lunedì 19 marzo 2012

Dice che Pasquino parla ancora...e voi votate!!

Interrompiamo momentaneamente le trasmissioni fra un itinerario e l'altro per rendere onore a Pasquino e ai bravissimi partecipanti del secondo contest (parla come magni) di "Dice che a Roma". Per chi volesse contestualizzarlo con cognizione di causa vi consiglio di rileggere il post dedicato a Pasquino, e avrete conferma di come lo spirito degli antichi "contestatori" sia stato colto in pieno da Licia, Marco, Dario e Giampiero: satira, attualita' e creativita'...oggi come un tempo.
Ai partecipanti l'onore di essere esposti ai piedi della statua di Pasquino, come testimoniato dalle foto del sottoscritto che evidentemente non aveva un cazzo da fare! (a proposito...pure la bacheca de legno c'avete levato?)
A voi l'arduo compito di scegliere la migliore votando fra i commenti la vostra preferita con il nome dell'autore (o alternativamente sulla pagina facebook di "Dice che a Roma", commentando il link del post in questione).
Il vincitore si ubriacherà di gloria imperitura e di un aperitivo per due a S.Lorenzo, soprattutto nel caso decida di spararseli entrambi da solo/a.
E adesso lasciamo la parola a loro..e a Pasquino:


DARIO
Dice che a Roma sto a cercà lavoro
tra chiese sontuose e templi d’oro,
io che son quasi laureato in Arte
perdo i miei giorni a giocà a carte.
Tanti i musei ma l’euro non c’è
e dei posti fissi mi chiedo il perché
nun ne sta uno, ma manco a progetto!
Certo sto mondo è proprio perfetto.
Se vive de passione ma anche de pane
però co’ sti ritmi sarò peggio di un cane,
mangiando la merda e guardando lontano
senza moneta e con un foglio in mano
che fa di me una mente eccellente
ma delle mie tasche un vero pezzente.

MARCO
Nell’intero stivale, da bolzano a ragusa,
echeggia spettrale l’urlo di val di susa.
nessuno capisce se la dea verità
e la vera giustezza, scevra d’ambiguità,
sia nel cuor dei no tav, valligiani incazzati,
o in quello dei tav, funzionari sdegnati.
allor io mi chiedo, con di voce un sussurro,
anzi v’imploro con parole di burro..
non è che qualcuno dei soliti noti,
di quelli che campano dei nostri bei voti,
per l’odiosa di soldi voracità,
persegue ostinato la velocità
non dei cristiani, dall’italia alla francia,
ma di formaggi e di pere destinate alla pancia?
perchè il viaggiatore da torino a lione,
e così il pendolare da corviale al mandrione,
continua a viaggiar su vetusti convogli,
mentre apatici e ostili i partiti dei brogli
sventolano impudici il legittimo appalto,
veloce cetriolo calato dall’alto?


LICIA
Ce stanno più capoccia che chiesette
drento a ‘sta città ch’è disperata;
ogni tre giorni s’arza quarcheduno
e mette su bandiera colorata
un’idea o ‘na nova coalizzione.
L’unica cosa ch’è rimasta uguale,
nei secoli trascorsi fino a adesso
è er popolo, che pe’ disperazzione
tenta ogni vorta de votà diverso,
e spera che cambianno de padrone,
tutto vada un po’ meno de traverzo.

Se siedono in portrona appena eletti
‘sta banda de ladroni patentati
e ce rimangono legati stretti
fino alla morte ben assicurati.
Ner mentre che la pora gente
fatica a mette insieme pranzo e cena,
se ingozzano i banditi e nun c’è verso
de falli lavorà, nun pijano pena.

Ma se sto popolino pecorone
s’arzasse una mattina immantinente
e je venisse er ticchio sarvognuno
de prendeli a sberloni, pe’ davero
pensate che giornata che sarebbe
pe’ Roma che ritorna libberata.
A carci ner didietro a uno a uno
li manneremo artrove pe’ fa danno,
pulimo l’aria aprenno le finestre
e speramo meno peggio er novo anno.




GIAMPIERO
Dice che so’ bravi a scrive’ li pensieri,
perché je viene facile (ce n’hanno sempre tanti)
sia de quelli stupidi, sia de quelli seri,
li scriveno per bene, tutti in fila, tutti quanti.

Dice che so bravi a smove’ le parole;
le scriveno, le storpieno, je cambieno de posto,
ne pijeno una, poi ce giocheno, pure si nun vole
…e tutto senz’affanno, senza impiccio, senza costo!

