ad hoc che sdogani l'improperio ecclesiastico in caso (certo) di inciampo a caduta libera sull'altare. La macchina viene poi lasciata accesa fino alla mezzanotte in una chiesa aperta fino a tardi e avvolta nel chiarore di un atmosfera di grande fascino.


Ma di ligneo e prezioso non c'è solo la macchina. Alcune guide riportano la presenza di un curioso tacchino ligneo, insensato manufatto più volte citato come bizzarra attrazione. Dopo aver fatto tre volte il giro della varie cappelle alla ricerca del pennuto simulacro, mi sono deciso a chiedere lumi al un gruppetto di confratelli addetti alla distribuzione di brochure informative a offerta libera. Prima risposta: "eh no! quello sta in restauro, l'hanno portato via". A seguire: "Sta in una stanza, però non si può entrare, dovrebbe chiedere un permesso..." (qualcuno non me la racconta giusta) si inserisce nella conversazione un terzo confratello "ma lei che cosa sta cercando scusi?" , dove l'oggetto della domanda passa in secondo piano rispetto al senso globale del "cerchi rogne?". Conclude un altro: "in realtà non c'è niente da vedere, è brutto". Insomma nell'ordine, si nicchia sulla presenza effettiva del manufatto, ci si contraddice con una presunta inaccessibilità, e si chiosa con un chiaro invito a desistere. Insomma questo fottuto tacchino sembrerebbe una sorta di  misterioso Santo Graal di cui si vuole occultare l'esistenza al genere umano, il che non fa che accrescere la mia curiosità in maniera ancora più morbosa. O forse semplicemente un confratello l'ha fatto cadere spolverando le mensole in sacrestia e stanno cercando di parargli il culo (come diciamo a Roma, insieme a  resurexit aleluja co 'na R sola). Chiaramente il primo sospettato è ai miei occhi colui che l'ha definito brutto, cosa che avrei fatto anch'io al suo posto. Resta il fatto che adesso in cima alla mia lista personale delle cose da fare prima di morire troneggia: vedere il tacchino ligneo. Cito dall'opuscolo ufficiale, che tra l'altro descrive l'oggetto della mia ossessione mentre "fa la ruota con un'apertura alare di circa 150 cm":  "attualmente il tacchino ligneo è temporaneamente ospitato in un altro locale". Indeterminatezza di tempi e di luoghi che non fa altro che infittire il mistero. 
Nella magia di questa luce anche i peperoni della vetrata acquistano un che di mistico, talmente mistico che usciti da lì a tarda ora, nel cuore di Trastevere, non possiamo fare a meno di concludere la nostra veglia in trattoria. Peccato che in seguito la digestione richiederà qualcosa in più delle canoniche quarantore.


la chiesa di S.Maria dell'Orto si trova a Trastevere in via Anicia 10 ed è aperta nei giorni feriali dalle 08:00 alle 13:00 e la domenica e festivi dalle 10:00 alle 12:00.

sabato 23 marzo 2013

Dice che ai capelloni li chiamavano Nazareni


Il poco conosciuto Casino Massimo, palazzetto Seicentesco dal nome molto attuale, custodisce in un'anonima strada a due passi da S.Giovanni l'espressione più celebre di un'intera corrente artistica della prima metà dell'Ottocento. La villa nasce come residenza suburbana del Marchese Vincenzo Giustiniani, al tempo in cui l'Esquilino si presentava come zona verde popolata di orti, giardini e ville rinascimentali. Scoprire l'origine quasi agreste di questa ex residenza di campagna, oggi minacciata dal cemento e incastonata tra i palazzoni in zona san Giovanni, è una lezione di urbanistica che colpisce come un cazzotto nello stomaco. Una volta che l'edificio venne acquistato dal marchese Massimo nel 1803, il nuovo proprietario azzardò un importante restyling commissionando la decorazione delle tre sale del pianterreno ad un insolito gruppo di artisti venuti dalla Germania, fortemente risoluti nel voler rivoluzionare l'espressione pittorica del tempo: i cosiddetti Nazareni. Un manipolo di simpatici tedeschi impregnati di valori religiosi e convinti assertori di un ritorno alla purezza artistica dei maestri del primo Rinascimento, in opposizione alla volgarità del nuovo stile neoclassico (e come dargli torto). Il gruppo si presentava con un originalissimo look consistente in un avvolgente mantello, barba e capelli rigorosamente lunghi. E così come al quindicenne capellone di oggi sarà capitato sentirsi dire dalla nonna "ma come te sei conciato? pari Gesù Cristo" (il tutto accompagnato dallo scuotimento rassegnato della testa), anche i nostri amici tedeschi subirono probabilmente la stessa sorte e vennero quindi marchiati come Nazareni per via del loro aspetto e della loro chioma, guadagnandosi di diritto un posto nella lista delle categorizzazioni di stile subito dopo gli "emo", i "metallari", i "punkabbestia" e i "pariolini".


