mercoledì 31 agosto 2011

Dice che è liberty, anzi è gotico, anzi è fantasy. Anzi no! Dice che è Coppedè!

Nella placida atmosfera residenziale del quartiere Trieste, a due passi dal celebre Piper, può capitare di ritrovarsi improvvisamente catapultati nell'atmosfera metafisica di un incrocio di strade, dove le regole architettoniche e gli stili più disparati sembrano fondersi nell'illogicità apparente di una vera e propria scenografia fuori dal tempo. Ci troviamo nel cuore del cosiddetto quartiere Coppedè, dal nome del suo progettista e realizzatore Gino Coppedè. Come in tutte le archittetture sui generis che si rispettino, non poteva mancare anche in questo caso l'inevitabile leggenda metropolitana del misterioso suicidio del "folle" architetto, scomparso (guarda caso) "in odore" di satanismo. La versione ufficiale propende in realtà per una meno suggestiva cancrena polmonare, versione che rispetto alla leggenda perde però quel suo alone di morbosità, che nel tempo ha dato adito alle tante affascinanti congetture legate all'arcana simbologia rappresentata ed espressa sulle facciate dei suoi palazzi. Il progetto venne commissionato nel 1915 ad un già conosciuto e apprezzatissimo Coppedè dalla Società Anonima Edilizia (da non confondersi con il genere "edili anonimi" del tipo  "ciao, mi chiamo Roberto Carlino e sono un palazzinaro"), e venne da lui personalmente seguito fino alla già discussa morte avvenuta nel 1927.

L'ingresso più scenografico è indubbiamente dal lato di via Tagliamento, dove l' imponente arco (richiamo all'antichità classica e ai suoi archi di trionfo), che unisce fra loro i cosiddetti palazzi degli ambasciatori, vi accoglierà incorniciando questo sorprendente paesaggio architettonico come ad indicare una simbolica via di passaggio verso un tempo sospeso. Il maestoso lampadario in ferro battuto, complemento d'arredo piuttosto insolito per una collocazione in esterni, ci suggerisce immediatamente che non ci troviamo in una strada qualunque. Alla destra dell'arco verrete accolti da un'edicola sacra dove la classica madonnina sembra protendere un Gesù bambino versione rugbysta, rappresentato in fase di placcaggio per atterrare al suo ingresso l'incauto visitatore. Colpisce immediatamente la straordinaria ricchezza di decorazioni, simboli e fregi, che nel caso specifico dei palazzi degli ambasciatori si distinguono per la loro peculiare asimmetricità. Il risultato complessivo risulta comunque stranamente armonioso e piacevole alla vista. Al centro di Piazza Mincio, una volta passato l'arco,  troneggia la cosiddetta fontana delle rane, che con un notevole sforzo intuitivo potrete arrivare ad immaginare come caratterizzata dalla presenza di rane (di pietra ovviamente). Tutto intorno si dispiega il delirio architettonico e stilistico:


L'ingresso del palazzo al civico 2 è una fedele rappresentazione della scenografia di "Cabiria", kolossal cinematografico Italiano del cinema muto (1915) dagli imponenti allestimenti scenici, a cui persino Gabriele D'Annunzio contribuì in veste di sceneggiatore.
Lo spirito visionario del film, frutto delle allucinazioni del regista Giovanni Pastrone, meritò evidentemente la concretezza di un tale omaggio dal suo degno estimatore Coppedè. Esattamente di fronte, dall'altro lato della fontana, si erge il cosiddetto palazzo del ragno. L'origine del nome è chiaramente deducibile dall'inquietante raffigurazione di un ragno che sovrasta il portone, che se proprio volessimo andare al di là del suo essere aracnide, potremmo dotarlo di una miriade di significati simbolici: a partire dalla Grande Madre che tesse il destino degli umani, fino ad un più terra terra "ragno porta guadagno",  ributtandoci così nuovamente a capofitto nella misteriosa indecifrabilità della simbologia del nostro Coppedè.

Potremmo completare il minestrone aggiungendo la giusta dose di suggestioni massoniche e templari (ovviamente non manca la raffigurazione di una coppa al terzo piano di uno dei palazzi degli ambasciatori, subito identificata come il santo Graal), che nell'era post-codice Da Vinci si adattano perfettamente a qualsiasi argomento e situazione. Per non farci mancare nulla, come sobria par condicio architettonica, dopo i richiami alla Romanità classica dell'arco di ingresso possiamo infine notare come l'intera facciata del palazzo del ragno rappresenti un azzardato richiamo all'architettura Assiro Babilonese. E a questo punto il "mei coglioni" ci sta tutto! Ma la vera regina della piazza è il complesso dei cosiddetti villini delle fate.
Chi altri se non il nostro Coppedè riuscirebbe ad accostare decorazioni murali raffiguranti Dante e Petrarca, processioni  di monaci, vedute di Firenze, falconieri, donne in peplo, il leone Veneziano di S. Marco, segni zodiacali, la lupa di Romolo e Remo e frasi latine in una vera e propria orgia decorativa (praticamente manca solo l'effigie di Che Guevara e il logo della Apple) sulle facciate di un unico complesso architettonico? Il tutto allo scopo di abbellire un fiabesco castelletto Medievale, dove tra logge e torrette, gli elementi del fantasy e del manierismo si fondono alle allora attualissime suggestioni del liberty e dell'art decò.

In ogni caso l'elemento che realmente capovolge tutte le regole della fisica e della razionalità è l'inaspettata disponibilità dei portieri, che al nostro timido incedere all'interno degli androni armati di macchina fotografica, quando nelle nostre orecchie già risuona l'eco di un "' 'ndo cazzo vai è proprietà privata", ci accolgono con un sorriso gentile per lasciarci assaporare questo squarcio di atmosfere anni '30, dove, perlomeno negli interni, il liberty e l'art decò la fanno da padrone con inaspettata coerenza.
Non sorprende che Dario Argento, altro visionario maestro del cinema Italiano, abbia scelto l'atmosfera gotica e surreale di questo quartiere per l'ambientazione di alcune scene di due celebri film: "L'uccello dalle piume di cristallo" e "Inferno". In particolare nella seconda pellicola, autentico delirio narrativo, si rimarca l'accostamento simbolico tra palazzi misteriosi e occulto, e proprio uno degli edifici Coppedè di Piazza Mincio viene scelto come residenza Romana della "Mater lacrimorum", una delle tre temibili madri degli inferi dislocate nelle loro residenze di Friburgo, New York e appunto Roma (lo stesso palazzo era stato in precedenza utilizzato anche per il film "The Omen, il presagio"!).
Insomma le suggestioni non mancano di certo e l'intera piazza e le sue strade si presentano come un libro aperto a mille interpretazioni: dalla fiaba, al romanzo gotico, passando per il polpettone storico di "Cabiria" e chiudendo, come sempre, con l'horror e il mistero. Perchè alla fine ciò che rende affascinante questo angolo di Roma è  proprio quella sottile inquietudine che accompagna la sua indecifrabilità, il frutto di un genio che con la sua opera ha creato uno stile che, in suo onore e per ovvie impossibilità classificative, è riconosciuto ancora oggi con il nome di "stile Coppedè".


mercoledì 20 luglio 2011

Dice che alla Magliana c'è una chiesa lounge

Ho sempre nutrito forti dubbi rispetto ai risultati estetici delle chiese moderne, generalmente in bilico fra l'anonimo e l'orrendo. Se invece parliamo della Chiesa del Santo Volto di Gesù, nonostante mi senta in dovere di lasciare in sospeso il mio giudizio personale, posso tranquillamente ammettere che al concetto di "stile moderno" si accompagna eccezionalmente in questo caso anche quello di espressione artistica, per quanto nei limiti della nostra epoca e con risultati a prima vista più consoni a un museo, un auditorium o un lounge bar.