Artroché… so proprio in gamba ‘sti scrittori!
c’hanno fatto un libro co’ tutto quer cervello
un libro su de me, roba fina, pe’ntenditori…
Ma gira che te gira er risultato è sempre quello:

Fra un’introduzione, quattro foto e du’ ricordi,
…….dice che alla fine te batteno li sordi!



domenica 11 marzo 2012

Dice che è meglio andà al museo che andà in galera


Se siete a digiuno di omicidi irrisolti (con sommo sollievo delle potenziali vittime) e indugiate sempre più spesso davanti al televisore in fremente attesa del prossimo giallo da sviscerare grazie al morboso contributo di Bruno Vespa, vi consiglio nel frattempo una passeggiata al Museo Criminologico di Roma.
L'attuale allestimento di questa interessantissima e insolita collezione è ospitato nell'austero Palazzo del Gonfalone, ex carcere minorile e casa di correzione per "discoli" di buona famiglia, commissionato da Papa Leone XII nel 1827. Condannati e "reietti" di famiglia erano destinati a scontare la medesima "pena" a base di messe e lavoro (con l'esclusiva mansione di filatura della lana), con l'unica differenza che il tempo di permanenza dei secondi veniva stabilito a discrezione dei genitori in linea con le proprie necessità di tenere la vivace prole costruttivamente fuori dalle palle ( dando così  fondamento storico all'odierna e temuta minaccia genitoriale del "ti mando in collegio" ).
L'ingresso a tradimento in una sorta di comando di polizia (in questo caso penitenziaria) potrebbe suscitare automatiche reazioni di timore condizionato da coda di paglia, alternate a flashback celebrativi delle ultime sedici volte in cui vi siete recati a sporgere denuncia per la scomparsa del portafogli. Nessun timore: è solo l'entrata del museo attualmente gestito dall'amministrazione penitenziaria.

L'allestimento si snoda lungo un percorso di tre piani suddiviso per aree tematiche organizzate secondo un regolare ordine cronologico, e ci accompagna attraverso la storia della giustizia e dei sistemi penali tra documenti fotografici, autentici corpi di reato e notevoli spunti scientifico-didattici.
Questo viaggio nella storia del crimine avrà inizio nella prima sala dedicata al Medioevo, dove verremo accolti da una macabra esposizione dei più classici strumenti di tortura. E quando tra gogne e ghigliottine inizierete a sospettare contrariati di essere entrati in una deludente copia dell'ennesimo "museo delle torture" di paese, l'improvvisa scoperta di autentici cimeli intrisi di storia leggendaria invertirà la rotta dei vostri pensieri, regalandovi quella rara e appagante "emozione del vissuto" solitamente riservata alla vista di esclusivi pezzi unici.


La spada con cui venne decapitata nel 1599 la tristemente celebre Beatrice Cenci è certamente uno di questi. La storia della bella parricida, immortalata nel famoso dipinto attribuito a Guido Reni, fece immenso scalpore all'epoca dei fatti ( e certamente ne parleremo più approfonditamente in un prossimo post), secondo quel sempre attualissimo meccanismo della bella e giovane fanciulla di buona famiglia (vittima o carnefice non conta), il cui tragico destino smuove immancabilmente l'emotività collettiva, l'accanimento delle masse e, in tempi più attuali, i fatturati di Bruno Vespa e Barbara D'Urso. La storia del processo e della condanna ci sono stati tramandati con dovizia di particolari, e apprendiamo così che Papa Clemente VIII diede personalmente il suo contributo attraverso l'emanazione di un atto papale ad hoc, necessario per procedere con la tortura della giovane durante il processo; tortura che, senza tale apposito Motu papale, non sarebbe stata altrimenti ammessa per cittadini di condizione sociale elevata quali erano i Cenci. Dalle prigioni di Castel S. Angelo al patibolo il percorso fu rapido e inesorabile e si concluse per mano e per spada (proprio quella spada!) del boia Mastro Bracca. Si narra che il corpo decapitato venne portato in processione con tutti gli onori lungo via Giulia dallo stesso popolo di Roma, che dopo tanto sadico compiacimento, pianse infine l' "incolpevole" e giustificata vittima di un padre violento e brutale, facendola così passare alla storia.