Sotto la guida del loro leader Friedrich Overbeck, i Nazareni si unirono nella cosiddetta lega di San Luca e si trasferirono come una specie di comune hippy nel convento abbandonato di Sant'Isidoro, gentilmente concessogli dal direttore dell'accademia di Francia. Qui convissero in pieno spirito di peace and love confrontandosi, dibattendo e ritraendosi a vicenda (non chiedetemi se si facessero anche le canne perchè non lo so). Al centro della loro dottrina artistica c'era la predominanza dei temi religiosi, un ritorno alle origini della pittura Quattrocentesca, e una non meglio identificata ricerca della verità. Ai membri originari si unirono nel tempo alcuni nuovi adepti, ed è proprio a questi ultimi, insieme al capostipite Overbeck, che si deve la straordinaria decorazione del Casino Massimo su commissione dell'omonimo marchese. Tre stanze per la rappresentazione pittorica di tre grandi opere letterarie, avvolte da un cromatismo brillante fatto di pennellate uniformi come solo Beato Angelico e Filippo Lippi avrebbero saputo regalarci agli albori del Rinascimento Italiano: la Divina Commedia di Dante, la Gerusalemme liberata di Torquato Tasso e l'Orlando Furioso di Ludovico Ariosto. E così, insieme agli appassionati d'arte, si sentiranno debitori nei confronti dei Nazareni persino quei giovani studenti fancazzisti che, non ricordando assolutamente nulla di queste opere cardine della letteratura Italiana, avranno modo di rinfrescarsi la memoria prima di un interrogazione, dando un occhiata alle pareti del Casino Massimo divenuto per l'occasione strategico Bignami. Non tutti i critici d'arte convergono sul valore estetico dell'opera, ma per chi non ama dare credito alla spocchia dei critici ed è abituato a giudicare l'arte con lo stomaco, l'impatto con queste stanze si rivelerà sicuramente notevole; sarà per la prospettiva delle porte allineate in sequenza che sembrano introdurci di volta in volta in una nuova scatola tridimensionale, sarà per un moto d'orgoglio patriottico (lo so, i pittori sono tedeschi, ma i temi sono parte del nostro patrimonio e DNA) o semplicemente perchè le scene ci appaiono luminose e pulite come per le pennellate di un Raffaello prima maniera.


In questo planetario della letteratura è bello alzare la testa perdendosi nei dettagli e ricostruire le storie che ci hanno accompagnato (o che abbiamo rifuggito) sui libri di scuola. E sicuramente non potrà che colpirci quella contrapposizione Dantesca tra inferno e paradiso, ormai perfettamente interiorizzata da ogni cittadino Italiano minimamente consapevole, con quell'apocalittica scena dell'inferno a fare da cornice ad una porta che non siamo certo tentati di voler attraversare. Il lavoro venne portato avanti, lasciato incompleto e infine concluso da diversi appartenenti alla setta pittorica: Peter Cornelius, Joseph Anton Koch, Johann Friedrich Overback, Philip Veitt, Julius Von Carolsfeld, si alternarono e sostituirono in un'opera globale che oggi ci appare quanto mai uniforme. In particolare il giovane Carolsfeld si occupò da solo della stanza di Ariosto, regalandoci momenti di puro lirismo come nella scena di Angelica e Medoro, con lei che incide sull'albero il nome dell'innamorato. Alla fine della visita ci sembrerà di essere usciti da un quadro. Ad aspettarci non ci sono più le campagne bucoliche dell'Esquilino che fu, ma il rumoroso traffico di S.Giovanni, e ripiombati nell'inferno di lamiere non potremo fare a meno di pensare che alla fine il vero "casino massimo" è tutto per strada appena fuori di lì..