Al progetto di due architetti (Piero Sartogo e Nathalie Grenon) hanno infatti partecipato ben otto artisti di prestigio, in un ritorno a quella commistione tra funzionalità architettonica e contributo artistico che ormai da secoli mancava nella realizzazione dei luoghi di culto. Vi invito quindi ad una passeggiata alla Magliana nuova per un'escalation di reazioni che, partendo dall'istintivo rifiuto, e passando per l'ironia e la curiosità, potrebbe addirittura concludersi con l'apprezzamento e l'ammirazione verso questo risultato di sperimentazione ibrida tra chiesa e galleria d'arte.
Per quanto ci si sforzi di dichiarare chiavi di lettura a sfondo religioso per spiegare alcune scelte prettamente artistiche (il corridoio esterno a V che si apre come in un abbraccio verso il figlio di dio, la vetrata circolare che riprende la forme del cosmo illuminato di luce mistica, "queshto Crishto che si immola" e così via ) risulta abbastanza evidente come tutta questa pantomima abbia l'unico scopo autoreferenziale di produrre arte ad uso e consumo di un pubblico laico che sappia apprezzare l'indubbio valore di un'opera moderna.
E in effetti per chi si approccerà con la curiosità del visitatore del MACRO, le proprie aspettative verranno sicuramente soddisfatte: pareti blu elettriche, sedili minimal, cristi serigrafati e un interessantissima via crucis da gustarsi come fosse un esposizione monografica permanente di opere contemporanee su formelle di ceramica smaltata.

I confessionali, segnalati da una targa in stile ufficio amministrativo, vi accoglieranno in due minuscoli ambienti blu elettrico dove un'inquietante riproduzione fotografica serigrafata del volto di Cristo, assisterà allo sciorinamento delle vostre malefatte dall'alto di un oblò. Dopo esservi affacciati all'interno sono certo che anche voi proverete l'impulso irrefrenabile di entrare a confessare tutti i vostri peccati con in sottofondo un pezzo dei Massive Attack. Dispiace pensare che le signore del quartiere, dopo essersi raccolte in preghiera in questa atmosfera lounge, debbano uscire a comprare le paste della domenica nel ben più anonimo bar pasticceria all'angolo, e quasi verrebbe voglia di caricarsele tutte in macchina e dare continuità alla loro esperienza con un aperitivo al Singita di Fregene.

Appena fuori dai confessionali, in opposizione all'immensa vetrata circolare che illumina a giorno l'intera aula liturgica, noterete il curioso dipinto murale di Marco Tirelli, intitolato "luci dalle tenebre" (a proposito! Non ho ancora restituito a Blockbuster l'ultimo capitolo della saga di Star Trek) raffigurante la terra circondata dalle tenebre originarie, a loro volta immerse nel blu profondo dell'abisso cosmico. In definitiva una serie di cerchi concentrici, il cui risultato finale da vita a quello che sembrerebbe essere il logo perfetto per un' impresa di costruzioni aerospaziali.

Decisamente interessante è la già menzionata carrellata di ceramiche smaltate realizzate da Mimmo Paladino per una personalissima reinterpretazione della Via Crucis. Per quelli che come me non avessero familiarità con i concetti di arte moderna e di stile naif contemporaneo, confrontare la lettura tradizionale di ogni episodio e tappa della via crucis con questa rilettura decisamente più libera, può trasformarsi in uno stimolante e divertente approccio creativo (sono convinto che ci sia creatività anche nella fruizione passiva dell'arte) verso uno stile generalmente poco accessibile, di cui anche da profani riuscirete ad apprezzarne la sorprendente vitalità ed inventiva. 
La grande vetrata circolare taglia a metà la semicupola creando un confine netto tra interno e esterno, e riprendendo quindi quel contrasto e commistione fra luci e ombre che ricorre in tutta la struttura. Le linee essenziali delle panche, lungi dal rendere fredda e distante l'atmosfera del luogo, ci riportano in realtà alla familiarità, al calore e alla cocente incazzatura di un pomeriggio all'Ikea. Dell'esterno vi colpiranno l'effetto moresco della semicupola appoggiata direttamente sull'edificio e una cancellata dall'andamento "tribale" (personalissima quanto inappropriata definizione che voglio anarchicamente concerdermi). In ogni caso sono certo che ognuno di voi scoprirà il proprio dettaglio personale, che vi incuriosirà e vi farà sorridere per quell'eccesso di audacia e innovazione destinati con azzardo e creatività a questa chiesa di quartiere popolare.

Per quanto mi riguarda ho trovato divertente un cartello posto nelle adiacenze dell'area esterna destinata ai bambini "la parrocchia declina ogni responsabilità per eventuali incidenti che ACCADONO nell'area giochi". Dichiarazione che riporta alla mente le parole di Gesù nel nuovo testamento "lasciate che i bambini vengano a me"..e a cui in questo caso verrebbe da aggiungere "se poi se fanno male cazzi loro". Indubbiamente un pensiero profondamente moderno.
La Chiesa del Santo Volto di Gesù si trova in Via Caprese 1 all'angolo con Via della Magliana nuova ed è generalmente aperta tra le 8:00 e le 18:30. Per andare sul sicuro meglio andare il sabato o la domenica mattina dopo la messa.
Fa parte del complesso anche la canonica, interessante in particolare per le scelte cromatiche degli interni, la quale rimane separata dalla chiesa attraverso l'efficace scelta architettonica di un corridoio a V.

martedì 5 luglio 2011

Dice che le nozze di Cana si terranno a Trinità dei Monti. RSVP

Se iniziassi questo post nominando Trinità dei Monti, pensereste subito che a secco di suggerimenti originali, percorsi alternativi e tesori nascosti, abbia deciso di condurvi sulla celebre scalinata di Piazza di Spagna, dove di veramente nascosto sembrerebbe non esserci rimasto nient'altro che la superficie dei gradini ben celati sotto i culoni oversize dei turisti americani in bermuda. Eppure proprio lassù in cima, superate le azalee, i venditori ambulanti e i bivacchi di ogni sorta, c'è un intero percorso fatto di sorprese, effetti ottici e panorami mozzafiato del tutto sconosciuti persino alla maggior parte di noi autoctoni Romani. Sto parlando del convento di Trinità dei Monti, una vera e propria enclave Francese nel centro della città, dove persino essere ospitati nel sobrio bed and breakfast all'interno della struttura risulta essere privilegio esclusivo riservato ai soli Francofoni, così come recita la brochure. Per chi invece non distingue un "oui" da un "aò", è comunque consentito l'accesso e la visita del complesso, per quanto sia necessario farne richiesta con congruo anticipo in attesa che le francofone suorine diano il loro benestare.