La seconda celebrità ad attenderci nella sala successiva è lo storico boia romano Mastro Titta, all'anagrafe Giambattista Bugatti, le cui preziose "annotazioni" ci raccontano di una lunghissima carriera costellata di efferate esecuzioni di condanne a morte (ben 516!). Il virtuoso delle decapitazioni e degli squartamenti pubblici, che prima di mettersi all'opera indossando il suo caratteristico mantello rosso (proprio quel mantello in esposizione) si confessava e sacramentava con religiosa sollecitudine, venne messo in pensione da papa Pio IX alla veneranda età di 85 anni ( vi prego non ditelo a Monti) a fronte di una premiante corresponsione di 30 scudi mensili. Tutto intorno un interessantissimo dispiegamento di cimeli ci racconta la storia delle  Confraternite, fra tutte l'Arciconfraternita di San Giovanni decollato, dedite all'accompagnamento, al conforto e all'assistenza post-mortem in forma di preghiere di suffraggio, di tutti i condannati a morte di ogni ordine e grado.


L'esposizione continua al secondo piano, dedicato all'Ottocento, dove assisteremo al passaggio dalla concezione di pena intesa come punizione definitiva ai sistemi di detenzione con finalità "educative". Oltre a una serie di oggetti, documenti e testimonianze di vita quotidiana relativi al mondo delle colonie penali, passando per un breve excursus sulla nascita dei manicomi giudiziali, troveremo anche un interessante panoramica sugli studi di antropologia criminale dell'epoca. Il protagonista è ovviamente Cesare Lombroso e le sue fanta-scientifico teorie sulla natura delinquenziale dell'uomo, le cui tendenze criminali sarebbero letteralmente scolpite nella propria irrimediabile conformazione fisica; teorie oggi completamente sconfessate, da cui al tempo derivarono tutta una serie di correnti degenerative che facevano risalire la personalità deviante dell'essere umano ai suoi stessi tratti somatici. Prendetele dunque con una certa leggerezza ed eviterete così di denunciare il vostro pizzicagnolo di fiducia per omicidio a causa di quella sua arcata sopraccigliare sospettosamente troppo marcata.

Il terzo e ultimo piano dedicato al Novecento è infine una vera a propria "celebrazione" del crimine in tutte le sue forme (dal banditismo, allo spionaggio, passando per il gioco d'azzardo e la criminalità organizzata). Molto interessante è la sezione riservata ai delitti che fecero scalpore nel primo dopoguerra: un compendio di omicidi dall'indubbio fascino mediatico che sarebbero in grado di fornire materiale per ore e ore di dibattiti pomeridiani nei salotti televisivi tra menti illuminate e opinionisti dell'ultima ora. Tra queste anche la storia della "saponificatrice di Correggio", una tranquilla casalinga Emiliana che pensò bene di trasformare le sue amiche in saponette e pasticcini, dopo attenta dissezione e bollitura. Molto apprezzata dalla donna la riuscita di tale Virginia Cacioppo, terza vittima della disturbata signora nonchè ex cantante lirica, a proposito della quale ebbe l'ardire di riconoscere con malcelata soddisfazione che alla fine "..ne vennero fuori delle saponette cremose accettabili" e "..anche i dolci furono migliori". E concluse: "quella donna era veramente dolce".

A questo punto vorrei consigliarvi una buona pasticceria in via Giulia per concludere la passeggiata, ma qualcosa mi dice che non accettereste il mio suggerimento.
Il museo Criminologico si trova in via del Gonfalone 29 ed è visitabile dal martedì al sabato dalla ore 9:00 alle 13:00 e il martedì e giovedì dalle 14:30 alle 18:30 (chiuso domenica e festivi). 






lunedì 5 marzo 2012

Dice che ai Castelli la salita va in discesa

Per il classico romano doc, la gita fuori porta per antonomasia si identifica indiscutibilmente con la scampagnata ai Castelli Romani, così denominati in virtù del loro passato di fortezze appartenenti alle antiche famiglie feudali della cosidetta "nobiltà" locale, aristocraticamente violenta, corrotta e guerrafondaia. L'aria frizzantina a due passi da Roma e le famigerate "fraschette" dispensatrici di porchetta e romanella, si combinano con gli echi di quella cronaca nera da giornaletto scandalistico, popolata di ville a luci rosse per scambisti medio-borghesi e maldestri satanisti dell'ultima ora (molto in voga negli anni Novanta), gettando una luce ambigua e vagamente sinistra su questa amena realtà ai confini della metropoli, dove i piaceri semplici e genuini si incontrano con il peccato (di gola, ma non solo) nell'immaginario collettivo del romano fanfarone. Se infine volessimo buttarla sul geologico, potrei raccontarvi di come l'intera area si sia formata in seguito al collasso dell'enorme cratere dell'antico vulcano laziale, fenomeno che in tempi estremamente remoti diede origine alla formazione di ulteriori bocche più piccole, identificabili oggi con i laghi di Nemi e di Albano ( e il suo inquietante primato di 170 metri di profondità! ). In questo guazzabuglio mitologico non poteva ovviamente mancare l'elemento misterioso che, con la sua perfetta combinazione di suggestioni paranormali, fenomeni elettromagnetici e inganni ottici, vi fornirà un eccellente argomento di conversazione per una piacevole sosta etilico-gastronomica nelle vicine fraschette di Ariccia.