Il Casino Massimo si trova in Via Matteo Boiardo 16 ed è visitabile il martedì e il giovedì dalle 9:00 alle 12:00 e dalle 16:00 alle 18:00 e la domenica dalle 10:00 alle 12:00.

martedì 19 febbraio 2013

Dice che 'sta città "non s'ha da fare"!


Esistono diversi modi per entrare a curiosare nella vita privata di un artista: attraverso l’interpretazione delle sue opere, sfogliando l’ultimo numero di Novella 2000 o molto più efficacemente introducendoci all’interno della sua abitazione. Ma non temete: ciò che può suonarvi come un’istigazione a delinquere è in realtà un semplice invito a scoprire una delle tante case museo presenti a Roma, che, complice la quasi totale assenza di visitatori, offrono l’opportunità di fare un salto nel tempo immergendosi completamente nell’atmosfera e nei segreti della vita di un artista, che il più delle volte è prima di tutto un uomo di un altro secolo. Tra queste la più sorprendente è sicuramente la casa museo di Hendrik Christian Andersen, un vero e proprio palazzetto degli inizi del Novecento immerso nella tranquillità residenziale del quartiere Flaminio. Ma chi era Hendrik Christian Andersen? Pittore e scultore, nato in Norvegia nel 1872 ed emigrato con la sua famiglia ancora bambino negli Stati Uniti, Hendrik decide di trasferirsi a Roma durante il classico viaggio di formazione in Europa, una sorta di tappa obbligata per gli artisti d'oltreoceano. Intorno a lui ruotano tutta una serie di personaggi degni di una trama da serial televisivo: il fratello pittore Andreas, morto in giovane età, la ricca cognata Olivia, vera e propria mecenate e finanziatrice dei due fratelli artisti e poveri in canna, lo scrittore Americano Henry James, il suo “maturo” amante nonchè protagonista di un appassionato scambio epistolare, l’onnipresente madre Helene (da cui il nome Villa Helene) e la giovane governante Lucia, in seguito adottata dalla madre, e ultima usufruttuaria della villa, da lei stessa magicamente trasformata in bordello per onorare la memoria artistica della propria famiglia adottiva.


All’ingresso del palazzo, come in una moderna trasposizione del caro vecchio concetto di casa-bottega, veniamo immediatamente accolti dagli ampissimi ambienti del pianoterra che ospitano lo studio di scultura e la galleria d’esposizione, scenario surreale di una collezione apparentemente interrotta. Una sorta di classicismo filtrato all’americana si fonde con i temi  ridondanti e involontariamente propagandistici di inizio secolo che fanno perno sulla gagliardia fisica, la maternità e l’intelletto, consegnandoci un risultato indubbiamente monumentale, ma decisamente discutibile secondo gli snobissimi gusti dell’intellettuale europeo nel quale ci siamo momentaneamente incarnati. La visione d’insieme è grottesca e straniante, ma allo stesso tempo ipnotizzante quasi quanto un momento di brutta televisione. Questi candidi giganti abbandonati sotto il grande lucernario, preziosa fonte di luce per accompagnare i lavori in corso, sembrano avere preso forma appena ieri, e quasi ci si aspetta che da un momento all’altro entri l’autore per chiederci cosa ne pensiamo (fortunatamente non è così e non saremo costretti a mentire).