Il convento nasce dalla devozione dei re di Francia Luigi XI e Carlo VIII per S. Francesco da Paola, un eremita Calabrese molto dedito, la cui fama di taumaturgo si sparse rapidamente in tutta Europa. Fondatore dell'ordine dei cosiddetti frati Minimi, Francesco si vide coinvolto suo malgrado in un complesso gioco politico tra il papato e la Francia, le cui conseguenze significarono per lui l'abbandono della soppressata e del suo tranquillo eremitaggio calabro, a favore di un trasferimento e della conseguente trasformazione in santo di corte presso gli stessi monarchi Francesi. Fu proprio Carlo VIII, che in seguito all'acquisto di alcuni terreni nella zona del Pincio, decise all'inizio del '500 di fondare il monastero dell'ordine dei suddetti frati Minimi, in quello che ancora oggi rimane insieme all'adiacente accademia di villa Medici una proprietà dello stato Francese nel centro di Roma (e avoja a chiamarla Piazza di Spagna). A conferma di ciò possiamo ammirare nel bellissimo chiostro di ingresso un'interessante galleria di ritratti dei Re di Francia, alternati ad episodi della vita del santo fondatore dell'ordine. Tali Minimi Francesi, che tra fisici, teologi, astronomi, botanici e matematici, a discapito del nome possono in realtà considerarsi dei massimi capoccioni, trasformarono nel tempo questo luogo in un vero e proprio centro di studio e di ricerca, dove anche l'arte riuscì ben presto a trovare espressione nei suoi aspetti più tecnici e sperimentali. La prima sorpresa la ritroviamo infatti sotto forma di un anamorfosi dipinta lungo il corridoio del primo piano del convento. Per chi è pronto a replicare con "anache?" tenterò di spiegare che per anamorfosi si intende un particolare artificio ottico secondo il quale riusciamo a distinguere una certa immagine solo se osservata da una precisa prospettiva, preferibilmente obliqua, mentre spostandoci verso la più classica visione frontale, la stessa "si trasforma" in qualcosa di completamente diverso.

Ed è così che procedendo lungo il corridoio avremo modo di osservare sulla parete sinistra un ritratto di S. Francesco da Paola in preghiera sotto un ulivo, la cui figura si distorcerà allungandosi gradatamente mano a mano che proseguiremo nella sua direzione, finchè ponendoci frontalmente rispetto al dipinto ci accorgeremo di come il soggetto si sia improvvisamente trasformato in un paesaggio bucolico raffigurante le coste della Sicilia e della Calabria. In tutto questo S. Francesco rimane solo come piccolo elemento del paesaggio, mentre lo vediamo attraversare lo stretto di Messina utilizzando il suo stesso mantello come zattera (Mc Gyver avrebbe apprezzato). Tra un "oh" di ammirazione e un "anvedi sto padre Maignan" (autore dell'esperimento) procederemo nella stanza successiva dove, dopo aver giocato con gli effetti ottici, si passerà decisamente alle cose serie.

L'intera volta del corridoio è infatti affrescata con la raffigurazione di una meridiana a riflessione, altrimenti detta astrolabio gnomonico catottrico, che lungi dall'essere una citazione di Tognazzi e della sua celebre supercazzula con scappellamento a destra, non è altro che una sorta di precisissimo quanto complesso orologio, dato dalla rappresentazione di un intricato gioco di linee intersecate e segni zodiacali, disegnati lungo tutta la parete. Secondo una serie di complicatissimi calcoli, tale meridiana è in grado di indicare con estrema precisione orari e situazioni astronomiche, leggibili grazie al riflesso del sole proiettato da  uno specchietto posto sul davanzale della finestra. Potreste rimanere per ore ad ascoltare affascinati le spiegazioni di questo piccolo miracolo di scienza e tecnica, e sono certo che come me continuereste a non capirci assolutamente un cazzo.
Ma le soprese non sono finite e, una volta tornati nel chiostro, vi invito a visitare l'interno del refettorio dei Frati, un ambiente completamente affrescato da padre Andrea Pozzo ( e poteva mancare in questa confraternita di frati geni l'autore della  finta cupola di S.Ignazio di Loyola?). Utilizzando i suoi artifici di pittura prospettica, frate Pozzo ci trasporterà questa volta direttamente nel bel mezzo della scena del miracolo delle Nozze di Cana. I'effetto di profondità corre lungo tutte e quattro le pareti del refettorio, dove oltre gli archi di una terrazza si svolgono le celebrazioni delle nozze, tra musici, servitori, e invitati che sporgono fisicamente oltre l'immagine coinvolgendo in prima persona gli spettatori. Anche in questo caso dovremo porci esattamente in un punto preciso della sala, luogo di convergenza di tutte le linee prospettiche: il solito punto di vista concessoci da frate Andrea Pozzo per darci la possibilità di accedere al suo gioco di prospettive catapultandoci al centro di questa movimentata rappresentazione.

Persino l'illuminazione sembra scaturire internamente dall'affresco, con la parete illuminata dall'unica finestra volutamente dipinta con colori più accesi e tratti più definiti rispetto alla sua opposta facciata, che quasi sembra confondersi nell'ombra indistinta dell'assenza di luce naturale. Di fronte a noi, dove la sala sembra sfondarsi verso l'azzurro del cielo oltre gli archi, ritroviamo i veri protagonisti del racconto: Gesù, Maria e un servitore, il quale in una perfetta rappresentazione dinamica del momento clou (la trasformazione dell'acqua in vino) sembra pronto a scendere al centro della stanza per iniziare a distribuire tra gli invitati l'agognata bevanda frutto del miracolo. L'effetto provocato negli spettatori, in questo caso i commensali del refettorio, è proprio quello di partecipare al miracolo in prima persona. Che i pasti dei frati fossero frugali poco importa, ma l'illusione di ubriacarsi con Gesù alle nozze di Cana è certamente un privilegio che solo questi religiosi scienziati avrebbero potuto permettersi.
Ebbri del buon vino di Gesù e dei tanti artifici prospettici, il modo migliore per riconciliarsi con la prospettiva reale sarà quella di ammirare il meraviglioso panorama che si apre di fronte a noi dai giardini del monastero confinanti con Villa Medici.