Il mistero in questione riguarda il famigerato tratto di strada che, percorrendo la via dei laghi in direzione di Nemi, si distacca all'altezza del quadrivio per proseguire verso Ariccia. Per qualche oscura ragione tuttora in discussione, immediatamente dopo aver percorso una prima incontestabile discesa, ci ritroveremo a procedere lungo un tratto di salita che, in maniera del tutto sorprendente per una mente ancora sobria, si comporterà esattamente all'opposto di come dovrebbe, apparentemente contro ogni legge o principio della fisica e della forza gravitazionale. Lungo l'intero tratto qualsiasi oggetto di forma rotondeggiante, che sia un pallone o una lattina, così come il contenuto di una bottiglietta d'acqua, tenderà infatti a "scorrere" in salita, allo stesso modo in cui la vostra macchina abbandonata con la marcia in folle comincerà ad arrampicarsi lentamente verso la vetta in un rigurgito di rivalsa contro il caro benzina.Vi suggerisco di arrivare sul posto già muniti dei vostri strumenti di misurazione ed evitare così di finire come il sottoscritto a raccattare rifiuti urbani di forma vagamente cilindrica sul ciglio della strada al fine di portare a termine l'esperimento (e devo ammettere che purtroppo non mancano lattine e bottiglie abbandonate adatte al caso). A questo proposito approfitto nel ricordare ad alcuni tra i solerti "Isaac Newton" de noantri che al termine delle proprie scoperte scientifiche sarebbe il caso di riportare indietro 'ste cazzo di bottigliette vuote, per riporle successivamente in un più consono cestino dei rifiuti. Considerando inoltre che ci troviamo in un tratto di strada a scorrimento veloce,  l'invasione della corsia a fini sperimentali è caldamente sconsigliata per evitare di beccarsi, nel migliore dei casi, un vaffanculo antigravitazionale dagli automobilisti della zona.

Già a partire dagli anni Settanta si svilupparono tutta una serie di studi e ricerche su questa affascinante anomalia, e persino il celebre tuttologo nazional-popolare del tubo catodico, Nostro Signore di Quark alias Piero Angela, si scomodò a suo tempo per un servizio sulla controversa salita. Con il suo consueto, impeccabile aplomb, Il nostro Piero concluse che la storia degli effetti magnetici e di una possibile discontinuità nel campo gravitazionale, altro non fossero che una gigantesca cazzata, il tutto a favore di una più classica spiegazione che ci riportasse nei ranghi del banalissimo effetto ottico. In realtà la mancanza di riferimenti fisici che possano ragionevolmente ingannare l'occhio, il fatto che l'effetto sia percepibile in entrambe le direzioni e il sospetto che gli stessi strumenti di misurazione (come ad esempio la livella) utilizzati nel contestare le affermazioni sull'oggettività della salita, possano venire compromessi nel loro funzionamento dalle medesime anomalie oggetto dello studio, lasciano tuttora forti dubbi sulle minimizzazioni del dottor Angela.

Allo stesso modo le affascinanti teorie (per molti ufficiali) che ipotizzano anomalie magnetiche e gravitazionali, imputabili alla natura vulcanica di una zona interessata sin dai tempi più remoti da fenomeni di origine tellurica, verrebbero inficiate dal corretto funzionamento dei relativi strumenti di misurazione; primo fra tutti la cara vecchia bussola della giovane marmotta. Insomma una spiegazione che metta tutti d'accordo sembra ancora ben lontana dall'essere trovata.