Passando dallo studio alla galleria, vera e propria sala di rappresentanza per l’esposizione delle opere finite, inizieremo finalmente a comprendere il disegno di una mente lucidamente geniale nel suo folle e megalomane progetto, a cui l’intera produzione artistica era destinata: la costruzione di un’utopica città ideale. Tutte le sue sculture vennero infatti pensate e realizzate per la decorazione degli edifici di una fantomatica città mondiale delle arti, delle scienze e del pensiero filosofico e religioso. L’idea incontrò inizialmente il favore di Mussolini, il quale successivamente troppo preso dagli improrogabili impegni bellici, perse interesse nel progetto condannandolo così all’oblio e al naufragio. L’area individuata per la realizzazione di questo centro mistico-scientifico era quella tra Maccarese e Fiumicino (lo sbocco al mare era infatti una parte integrante, allo stesso tempo simbolica e strutturale, dell’intero progetto): quella stessa zona successivamente santificata da gitanti in canotta, dove l’unico connubio tra scienza e filosofia si è risolto nella ricerca dell’ombra in pineta per la pennichella post pic-nic. Ed è lì che diventa entusiasmante scoprire i disegni, i progetti e le mappe di quello che sarebbe potuto essere e che (purtroppo o per fortuna) venne costruito solo nella mente di un’artista. Quasi ci sentiamo delle spie a sfogliare l’imponente volume illustrato “Creation of a World Center of Communication”, opera magna che ripercorre la genesi di questa città ideale a partire dalle concezioni urbanistiche delle più antiche civiltà. E guardando le sculture e i progetti non possiamo fare a meno di pensare alle scenografie del kolossal in bianco e nero "Cabiria".


Proseguendo al primo piano verremo introdotti nell’appartamento privato dell’artista ( e in seguito “pensione” a luci rosse grazie alla romanesca vena imprenditoriale della sora Lucia Andersen), oggi spesso sede di mostre temporanee. Molto più della mostra di turno a colpirci sono le atmosfere arricchite dalle autentiche decorazioni liberty, che ci riportano al tempo e ai personaggi di questa lunga storia fatta di sogni e amori impossibili, personaggi che, forse in maniera leggermente inquietante, ritroviamo scolpiti nei volti di pietra che decorano la facciata esterna dell’edificio. E così anche la stanza più spoglia, quella dove è parcheggiata la macchinetta automatica delle bevande, diventa allo stesso tempo la più intima, con una collezione originale di foto di Hendrik e della sua famiglia, dei suoi successi lavorativi, dei suoi momenti sia intimi che professionali. Alla fine del giro quasi ci sembra di conoscere tutto di lui: abbiamo ammirato le sue opere e gli strumenti di lavoro, il progetto-sogno di una vita, i suoi libri, i volti dei suoi familiari e delle persone amate, abbiamo percorso le stesse stanze, e soprattutto ci siamo illusi di vivere nel suo tempo per il breve momento di una visita. Uscendo sul terrazzo non possiamo fare a meno di riflettere: non sapevamo nemmeno chi fosse Hendrik Christian Andersen, e appena dopo meno di un'ora ci sembra di aver attraversato la sua vita come in un film. La cosa più sconvolgente? Non abbiamo nemmeno pagato il biglietto.


Il Museo Hendrik Christian Andersen su trova in via Pasquale Stanislao Mancini 20 ed è aperto dal martedì alla domenica tra le 9:30 e le 19:30. L'ingresso è gratuito!