L'ultima curiosità prima di abbandonare questo luogo riguarda una celletta nella zona posteriore del convento, completamente affrescata in maniera tale da presentarsi come un ambiente a metà strada tra una caverna e un'antica rovina romana, secondo un'illusione che potesse richiamare quell'idea di eremitaggio tanto cara al fondatore dell'ordine dei Minimi. Dettaglio curioso è la presenza di un pappagallo colorato, il cui significato non è stato ancora bene interpretato, ma che sembra quasi rappresentare alla perfezione quel contrasto tra l'originale esperienza eremitica di Francesco e la stridente frivolezza di quella corte di Francia, dove a malincuore il nostro santo Calabrese terminò i suoi giorni.
Dopo l'espulsione dei Minimi Francesi a seguito delle guerre della Rivoluzione Francese il convento è stato dopo molti anni di abbandono affidato alle religiose del sacro cuore, che tuttoggi lo abitano e a cui è possibile fare richiesta per una visita privata telefonando allo 066794179.
In bocca al lupo!

martedì 7 giugno 2011

Dice che il faro è lì, "dove l'acqua di Tevero s'insala"

Come in ogni inizio d'estate, torna impellente la voglia di ritornare a questo nostro litorale completamente abbandonato per buona parte dell'anno, e infine riscoperto e benevolmente accolto dai Romani con la stessa metodicità di un cambio di stagione negli armadi. Ancora una volta vi invito ad uscire fuori porta per andare a scoprire l'atmosfera e i sapori di una decadente borgata di pescatori dalle atmosfere Pasoliniane, in bilico tra degrado urbano e autentico fascino di periferia di mare. I profili dei bilancioni dei pescatori si stagliano malinconicamente all'orizzonte in attesa che la prossima piena del Tevere o l'ennesima colata di cemento, ultimo scempio della casata Caltagirone, metta fine ai loro giorni, che in questo luogo magico e allo stesso tempo odioso, sembrano essersi fermati a cinquant'anni fa. Ci troviamo alla foce del Tevere, nel quartiere di Fiumara Grande a Fiumicino, lì "...dove l'acqua di Tevero s'insala...", come verseggiava Dante nel secondo canto del Purgatorio, ambientando in questo luogo di incontro tra Tevere e Tirreno il punto di raccolta delle anime destinate al secondo regno.


Sull'onda della metafora Dantesca il nostro itinerario percorrerà esattamente le medesime tappe del viaggio del poeta. Superati gli ultimi casermoni di Isola Sacra in direzione del faro ecco infatti spalancarsi di fronte a noi le porte dell'inferno: i cantieri del nuovo megaporto turistico della Concordia, una specie di Parco Leonardo affacciato sul mare dove le anime dannate di novelli Briatori (la cafonaggine estrema come ottavo peccato capitale) e lussuriose predatrici occuperanno quest'angolo di poetica decadenza al cospetto del vecchio faro, in un girone ripugnante di cocktail bars, infradito e abbronzature da tronisti. Il vecchio faro, in realtà ricostruito nel '46 sulle ceneri del suo illustre predecessore a seguito dei bombardamenti aerei tedeschi, venne abbandonato negli anni 70 perchè giudicato pericolante, divenendo infine scenario privilegiato di romantiche passeggiate al sapore di cannabis. Oggi mi piace immaginarlo come una moderna torre di babele che desideri solo lasciarsi crollare sull'infame scempio edilizio da seconda repubblica, e preferibilmente sull'autore stesso di questa ennesima violenza al nostro paesaggio e alla nostra storia.


Il faro e Fiumara sono separati da un ultimo breve tratto di strada: nessuna costruzione, da un lato i campi e dall'altro il mare e un infelice tentativo di creare una zona pic-nic, limbo perfetto per questo viaggio a ritroso nel tempo verso le borgate Romane degli anni 60, in uno scenario da "sporchi, brutti e cattivi" di Manfrediana memoria. L'inferno è ancora nelle strade dissestate, nelle case abusive, nella mancanza totale di criteri urbanistici. Sarebbe facile perdersi o lasciarsi prendere dall'inquietudine se non fosse che in questa piccola lingua di case, baracche e strade fatiscenti si arriva sempre al mare, o al fiume, lì dove la bolgia di anime purganti attende di essere portata a scontare le proprie pene accompagnate dalle dolci note del canto di Casella. Ed è lì che questo tratto di borgata trova il suo riscatto e il suo purgatorio: nell'odore forte di salsedine, alla vista del faro in lontananza e nelle acque del mare che si incontrano con sua maestà il Tevere, nei profili dei pescatori sugli scogli e in quella brezza inconfondibile che solo qui e solo in un giorno di tanti anni fa sembrava possibile ritrovare. 

Via Passo della Sentinella parte dagli scogli sul mare e corre parallela all'argine del fiume, e proprio qui concluderemo il nostro viaggio, dove del tutto inaspettata apparirà davanti a noi la rassicurante e accogliente palazzina che ospita la trattoria da Lilly. Se fino a questo punto avete pensato che abbia esagerato con tanta poesia, scoprirete anche voi che il paradiso dista solo lo spazio di quei pochi scalini che conducono alla terrazza.


Una terrazza, il tramonto, un paesaggio malinconico e un bicchiere di vino bianco ghiacciato, preludio dell'agognata cena di pesce nella calda atmosfera familiare, fatta di sorrisi, gentilezze e vaffanculi, con la schietta cordialità che fa di questi posti tutto quello che ancora ci si aspetta da una vera trattoria. La terrazza è il punto di vista privilegiato che vi farà innamorare di Fiumara Grande e del suo affascinante squallore. Sulla riva opposta dell'idroscalo, teatro del sordido omicidio di Pasolini, si stagliano i vecchi bilancioni dei pescatori, a sinistra il fiume e il suo invito a percorrerlo a ritroso, a destra scogli e mare aperto e di fronte a voi il silenzioso e alternato sfilare delle barche che escono in mare e rientrano lentamente in porto portandosi dietro i frutti della pesca e dei loro traffici illeciti. E se avrete la fortuna di arrivare in tempo per il tramonto, sperimenterete persino l'illusione di come proprio in questo luogo, dove ogni cosa è precaria, dimessa e sfuggente,  tutto possa essere meravigliosamente perfetto.
In attesa che arrivi Caltagirone e la sua colata di cemento.


La trattoria  "Lilly alla Fiumara" si trova in via Passo della Sentinella 126, a Fiumicino. Qualsiasi cosa scegliete, cadete bene. Per l'antipasto lasciate fare a loro e non ve ne pentirete. Oltre al tramonto, all'atmosfera e all'ottima cucina, apprezzerete anche il boccione di amaro lasciato generosamente sul tavolo. E se mancano i dolci fatti in casa, credete a me, è solo l'ennesima conferma che si mangia da dio e affanculo i dessert.
p.s.
Le foto sono di Edoardo Morello e ne trovate molte altre sulla sua pagina facebook FIUMARA GRANDE: non solo barche.

venerdì 27 maggio 2011

Dice che sta in estasi religiosa...dice lei..