Ad aggiungere ulteriore suggestione c'è l'incombente presenza dell'indecifrabile Monte Cavo, con la sua selva di antenne e ripetitori dagli effetti altrettanto dubbi. L'antico vulcano dove venne innalzato il tempio di Iuppiter Latialis (nella cui direzione ci conducono i resti dell'antica via sacra), è stato sede, in tempi più recenti, di una base militare dell'aereonautica. Si vocifera ( il classico dice che..) che la stessa fosse collegata a misteriose installazioni sotterranee, seguendo la falsariga di leggende metropolitane dai contenuti fantapolitico-militari, in cui anche le cronache di avvistamenti di UFO nella zona rientrerebbero perfettamente nel quadro. Ritornando ad argomenti di più facile discernimento e alla nostra salita, per quale motivo dovremmo necessariamente far rientrare la spiegazione entro i confini di ciò che già conosciamo? Sappiamo perfettamente come funzionano gli effetti ottici o i campi magnetici, ma se ci fosse una terza soluzione legata a forze o meccanismi che non siamo ancora in grado di comprendere? Non è forse più divertente lasciare in sospeso il mistero? Per quanto mi riguarda, la spiegazione dell'effetto ottico non mi convince ancora del tutto. Ad ogni modo, quale che sia l'origine di questa forza misteriosa, lasciate che vi spinga dolcemente e a costo zero in salita verso Ariccia, e sulle note di "ma che ce frega, ma che ce importa" approderete così nella vostra fraschetta preferita, dove ad attendervi troverete la porchetta più buona del mondo e fiumi di vino rosso. E almeno su quello, che "scenda bene" non avrete dubbi!

venerdì 24 febbraio 2012

Dice che a messa se canta e se balla

Quante volte siamo rimasti sorpresi e delusi di fronte alla scoperta dell'improvviso "cambio di gestione" del nostro locale, ristorante o negozio preferito (senza contare le derive estremistiche di chi ha osato convertire una vecchia trattoria romanesca in un un disco-risto-pub-pizzeria-kebabbaro con karaoke)? Qualcosa di simile è avvenuto anche per la Chiesa della Natività di Gesù a Piazza Pasquino, per quanto almeno in questo caso possiamo sentirci di riconoscere con convinzione gli effetti positivi di un cambiamento, foriero di un'animazione decisamente più allegra. E in effetti il passaggio "di gestione" dalla Confraternita degli Agonizzanti alla comunità Congolese di Roma, già nel nome suggerisce un'evoluzione più ottimistica, soprattutto se consideriamo l'agonia come punto di partenza. Ai tempi in cui il buon vecchio Mastro Titta, celebre boia Romano, faceva perdere la testa a uomini e donne con un secco colpo d'ascia, la chiesa si trovava esattamente lungo quel percorso obbligato che portava i condannati a morte verso Castel Sant'Angelo, storico luogo di punizione e spettacolo collettivo, antesignano dei morbosi programmi di intrattenimento odierni sul genere "la vita (!?) in diretta". La Confraternita degli Agonizzanti si occupava quindi per l'occasione dell'esposizione del Santissimo Sacramento all'interno della chiesa, come personalissimo in bocca al lupo al "morituro", mentre sulla porta veniva affissa una tavolozza con il nome del condannato.

Da alcuni anni questa stessa chiesa è passata alla comunità Congolese di Roma, che si riunisce ogni domenica mattina alle 11 per celebrare la propria liturgia settimanale.
Se avete intenzione di assistere alle loro gioiose celebrazioni, prendete queste indicazioni con una certa libertà: per quella legge universale secondo cui la precisione negli orari è indirettamente proporzionale allo spostamento geografico verso sud, recandovi alle undici davanti alla chiesa rischiereste infatti di dovervi intrattenere in veste di parcheggiatori abusivi in attesa del comodo arrivo scaglionato di preti, musicisti, coriste e partecipanti. Con moltissima calma tra le undici e mezza e mezzogiorno avrà dunque inizio la messa, con la musica e il ritmo dei bonghi a diffondere nell'aria spensierate melodie, stimolando immediatamente quel classico buonumore da domenica mattina precorritore di una devastante fame chimica.
Per chi non fosse propriamente un fan della messa in genere, il fatto che il sermone venga ripetuto per ben tre volte in tre lingue diverse (Italiano, Francese e Lingala, idioma locale della Repubblica del Congo),  potrebbe rappresentare un elemento deterrente, e se finora avevate considerato imbattibile la vostra capacità di assentarvi mentalmente durante una predica domenicale, avrete modo di scoprire le nuove frontiere di un viaggio anarchico della mente durante il sermone in lingua Lingala. La liturgia è quella romana-latina...con l'aggiunta di quello che potremmo definire in tipico dialetto Lingala "una botta de vita". Canti e balli si alternano a momenti rituali dove il sottofondo di austera solennità lascia il passo a ritmi decisamente più "vacanzieri" (definizione del tutto impropria dettata dall'inconscio), in cui tutti collaborano battendo le mani e tenendo il tempo.