mercoledì 30 gennaio 2013

Dice che a messa ce stanno un pò più de quattro gatti


Se durante la messa domenicale in un mattino di pioggia il profumo di incenso venisse improvvisamente sovrastato dall'odore di cane bagnato, se un latrato dovesse riecheggiare più in alto del coro liturgico e se le acquasantiere iniziassero a moltiplicarsi ospitando al loro interno pesci rossi e tartarughine d'acqua dolce, non resterebbero che due sole spiegazioni: o siete sotto l'effetto di qualche allucinogeno, oppure state assistendo alla messa di benedizione degli animali in onore di S.Antonio Abate, nella chiesa di S.Eusebio all'Esquilino. S.Antonio è considerato uno dei più illustri eremiti della storia della chiesa, e per quanto nei suoi lunghi soggiorni in solitudine avesse rifuggito la compagnia di qualsiasi presenza sia umana che animale, l'iconografia classica medievale ce lo consegna circondato da animali da cortile, dove tra tutti spicca immancabilmente il maiale, il cui grasso veniva tradizionalmente usato per la cura delle malattie della pelle che rientravano sotto l'infausta categoria "fuoco di S.Antonio". In virtù di questo utilizzo a scopo curativo, l'allevamento del maiale veniva eccezionalmente ammesso all'interno delle mura delle città in cui fosse presente una sede dell'ordine monastico degli Antoniani. Ed è proprio da questa associazione che nacque la figura di S.Antonio come protettore degli animali.


Il 17 gennaio, giorno dedicato al Santo, ha dunque luogo la cerimonia di benedizione degli animali, precedentemente (e più logicamente) operata nella chiesa di S.Antonio Abate, e in seguito trasferita per motivi di traffico nella più riparata S.Eusebio. La data diventa quindi un'occasione unica per scoprire una tradizione ancora in vita e soprattutto per fare conoscenza con la più variegata umanità del rione.
Mentre le "gattare" continuano a confermarsi come la "animaliste" più invasate, a sorprenderci contribuiscono tutta una serie di personaggi tra i quali è doveroso stilare una personale classifica in quanto ad originalità e stravaganza. Nella categoria del più impavido e paziente vince a mani basse la signora con la ciotola della tartarughine acquatiche. A parte la complicazione di trasportare in loco un ciotolone pieno d'acqua (ma io non faccio testo, rovescerei un bicchiere d'acqua per un tragitto appena più lungo di 15 metri), il coefficiente di difficoltà viene in questo caso enormemente accresciuto dalla contingente situazione metereologica. E a questo punto sorge una domanda: avrebbe avuto senso riparare le tartarughine con l'ombrello?


Il premio al più tradizionalista va alla bambina con il coniglio. In un passato non troppo remoto ad essere benedetti erano infatti tutti quegli animali da cortile o da trasporto che possedevano un valore concreto nella vita dell'uomo, come fonte primaria di sostentamento e in certi casi di ricchezza (dalle mucche ai cavalli), ed è solo recentemente che il pubblico delle benedizioni ha virato verso più gestibili animali domestici e da compagnia. Non nascondo che avrei sperato di scorgere almeno un maiale o un ovino, ma tutto sommato non posso negare che anche il coniglio abbia fatto la sua porca figura (il riferimento al maiale è d'obbligo) come degno rappresentante degli animali da cortile. Tra i personaggi più ambigui e sospetti spadroneggia al primo posto il bambino con una gabbietta contenente un insetto stecco mimetizzato tra due ramoscelli. Dobbiamo credere che fosse realmente mimetizzato o possiamo supporre che il fanciullo ci stesse prendendo tutti sapientemente per il culo? La palma per la più esibizionista va indubbiamente alla signora con la coppia di furetti che, per aver posato davanti agli obiettivi con più impegno di Nicole Kidman sul red carpet, ha dato legittimamente adito al sospetto che li avesse affittati per l'occasione.
Il premio al più fantasioso? La bambina col dinosauro di peluche, anch'esso immancabilmente benedetto dal sacerdote.
Non manca il più devoto che, alla faccia di chi sostiene che i pesci rossi rechino meno soddisfazione affettiva delle piante, è colui che ho appunto ribattezzato il ragazzo del pesce rosso, perennemente contrito in uno stato di adorazione mistica nei confronti della propria vaschetta durante tutta la celebrazione.
Infine in mezzo ad una corposa legazione di volatili pennuti, i quali avranno probabilmente sbadigliato di noia a sentir parlare di un comunissimo e da noi bipedi banalmente agognato regno dei cieli, c'è la vera rappresentanza di massa: e mai come in questo caso l'espressione inglese "piovono cani e gatti" avrebbe potuto rivelarsi più azzeccata  per fare riferimento al pubblico di questa particolare messa con diluvio. Stupisce il comportamento "educato" e tutto sommato poco rumoroso del popolo quadrupede, con la sola eccezione del momento dello scambio del segno di pace, quando i padroni osano avere un contatto fisico con gli estranei scatenando le gelosie e il dissenso della rappresentanza canina. Per il resto tutto procede regolarmente nella ritualità di una messa dove a distinguersi è solo il pubblico d'occasione. Il momento più atteso, come in ogni rappresentazione che si rispetti, arriva proprio sul finale, quando preti, sacerdoti e chierichetti si dividono il compito benedicendo uno ad uno gli animali vestiti a festa per l'occasione, fino ad giungere all'esterno, dove decine di fedeli attendono il momento ufficiale della benedizione di massa.
All'esterno tutto assume i contorni di una festa rionale, con tanto di banda dei carabinieri pronta ad esibirsi sotto i portici di Piazza Vittorio.