Se da sempre le statue sono sinonimo di mutismo e immobilità, allora vale certamente la pena andare a scoprire, in uno dei maggiori capolavori di Lorenzo Bernini, la capacità di trasformare un blocco di marmo in un'esplosione di sensi, dove il movimento, la fisicità e finanche la risonanza di un gemito, ci colpiranno con tutta la forza espressiva del barocco, lasciandoci ammirati, confusi e con la strana sensazione di risultare persino un pò indiscreti: stiamo parlando dell'estasi di S.Teresa D'Avila.

Per interpretare l'ambiguo mistero di questa eccezionale opera d'arte, o almeno per cercare di darle un senso e una lettura personale, dovrete recarvi nella chiesa di S. Maria della Vittoria in via XX Settembre, così chiamata in onore dei vittoriosi risultati in ambito bellico ottenuti da Cristiani contro Protestanti in occasione del match della Montagna Bianca, durante il campionato della guerra dei trent'anni. E fu proprio per celebrare questi "pii avvenimenti" che la chiesa venne riccamente e sfarzosamente decorata alla maniera barocca, così come ci appare oggi in tutto il suo splendore. Molti di voi la ricorderanno inoltre come una delle tappe del sopravvalutato romanzo "Angeli e Demoni", nel passo in cui il celebre investigatore Robert Langdon, interpretato da Tom Hanks nell'omonimo blockbuster americano, accorre sul tardivamente previsto luogo del delitto per ritrovarsi ovviamente a festa terminata di fronte ad uno dei cardinali, vittima predestinata, appeso in catene sopra una catasta infuocata e marchiato a fuoco con la scritta "FIRE" (un plauso alla focosa coerenza).

L'opera oggetto della nostra visita è collocata in una delle cappelle del transetto sinistro della chiesa, e più precisamente nella cappella funeraria della famiglia Cornaro, la cui decorazione fu commissionata all'artista dallo stesso Cardinale Federico Cornaro. Ci troveremo davanti ad una vera e propria rappresentazione scenica, dove il Bernini, mettendo a frutto tutta la sua esperienza nel campo come realizzatore di imponenti scenografie teatrali, ricostruisce lo spettacolo dell'estasi con protagonisti dell'azione la Santa e un sadico cherubino. Per completare la metafora del palcoscenico, Bernini non ci risparmia nemmeno gli effetti speciali delle luci dei riflettori, utilizzando l'artificio barocco di una finestrella nascosta, attraverso la quale la luce naturale del giorno, irradiandosi lungo una struttura artificiale di raggi di bronzo, riproduce un suggestivo effetto di illuminazione sugli "attori" al centro della scena. A chiudere il quadro troviamo persino la riproduzione del pubblico (la famiglia Cornaro) che assiste distrattamente allo spettacolo dalle altezze di un palchetto teatrale. Per comprendere il senso di quest'opera e le sue possibili letture, sarà bene riprendere il passo dai diari della Santa a cui l'artista si ispirò per la realizzazione del suo capolavoro.

"Un giorno mi apparve un angelo bello oltre ogni misura. Vidi nella sua mano una lunga lancia alla cui estremità sembrava esserci una punta di fuoco. Questa parve colpirmi più volte nel cuore, tanto da penetrare dentro di me. II dolore era così reale che gemetti più volte ad alta voce, però era tanto dolce che non potevo desiderare di esserne liberata. Nessuna gioia terrena può dare un simile appagamento. Quando l'angelo estrasse la sua lancia, rimasi con un grande amore per Dio. » (Santa Teresa d'Avila, Autobiografia, XXIX, 13).  La Santa ci appare decisamente dotata di quella maestria descrittiva che farebbe invidia a Barbara Cartland e a tutte le più spudorate autrici di romanzi rosa della celebre collana Harmony nell'esplicitazione di tali sensuali atmosfere. E chi l'avrebbe mai detto, inoltre, che il mitico Mario Brega in "un sacco bello" di Verdone si sarebbe avventurato in una citazione Teresiana, riferendosi con leggiadria e cognizione di causa alla figura soprannaturale dell'angelo dotato di "spada de foco", accompagnando il tutto con un gesto non riportabile in forma letteraria, ma che sono certo molti di voi staranno in questo momento reinterpretando di fronte allo schermo del pc.

In effetti già ai suoi tempi molto si discusse sulla figura di questa santa, istitutrice dell'ordine delle monache e dei frati Carmelitani Scalzi, e fondatrice indefessa di conventi e case per il suddetto ordine con ritmi al limite della bulimia edilizia. Lei stessa soleva sottoporsi a mortificazioni corporali dettate dai sensi di colpa insinuati in lei da chi non vedeva nelle sue esperienze mistiche un accezione del tutto spirituale. In ogni caso la complessità della sua figura, al confine tra forza carismatica ed estrema fragilità fisica e mentale, dove la linea di demarcazione tra le fantasie sessuali di una giovane donna e l'esperienza del divino è labile e confusa, ispirarono al nostro Bernini una delle più emozionanti e vitali opere d'arte, proprio nel momento in cui, sotto il Pontificato di Innocenzo X, le sue quotazioni di artista cominciavano lentamente a scendere.

L'interpretazione del passo è magistralmente riprodotta nel dettaglio, con la Santa adagiata su una nuvola, che come una macchina teatrale la trasporta verso l'alto, e in cui  tutto il tormento, l'estasi e l'abbandono del corpo vengono trasferiti sull'effetto disordinato e scomposto dell'ampia veste, appena scostata dal giovane cherubino che con un sorriso perverso le punta la lancia pronto a mirare sul cuore. La bocca socchiusa e gli occhi al cielo sono la perfetta rappresentazione di quel "sacro erotismo" che molte altre volte ritroviamo nell'esperienza di tante celebri mistiche. A chiudere la scena abbiamo infine i membri della famiglia Cornaro, che in una perfetta istituzionalizzazione dell'arte del voyeurismo, assistono all'evento da un palchetto teatrale che affaccia direttamente sull'altare della cappella, trasformato da Bernini in palcoscenico per l'occasione. Appagati da tanta bellezza (e comunque sempre meno appagati della Santa), confusi tra erotismo e sacralità, indecisi fra le più nobili intenzioni e la voluta malizia dello scultore, probabilmente lascerete lo spettacolo senza essere riusciti a comprenderne davvero il significato, ma come dice la nostra S.Teresa in una frase a effetto da bacio Perugina "La cosa più importante è non pensare troppo e amare molto; per questo motivo fate ciò che più vi spinge ad amare". Insomma chissenefrega, andate a casa in buona compagnia e godetevi anche voi la vostra personalissima estasi.

La Chiesa di S. Maria della Vittoria si trova in via XX Settembre 17 ed è aperta tutti i giorni dalla 9:00 alle 12:00 e dalle 15:30 alle 18:30.

martedì 3 maggio 2011

Dice che al vino e "al resto" ci pensa la garbata ostella (II parte)

Segue la seconda parte dell'itinerario alla scoperta della Garbatella (leggete la prima parte se non l'avete ancora fatto).