Il momento dell'offertorio si distingue per la concretezza di un'offerta fatta di veri e propri frutti della terra (frutta, verdure e pane), che vengono portati dai bambini a passo di danza verso l'altare: in realtà più che di una danza si tratta di movimenti rituali, parte integrante di una liturgia che la maggior parte di noi imbucati riduce semplicemente all'inflazionatissimo stereotipo dei neri che "hanno il ritmo nel sangue". Coloro che penseranno di assistere ad una specie di Sister Act, dovranno infatti accontentarsi di un momento di gioia ritmata e di semplice, rincuorante intimità. Di tanto in tanto si affacciano turisti incuriositi che si trattengono per alcuni minuti, il più delle volte rimanendo ai margini, confinati nelle retrovie come imbucati ad una festa in cui non si conoscono le regole di comportamento. Persino i gesti e le parole sembrano ritmati, e la sensazione è che nessuno sembri avere fretta di concludere in vista dei suoi impegni domenicali, soprattutto in considerazione del fatto che la messa della domenica E' l'impegno domenicale! E l'estrema cura ed eleganza nell'abbigliamento tradiscono l'importanza di questo appuntamento molto atteso.

A prescindere dal significato religioso, questa circostanza diventa soprattutto un momento importante di confronto e di sostenimento reciproco all'interno di una comunità straniera, in cui non mancano occasioni di coinvolgimento all'esterno nei momenti in cui si vuole porre all'attenzione pubblica i serissimi problemi di instabilità politica di un paese, spesso passati inosservati per la "colpevolezza" di una nazione poco strategica in quanto a fornitura di petrolio. Per quanto ci riguarda, complice la ripetitività dei vari passaggi nelle diverse lingue, l'apparente voglia dei presenti di godersi senza fretta l'occasione di incontro per un tempo estremamente dilatato, e una nostra compassata rigidità nel lasciarsi coinvolgere dal ritmo di gruppo, passato il primo momento di entusiasmo sarà difficile arrivare indenni fino alla fine. E così, possibilmente senza sbattere la porta, ci ritroveremo all'esterno prima del tempo, magari ripromettendoci che la prossima volta rimarremo più a lungo per vedere "come va a finire", e, cosa più importante, con il sorriso sulle labbra e un piacevole ritmo di bonghi nella testa ( anche se quello ce lo avremmo avuto in ogni caso dopo il consueto sabato sera...).

sabato 4 febbraio 2012

Dice che a Pulcinella "nun se tirano li sassi"

Con i film di animazione e i videogiochi ormai sul punto di oltrepassare i confini della terza dimensione, potremmo legittimamente chiederci a chi mai verrebbe in mente di portare i propri figli ad assistere allo spettacolo di un teatrino di burattini. E se persino i trentenni della mia generazione avrebbero a suo tempo incassato l'onta del marchio di sfigato per essersi ritrovati nei panni di  Arlecchino a Carnevale, oggi che per essere all'altezza della situazione bisogna come minimo assumere le sembianze di Jack Sparrow, Gormiti e Winx (queste ultime spodestatrici delle care vecchie fatine a colpi di trucco pesante e sex appeal), quale bambino potrebbe ancora subire il fascino di una vecchia  maschera dell'antica commedia dell'arte come Pulcinella? Per trovare una risposta a tali inquietanti interrogativi non dovrete fare altro che recarvi sulla terrazza del Gianicolo un sabato o domenica mattina e attendere che il miracolo abbia inizio. E' infatti proprio sull'ottavo colle di Roma (qualcuno cerca sempre di infilarlo insieme a Cucciolo o Eolo nell'elenco dei celebri sette colli, quando non direttamente in quello dei sette nani) che a distanza di cinquantanni si rinnova ogni fine settimana la magia dello spettacolo dei burattini. Il tutto grazie all’opera e alla dedizione dell’esimio Cavaliere della Repubblica Carlo Piantadosi che, nascosto all’interno del proprio “castello”, riporta in vita le avventure della maschera di Pulcinella, le cui origini sembrano addirittura perdersi nel passato dell’antica Roma e delle sue farse popolari.