La chiesa si è svuotata ed è arrivato il momento di scoprire un tesoro sconosciuto nascosto sul retro dell'altare. S.Eusebio custodisce infatti un meraviglioso coro ligneo intagliato a figure grottesche, unico esempio presente a Roma. Ed è proprio il caso di dire che un simile tesoro lo conoscono veramente in quattro gatti.


mercoledì 9 gennaio 2013

Dice che a Dragona ce trovi pure l'uovo di dinosauro


Quest'oggi ho deciso di accompagnarvi in un'insolita gita fuori porta, dove per "porta" intendiamo i confini del Grande Raccordo Anulare, e per "fuori" tutte le possibili accezioni di tale espressione, a partire da un sempre stimolante "fuori" dalla quotidianità, dalla logica e dalla nostra dimensione, per concludere infine con un meno rassicurante "fuori" di testa. Ci troviamo a Dragona, nome che riporta alla mente le atmosfere magiche di una letteratura fantasy da Terra di Mezzo, in realtà comunissima frazione del più sterile hinterland metropolitano, fatto di anonime stradine residenziali martoriate dalle classiche buche di ordinanza made in Rome. Ed è proprio tra le palazzine di Dragona che si nasconde il Museo Agostinelli, luogo che nonostante la categorizzazione museale sfugge a qualsiasi definizione e che ci viene presentato nell'omonima brochure come "la più ampia raccolta al mondo di Arti, Tradizioni e non solo...", confermando in questo modo l'evidente difficoltà di classificazione della nostra meta.


Il museo nasce dalla mente del proprio fondatore, Domenico Agostinelli, commerciante d'arte e restauratore che, nel corso dei suoi viaggi intorno al mondo a partire dagli anni Cinquanta, ha lasciato che la sua canonica attività professionale degenerasse in una compulsiva raccolta e catalogazione di ogni sorta di oggetto o testimonianza, dando il via ad un mostruoso numero di collezioni dei generi più disparati, che come in un processo di implosione del big bang sono confluite nel piano terra di questa palazzina di Via Donato Bartolomeo. Le circa quattrocento collezioni dichiarate sembrerebbero riassumere tutte le conquiste del genere umano, dalle monete alla carta igienica, passando per flipper, immagini sacre, orologi e mappamondi. Tra marionette e raccolte di necrologi anche l'occulto trova il suo spazio in una nicchia popolata di teschi e bambole vodoo, mentre nella stanza della musica un'orgia di strumenti, spartiti e busti di compositori celebri vi stordirà con un silenzioso, ma piuttosto caotico concerto visivo. Ed è per questo che ho amato subito questo (non) luogo. L'impressione è quella di oscillare tra l'ingresso nel paese delle meraviglie di Lewis Carrol e quello in un incubo di Dario Argento, e non potrete che lasciarvi entusiasmare e tramortire dalla molteplicità di stimoli di un mondo dove sembra non esserci rimasto un solo centimentro quadrato di spazio libero di superficie.