Dopo avervi abbandonato per tre giorni in un estenuante aperitivo all' "acino brillo", prima di riprendere il nostro percorso sarà innanzitutto opportuno tastarvi il polso e accertarmi che siate ancora vivi. Fatto questo, vi invito a rimettervi in marcia per proseguire nell'esplorazione del quartiere, alla scoperta delle bellezze che la nostra garbata ostella tiene ancora in serbo per noi.

Prima di lasciare piazza Sant'Eurosia e i suoi dintorni, vi suggerisco di volgere la vostra attenzione al famoso lotto 24 confinante con la Piazza, altrimenti detto lotto delle "casette modello". Questo vero e proprio laboratorio di sperimentazione urbana, venne edificato nel tempo record di soli 5 mesi in occasione del XII Congresso Internazionale delle Abitazioni e Piani Regolatori del 1929 (pensate che palle), con lo scopo di celebrare le potenzialità estetiche di stampo razionalista applicate alla funzionalità dell'edilizia popolare, il tutto ovviamente a fini dimostrativi e propagandistici. Venne quindi indetto un vero e proprio concorso a cui parteciparono i più importanti architetti della "scuola Romana". Tra questi si distinse e si accaparrò il titolo di vincitore (stop al televoto) l'architetto Mario De Renzi, con l'esecuzione del cosiddetto villino Palladiano all'angolo tra via delle Sette Chiese e via Borri, così come ricordato sulla lastra posta ai piedi del cancelletto di ingresso. Il risultato di questo esperimento è un'isola urbanistica a se stante, dalle architetture sobrie e lineari, che si inserisce con la sicurezza dell'abito "casual" in questo contesto a tratti esageratamente neobarocco e a tratti eccessivamente troppo ministeriale. Sempre nelle adiacenze della piazza, esattamente sul lato opposto, non mancate di fare un salto alla cosiddetta "chiesoletta" di garbatella, dedicata ai Santi Isidoro ed Eurosia e molto cara agli abitanti del quartiere, in particolare legati al suo oratorio, luogo di aggregazione di generazioni di ragazzi tra partite di pallone, prime canne e interminabili sfide a biliardino (il capitano della Roma Di Bartolomei si formò proprio su questo campetto).

Vale sicuramente la pena dare un'occhiata alla simpatica meridiana posta sul muro della chiesa ed incisa su una lastra di marmo. Oltre ad indicarci le ore comprese tra le 10:00 e le 15:00, con quel mix di sacro e profano tipico del disancantato modo di fare dei Romani, prima ci invita a riflettere con "Insegnaci o Signore a contare i nostri giorni" e poi a sbevazzare impunemente con "È sempre l'ora per un buon bicchier di vino". Che è un pò in effetti lo stesso ragionamento fatto da me quando ho cominciato a sospettare di non capirci un cazzo di come leggere una meridiana. A questo punto, seguendo gli insegnamenti del Signore, se i tempi coincidono con quelli della cena (o del pranzo), prima di passare sotto l'arco di via Rubino vi consiglio caldamente una sosta nella trattoria "tanto pe magnà", situata al civico 9/15 di via de Jacobis.
Come sempre più spesso accade, questi leggendari posti dove "se magna bene e se spende poco" sono diventati le nuove frontiere del radical chic, e attori e politici sempre più numerosi cedono al richiamo del piattone di carbonara in trattoria, secondo la nuova moda degli pseudo-vip che tra una scappata al Billionare e una seratina ad Arcore, non dimenticano i piaceri semplici e genuini del popolo a cui "si mischiano" per benevolenza e ritorno d'immagine ( lo dico con impercettibile vena polemica). 
A proposito di ciò mi è capitato di avvistare il presidente della regione Renata Polverini, che in un geniale seppure involontario atto di autoironia, ha scelto di portare il suo staff a cena proprio qui, nel posto che porta il nome dell'obiettivo primario della sua carriera politica, nonchè del vero e proprio leit-motiv della sua attività in regione: "TANTO PE MAGNA' ", appunto! Il sito web della trattoria è una celebrazione dell'essenzialità e del minimalismo: una pagina sola, poche cazzate e informazioni rigorose. In ogni caso le promesse vengono mantenute e questo ci piace molto, quasi quanto le polpette al sugo, la ricottina fresca dell'antipasto e l'immancabile gricia.

Soddisfatti e avvinazzati potrete riprendere il giro, imboccare via Rubino sotto l'arco, e godervi una piacevolissima passeggiata lungo questa amena stradina alberata, resa ancora più piacevole nelle serate primaverili dall'intensità del profumo dei fiori ( e se anche sentiste profumo di violette non aspettatevi di veder sbucare Padre Pio da qualche cortile). A metà strada un simpatico murales vi inviterà a soffermarvi per un ripasso completo della filmografia del grande Alberto Sordi. Prima di raggiungere Piazza Sapeto, vi suggerisco di curiosare nell'ultimo condominio a sinistra, dove, soprattutto nelle mattinate di sole, avrete la possibilità di godervi tutto il fascino di un intero cortile adibito a stenditoio, allestito con una variopinta esposizione di panni e lenzuola stesi ordinatamente ad asciugare. Confesso di provare una specie di attrazione morbosa per i caratteristici scorci di panni stesi al sole, umile spettacolo del quotidiano che grazie a quella commistione di semplicità, freschezza e rassicurante malinconia riesce comunque a suscitare un'emozione. Piazza Sapeto ci appare come un' autentica scenografia teatrale, in cui i palazzi sono le quinte di un palcoscenico che si apre inaspettatamente su un panorama metropolitano, lontano anni luce dallo splendore mozzafiato delle vedute del Gianicolo, ma con il fascino underground che solo le  periferie delle grandi città possono offrire. Al posto di una più classica cupola rinascimentale, la protagonista di questo scorcio urbano è la torre dell'orologio dell'albergo Rosso, uno dei quattro alberghi sorti alla fine degli anni trenta come ulteriore espressione architettonica del quartiere, e destinati ad ospitare temporaneamente gli sfollati del centro storico in camerate e spazi comuni.

A questo punto, nel caso abbiate esagerato con il vino di "tanto pe magnà", vi invito alla cautela nello scendere la scalinata di via Angelo Orsini, alla fine della quale, probabilmente complice l'alcol, troverete estremamente romantico il colpo d'occhio che vi si offrirà quando vi volterete alle vostre spalle. Al lato c'è la piccola fontana Carlotta, detta anche fontana degli innamorati in quanto storico luogo di incontro dei fidanzatini per i loro convegni d'amore prima della guerra:  un volto femminile incorniciato da lunghi capelli, da cui zampilla un getto d'acqua fresca, al tempo importante fonte di approvigionamento di acqua potabile per gli abitanti del quartiere.
L'immagine complessiva ci riporta a quegli acquarelli sul genere "Roma sparita", che lasciano un sorriso ebete sul volto ed una piacevolissima nostalgia, canaglia (come direbbe Albano) almeno quanto gli stronzissimi e scivolosi sanpietrini bagnati alla base della fontana.  Scesi dalla scalinata girate a destra per via Roberto De Nobili e proseguite fino a piazza Geremia Bonomelli.
A prima vista lo slargo non ha nulla di attraente, e prima che possiate pensare che vi abbia condotto in un posto totalmente inutile perchè ormai a corto di cartucce, vi segnalerò due piccole curiosità.