In realtà la maschera di Pulcinella fece la sua prima comparsa nella Napoli della seconda metà del cinquecento ad opera dell'attore Silvio Fiorillo, che diede così vita alla “macchietta” del servo irriverente pronto a sfidare sciocchi e potenti in equilibrio tra spavalderia, malafede e una buona dose di scaltra idiozia. Dalla commedia dell'arte al teatro dei burattini il passo fu breve, e Pulcinella si trasformò ben presto  nell’antieroe dalla vocina stridula che, dall’alto del suo piccolo palco, tra i più assurdi e improbabili antagonisti, prendeva allegramente a bastonate la personificazione delle nostre paure più ataviche (il diavolo, la morte e..il brigadiere), con quella leggerezza e l’atteggiamento sornione tipico del Napoletano che comunque alla fine "se ne fotte". Dialoghi e scenette rivelano un umorismo e un ritmo di altri tempi, con l’unica morale di un divertimento fine a se stesso e la solennità dei grandi temi come “amore e morte”  ridotti ad una burla incomprensibile e allo stesso tempo affascinante, in cui solo il classico finale a suon di catartiche mazzate diventa recepibile per un pubblico di bambini che finalmente ride e batte le mani divertito.
la storia di Carlo Piantadosi è la storia di una passione e di una tradizione familiare che parte dal padre e coinvolge la moglie, sempre presente al suo fianco e non di rado occasione per un metateatro parallelo di battibecchi di coppia, con la possibilità di un epilogo che degeneri nella piena letteralità dell'espressione "chiudere baracca e burattini" alla faccia dei bimbi in attesa, così come solo ai veri artisti è permesso di fare. E il Cavalier Piantadosi un vero artista lo è sicuramente.

L’unica concessione alla modernità è la presenza delle nuove celebrità nel banchetto allestito per la vendita dei burattini, dove tra un Bart Simpson e un’onnipresente Hello Kitty (alla quale manca ormai solo la sponsorship per le armi di distruzione di massa), i vecchi volti della commedia dell’arte rimangono decisamente in netta minoranza. Ai nuovi intrusi non è comunque concesso il privilegio di partecipare allo spettacolo, che rimane per consuetudine appannaggio degli “attori” più tradizionali (per quanto un paio di bastonate ben assestate ad Hello Kitty mi vedrebbero d'accordo nel fare una piccola eccezione al rispetto della tradizione). Anche le teste dei burattini in vendita non sono più di legno come un tempo, ma in questo caso il ricordo dell’abitudine in voga tra i bambini di utilizzarle come oggetto contundente e quello del rumore del legno al contatto con la mia testa prevalgono sulla nostalgia, facendo apparire il cambiamento come una rassicurante evoluzione. Nel castello di Pulcinella si alternano diversi siparietti tra Pulcinella stesso e i più stravaganti personaggi: il brigadiere, il diavolo, il professore e l’amata Gabriella, che doppiata dalla stessa voce maschile degli altri, sortisce l’imbarazzante effetto di un risultato piuttosto ambiguo. Denominatore comune di ogni duetto è il più volte menzionato finale “a mazzate”, mentre uno storico cartello affisso sul baracchino invita i bambini a non tirare i sassi, nel caso venissero anche loro fomentati dall’esplosione di violenza Pulcinellesca.

Alla fine dello spettacolo Pulcinella cala la cesta sulle note di un inquietante canzoncina (“almeno un euro” recita il cartello), i bambini si avvicinano intimoriti a lasciare l’obolo e la magia finisce. Evito di impelagarmi in riflessioni filosofiche sullo spazio-tempo suggerite dall’esperienza di aver assistito nello stesso luogo all’identica rappresentazione di trentanni prima e, con un misto di nostalgia e riconoscenza, vi suggerisco a questo punto di godere dell’impareggiabile spettacolo offerto dalla vista delle terrazze del Gianicolo, ancora più bella nelle mattine di sole invernali, quando si scorgono nitidi i profili delle montagne e persino il carcere di Regina Coeli sembra bearsi del suo contesto.  E proprio in questo splendido scenario, bizzarro e tragicomico, dove da oltre un secolo lo sparo di un cannone esplode puntuale a mezzogiorno, e i messaggi d'amore delle fidanzate dei detenuti riecheggiano ancora dalle terrazze di un Gianicolo trasformatosi nel parlatorio più romantico del mondo, viene naturale pensare che non ci sarebbe potuto essere a Roma un luogo migliore per far rivivere la malinconica allegria del surreale teatrino di Pulcinella.