A me piace immaginarlo come il paradiso degli oggetti smarriti, un romantico limbo dove potrete infine riabbracciare e ricongiungervi con i circa centodiciotto ombrelli sperduti irrimediabilmente in giro durante tutto il corso della vostra esistenza. E se è vero che nella mente di un genio c'è sempre un fondo di follia, non possiamo che definire geniale questa raccolta: nell'apparente disordine ogni cosa è in realtà meticolosamente catalogata per scomparti, e solo dopo essere stati catapultati in questo vortice a prima vista insensato, la vostra mente, come per un meccanismo di autodifesa, e con lo stesso processo per cui gli occhi si abituano lentamente al buio, inizierà a distinguere un filo conduttore. E così tra cartelli scritti a mano, scatole e cassetti tutto sembra ricomporsi in una logica sfuggente, per poi scomporsi improvvisamente in una nuova ricerca senza riferimenti,  fino a quando rivivrete quella stessa paranoica sensazione (di quella volta ad Amsterdam) che siano gli oggetti a trovare voi. Si narra che in questo caos siano custodite delle autentiche chicche, come un uovo di dinosauro, i capelli di Garibaldi e una lettera autografata di Maria Antonietta. Devo ammettere di non aver chiesto lumi ai gentili proprietari per individuarne la collocazione nonostante fossi partito già informato sui fatti e deciso a prenderne visione, ma devo riconoscere come la cosa sia passata in secondo piano una volta scoperto che l'eccezionalità del posto non era certo dovuta alla presenza di questi sparuti cimeli, ma all'esistenza stessa di questa creatura multiforme nella sua interezza, dove tra meteoriti e animali imbalsamati, l'autenticità di un singolo oggetto diventa l'ultima delle preoccupazioni.


Questo passare dall'incredulità all'entusiasmo, per poi concludere con una leggera nota malinconica e una raucedine da polvere, rende la scoperta del museo Agostinelli una vera e propria esperienza multisensoriale. In questo generale sbandamento anche lo spazio diventa un concetto relativo, e quelle che da fuori sembrano due o tre sale di un piano terra delle dimensioni di un negozio, si trasformano all'interno in uno sconfinato susseguirsi di ambienti dove il concetto di vuoto è bandito da ogni categorizzazione mentale. Alcune zone rimangono off-limits, mentre in altre è specificato che si può accedere solo accompagnati. Il motivo sta nella presenza di numerosi oggetti potenzialmente fragili o pericolosi, come una collezione di taglienti bisturi chirurgici che, come spiega la proprietaria alimentando un brivido sulla schiena e una goccia di gelido sudore sulla fronte, nel caso qualcuno ne afferrasse uno e ZAC (accompagnato da un convincente mimo del taglio della gola) potrebbe trasformarsi in un problema. Se tutto questo sembra avere poco senso, in realtà il museo Agostinelli rappresenta anche una miniera di materiali ad uso e consumo di registi teatrali e cinematografici (si fanno i nomi di Avati, Zeffirelli e Tornatore), una specie di cilindro magico dove è possibile reperire gli strumenti per dare vita con verosimiglianza a qualsiasi tipo di scenografia.


I membri della famiglia estremamente gentili e disponibili, l'ingresso gratuito e la possibilità per gli appassionati di scatenarsi in un delirio fotografico senza restrizioni rendono questa visita, oltre che speciale nel suo genere, anche estremamente piacevole e rilassata. Sempre che essere fissati da decine e decine di bambole di porcellana appostate ad ogni angolo non rappresenti un problema per la serenità della vostra successiva attività onirica. Unico effetto collaterale al momento dell'uscita è una certa spossatezza come da postumi di un viaggio nel tempo, con il cervello sul punto di soccombere alla molteplicità di informazioni diverse coattivamente assorbite in poco tempo. Ma non c'è assolutamente motivo di preoccuparsi: nulla che un aperitivo non possa far passare nel giro di due o tre spritz!

Il museo Agostinelli si trova a Dragona in via Donato Bartolomeo 48 ed è visitabile dalle 8:30 alle 13:00 e dalle 16:00 alle 19:00 (chiuso sabato pomeriggio, festivi e ad agosto). Tel: 06/5215532