Innanzitutto, se guardiamo in alto sulla facciata del palazzo alla nostra sinistra, riconosceremo l'effigie della nostra beneamata ostella, protagonista nel precedente post dell'incipit di questo itinerario e simbolo stesso del quartiere. E' un busto di donna, che mostrandoci un seno scoperto, sembra invitarci maliziosamente a scoprire le sue grazie. E a noi piace pensare che in effetti ,se vogliamo davvero riconoscere la garbata ostella come personificazione del quartiere, quello che stiamo facendo è proprio scoprire le sue bellezze, in entrambi i casi neanche tanto nascoste, così come lei stessa ci invita a fare. Sempre sul muro dello stesso palazzo, un graffito di vernice rossa ci esorta con circa sessant'anni di ritardo a fare quelle che dovranno essere le nostre scelte politiche con un: "VOTA GARIBALDI LISTA 1" (Il volto di Garibaldi era l'emblema del Fronte Popolare in opposizione alla Democrazia Cristiana in occasione delle elezioni del 1948). Non si sa chi sia l'autore, ma è divertente immaginare che l'antenato di coloro che oggi verrebbero presi a calci nel culo per aver imbrattato le mura di un palazzo, abbia avuto le attenzioni di un restauro e di una pensilina a proteggere la sua personalissima, libera espressione.

Siamo quasi sul finale e vi garantisco che come in ogni spettacolo che si rispetti il bello deve ancora venire. Prendete via Basilio Brollo e girate a sinistra in via Rocco da Cesinale, seguendo l'anonimo tratto di strada che vi condurrà fino a piazza Longobardi. Lo spiazzo è dominato dall'elegante edificio che ospita l'asilo "casa dei bimbi", una delle poche costruzioni preesistenti al quartiere come villa e residenza di campagna ( a sua volta costruita sui resti di una Villa Romana di cui rimangono ancora tracce), e oggi conosciuta semplicemente come "la scoletta" dagli abitanti della zona. Da questo punto potete avviarvi verso il tratto più suggestivo e caratteristico, che scendendo per Via Giovanni Ansaldo e poi di nuovo a destra per via Randaccio culminerà nell'atmosfera incantata dell'omonimo Largo Randaccio. Insinuatevi nei cortili, tra nani da giardino e panni stesi ad asciugare (lo so è una fissa), piante che si arrampicano sui portici e palazzetti che sembrano piccoli castelletti in miniatura, dove al posto degli stemmi di famiglie nobiliari, compare il simbolo ICP (istituto case popolari) a ricordarci il paradosso di questo piccolo miracolo architettonico. L'estetica e la funzionalità, il passato e il presente politico, la semplicità popolare e le smanie intellettuali, sono quel continuo contrasto che rende unica questa piccola città nella città. Qui a largo Randaccio lascerò che vi perdiate per curiosare in giro. Concedetemi la piccola bastardata di avervi condotti per mano passo passo, per poi infine abbandonarvi tra i viottoli del quartiere, ben sicuro che alla fine converrete con me che perdersi un pò per la Garbatella è solo un'altra piacevolissima esperienza.
Il giro finisce qui..almeno per me ;)!

I contatti telefonici di "tanto pe magnà" (anche qui la prenotazione è d'obbligo) li trovate sulla pagina http://www.tantopemagna.it/

Grazie a Maurizio, Claudia e Luca per avermi accompagnato nelle mie esplorazioni del quartiere!



sabato 30 aprile 2011

Dice che al vino e "al resto" ci pensa la garbata ostella (I parte)

C'era una volta una bellissima ostessa. Nella sua locanda, adagiata sulla cima di uno sperone roccioso a sovrastare la basilica di S.Paolo, la fascinosa donna soleva accogliere con premura e dedizione i numerosi pellegrini che durante il celebre pellegrinaggio delle "sette chiese", decidevano di concedersi una sosta profana inebriandosi del vino e delle grazie dell'ostessa per riprendersi dalle loro sante fatiche. Si dice che la donna fosse a tal punto gentile e cortese che venne in breve soprannominata la "garbata ostella", ed è proprio a memoria delle sue garbate gesta (nel servire alla tavola come a letto) che la zona dove un tempo sorgeva l'osteria prese il nome di Garbatella.

E' un posto strano la Garbatella: la Roma e la romanità più autentica in un luogo che architettonicamente è quanto di più lontano ci sia dalla città che siamo abituati a conoscere. Passeggiare per il quartiere è una piacevolissima esperienza fatta di scoperte e familiarità. Ci si imbatte ancora nei veri Romani, con le trattorie veraci, i panni stesi, i bambini che giocano a pallone nei cortili, le signore affacciate alla finestra, e una genuina sinfonia di "aò" e "mortacci tua" come nostalgica colonna sonora di una Roma altrove sparita.
Il cuore del quartiere, la sua prima pietra e la genesi di uno stile architettonico soprannominato barocchetto Romano si ritrovano nell'incantevole piazzetta Brin. E' proprio qui che nacque la Garbatella, per ospitare operai e futuri lavoratori portuali in vista del grandioso progetto (mai realizzato) di costruzione di un canale navigabile parallelo al Tevere, che avrebbe dato vita a un importante porto commerciale alle porte della città (nell'attuale zona del Gazometro).

L'idea era quello di creare una sorta di città giardino fatta di villini, orti e cortili, dove gli abitanti potessero rivivere in perfetto equilibrio con gli spazi e le proprie dinamiche sociali, a metà strada tra il modello delle nuove periferie inglesi e la vita nelle campagne da cui i nuovi lavoratori sarebbero venuti.
Lo stile iniziale di questo quartiere, inizialmente concepito come un piccolo borgo marinaro,  risulta sorprendentemente ricercato, con elementi decorativi di gusto medievale che si fondono a richiami barocchi, vestendosi di povero solamente nella scelta e nell'utilizzo di stucchi e materiali economici.
Questa volta ho deciso di condurvi passo passo lungo un vero e proprio itinerario. Il consiglio è di seguirlo in un tardo pomeriggio estivo, così che possa interrompersi con un aperitivo all'aperto che faccia da apripista ad una smodata indigestione di trippa alla Romana Garbatella-style..

Propongo di partire proprio da Piazza Brin, dove tutto è iniziato il 18 febbraio del 1920 e dove il re Vittorio Emanuele III pose la prima pietra del quartiere, così come recita la targa posta sulla facciata del bellissimo palazzetto ocra, archetipo del già citato barocchetto romano  «Per la mano augusta di S.M. il Re Vittorio Emanuele III l'Ente autonomo per lo sviluppo marittimo e industriale e l'Istituto delle case popolari di Roma con la collaborazione delle cooperative di lavoro ad offrire quieta e sana stanza agli artefici del rinascimento economico della capitale. Questo aprico quartiere fondano oggi. XVIII Febbraio MCMXX.». Dalla piazza iniziate il percorso verso sinistra costeggiando i giardini con la pista di pattinaggio fino all'incrocio con via delle Sette Chiese. Dopo aver cambiato idea circa una quindicina di volte su quale villino vorreste possedere, arrivati all'incrocio avviatevi in discesa lungo questo piacevole tratto pedonale. La strada costeggia un parchetto che, dietro il suo anonimo aspetto di giardinetto di periferia concepito al solo scopo di sollazzare cani e cannaroli, nasconde all'interno di un'insospettabile casupola dal tetto rosso erroneamente identificabile come cesso pubblico, l'ingresso ad un vero e proprio tesoro sotterraneo: le catacombe di Commodilla. Il sito archeologico è normalmente visitabile su appuntamento, ma considerato che il nostro itinerario di oggi nasce con l'unico intento di una disimpegnata passeggiata tra i cortili e l'obiettivo di un'abbuffata in trattoria, rimando a futuri post di più elevato livello culturale-storico la descrizione di questo sorprendente monumento sotterraneo.
Girate di nuovo a sinistra per via della Garbatella (all'angolo c'è la mia personalissima scelta di villino dei sogni) e poi subito a destra discendendo per via Luigi Orlando, percorrendo la quale, mentre curioserete tra giardini e cortili evitando possibilmente di collezionare il numero massimo consentito di  "che cazzo te guardi?," raggiungerete in breve piazza Bartolomeo Romano al cospetto del celebre teatro Palladium.

A questo punto un breve salto temporale ci trasporterà dall'amena concezione di città giardino del 1920, alle incombenti necessità abitative in pieno periodo fascista, quando lo sventramento del centro storico e il conseguente dislocamento di parte della popolazione in zone periferiche, assecondò una diversa funzionalità architettonica nello sviluppo di palazzine più grandi, in grado di accogliere un maggior numero di famiglie e dove il verde degli orti individuali venne sostituito da cortili comuni, stenditoi e asili nidi. L'esasperazione di questo processo lo ritroviamo nella costruzione dei famosi alberghi di piazza Michele da Carbonara, di cui parleremo nella seconda parte di questo lungo itinerario.

Il Palladium nacque come cinema rionale di quartiere nel momento in cui la Garbatella, sempre più meta di sfollati trapiantati dal centro storico, cominciò a sentire l'esigenza di sviluppare servizi pubblici e luoghi di intrattenimento sociale. Da cinema di quartiere è stato riconvertito nel tempo in sala concerti, discoteca rock e oggi teatro. Potrei vantarmi di avervi assisitito a un fantastica esibizione live dei Muse, ma a quel punto per onestà intellettuale sarei anche costretto ad ammettere di aver presenziato in tempi non sospetti ad uno dei primissimi concerti degli articolo 31. Erano ancora agli inizi, avevo solo 17 anni, J Ax non era ancora lobotomizzato..e per evitare di continuare a lungo, sull'eco delle mie inutili e balbettate giustificazioni vi invito a proseguire in salita per via Francesco Passino fino all'incrocio con via Vittorio Cuniberti.

Prendendo via Cuniberti entrerete ufficialmente nella zona delle cosiddette "case rapide", altro esempio di sperimentazione architettonica che prevedeva la costruzione in tempi brevissimi di abitazioni dallo stile molto più sobrio e realizzate con materiali più economici rispetto al lotto originario di Piazza Brin. Questa è a mio parere la zona più affascinante del quartiere: l'atmosfera è quella di un piccolo borghetto fuori città, con le sue casette basse, i soliti cortili e il rumore della televisione e delle stoviglie riposte dopo il pranzo a rivelare una rassicurante quotidianità oltre le finestre aperte. E come in una antica Pompei potrete divertirvi a scovare tracce di "affreschi" giallorossi, testimonianze indelebili dell'ultimo scudetto della Roma, quando Garbatella e Testaccio si trasformarono in un vero e proprio monumento celebrativo a due colori.

Percorrete tutta la strada attraversando la silenziosa e suggestiva piazzetta Giovanni Masdea, e all'incrocio con Via Magnaghi, vi suggerisco una breve deviazione a destra verso Piazza Sauli. Una volta attraversati gli archi potrete infatti ammirare un interessantissimo esempio di architettura razionalista "di stato" nell'affascinante edificio che ospita la scuola "Cesare Battisti", con la sua bella torre traforata  (che fa molto New York anni '30) e le quattro aquile littorie, superstiti sentinelle di un tempo fortunatamente andato, rimaste a sorvegliare quello che è oggi uno dei quartieri storicamente più "rossi" della nostra città.
Tornando indietro per via Magnaghi, ripassando nuovamente sotto gli archi, continuate il precedente percorso girando a destra su via Giovanni da Montecorvino, da dove proseguirete fino a scendere i pochi gradini con vista che vi condurranno in Piazza Giovanni da Triora. Per dovere di cronaca, e in pieno tradimento di me stesso e della mia ripromessa di non nominare la sciagurata famiglia televisiva, mi trovo costretto ad informarvi che il Roma club Garbatella in fondo alle scale è conosciuto (e riconvertito) ahimè come bar dei Cesaroni, simpatici a me personalmente quanto un gatto attaccato ai coglioni (licenza poetica in rima ispirata dall'atmosfera goliardica del quartiere), e questo per via del suo utilizzo come location per l'omonima serie televisiva. Dimenticate in fretta questo scomodo dettaglio e proseguite per via Giustino de Jacobis fino a piazza Sant'Eurosia.

A questo punto è arrivato il momento di fermarsi per un aperitivo all'aperto nel wine-bar della piazza (l'Acino Brillo), magari contemplando il suggestivo arco di ingresso di via Rubino, in attesa che da un momento all'altro spunti Nanni Moretti in sella alla sua vespa (lo so è un clichè, ma glielo dovevo come par condicio per aver nominato i Cesaroni). Siamo giunti a metà del nostro percorso e non abbiamo ancora messo niente sullo stomaco.

Il tempo di qualche campari e un paio di prosecchi, e quando la fame si farà sentire, tornerò con la seconda parte di questo itinerario.

La visita alle Catacombe di Commodilla, situate in Via delle Sette Chiese 42, è possibile previo appuntamento con permesso della Pontificia Commissione di Archeologia sacra ( mei cojoni ci sta tutto) al numero di tel. 06/735824

Sempre in via delle Sette Chiese, al numero 68,  vi consiglio la pizzeria "i tre gatti". Aprendo il menù potreste sperimentare l'impulso di produrvi in una vile fuga accompagnata da imprecazioni varie alla vista dei prezzi delle pizze. In realtà scoprirete trattarsi di maxi pizze (tra l'altro molto buone) bi o più gusti per 2/3  persone. Se poi aggiungete la cortesia della proprietaria, degli ottimi antipasti misti (scordatevi i fritti, qui parliamo di cose serie tipo ricotta fresca e trippa al sugo) e un conto più che onesto allora mi ringrazierete per la dritta.