martedì 24 gennaio 2012

Dice che è la moschea più grande d'Europa

Nell’ambito di quell’eterna competizione dove le misure contano eccome, e che vede in questo caso protagonista la cupola di San Pietro nel difendere il suo record in altezza come dominatrice assoluta dello skyline Romano, è particolarmente ovvio come l’antagonista più temuto sia stato in passato il minareto della grande moschea di Roma. L’imponente edificio vide la sua genesi nei lontani anni sessanta, quando il re Faysal dell’Arabia Saudita, desideroso di raccogliersi in preghiera nel corso di una sua visita a Roma, si rese conto di come la città non fosse attrezzata per adempiere agli obblighi di una fede non esattamente condivisa dagli inquilini del Vaticano. In conseguenza dell’episodio, dietro formale richiesta e concreto stanziamento di fondi da parte del governo dell’Arabia Saudita, si avviò dunque quel lunghissimo percorso di progettazione e realizzazione della prima moschea di Roma, che solo nel 1995 riuscì infine a vedere la luce. Unici vincoli all’accettazione del progetto un minareto non troppo alto (e assolutamente meno dotato del cuppolone) e preferibilmente silenzioso. All’ombra del monte Antenne e a poca distanza dal regno dorato del quartiere Parioli venne dunque innalzata la più grande moschea d’Europa, nonchè l’unica ad essere priva di altoparlanti per il consueto richiamo alla preghiera. La struttura esterna riesce a combinare i dettami della tradizione architettonica Italiana di Paolo Portoghesi, nel suo ostentato razionalismo ministeriale anni ottanta (non cercate la definizione nei libri di architettura, l’ho creata in questo istante), con la più classica tradizione Islamica.

Il venerdì è il giorno di preghiera in cui la moschea prende vita assalita da migliaia di fedeli Musulmani di ogni nazionalità. Per l’occasione viene allestito lungo il perimetro esterno un colorato mercato, punto di incontro della comunità nel solco della consolidata tradizione di mangiare insieme dopo la preghiera. Da alcuni anni il mercato è divenuto oggetto di polemica tra comune, municipio, vigili e abusivi in una gazzarra tutta Italiana dove la ricerca di una regolarizzazione soddisfacente per tutti, si perde nei paradossi di una burocrazia che come al solito assume le sembianze del mitologico cane che si morde la coda senza risolvere un cazzo. Nel frattempo, fra cicliche retate e regolarizzazioni a singhiozzo la festa continua, e se volete cedere alla tentazione di provare gli autentici sapori della cucina tradizionale, tra cous cous e carne d’agnello, mischiandovi alla coivolgente atmosfera di una città Mediorientale, il mercato del venerdì rimane comunque il posto giusto. Al centro del dibattito di cui sopra, il fatto che cibi cotti e serviti direttamente in strada rappresentino la violazione di ogni principio igienico, argomentazione che per noi Romani cresciuti per generazioni con i mitici panini con la salsiccia dello “zozzone” (una sorta di ufficioso franchising delle camionette notturne), si rivela decisamente poco incisiva.

Se oltre all’unto del kebab siete interessati anche agli aspetti più culturali, sappiate che la moschea si concede ai visitatori ogni mercoledì e sabato mattina fra le nove e le undici e trenta, ad esclusione del periodo del Ramadan.
Percorrendo il lungo corridoio oltre la scalinata si rimane un po’ dubbiosi e incuriositi da una scelta architettonica difficilmente classificabile, mentre attraversando una lunga serie di colonne a calice di gusto apparentemente postmoderno, solo a tratti riusciamo a riconoscere gli elementi appartenenti a quell’immaginario decorativo che possa soddisfare le nostre aspettative di esotismo orientale. Una volta giunti nel cortile ci accorgiamo di come i due stili sembrino infine convergere tra loro, e mentre ancora ci chiediamo se ci si trovi nel patio dell’Alhambra o degli uffici postali di piazza Bologna, il portale davanti a noi scioglie ogni dubbio e ci invita ad entrare. L’impatto è di quelli che lasciano a bocca aperta, e quasi ci dimentichiamo dell’obbligo di lasciare le scarpe all’ingresso. Ci si ritrova improvvisamente immersi in una soffusa luce azzurra che, con chiari rimandi alla moschea blu di Istanbul, ci avvolge in un contesto decorativo povero di immagini e ricchissimo di suggestioni. Una guida del posto è sempre disponibile ad accogliere i visitatori, per rispondere alle domande e dare qualche informazione ai più curiosi. Nel nostro caso, dopo una brevissima introduzione tecnica ricca di notizie interessanti, il nostro affabile Cicerone del Sudan si è lanciato in un monologo estremamente complesso, che passando attraverso filosofici tentativi di indottrinamento, si è infine arenato sull’annosa questione della cattiva influenza delle donne dei calciatori sulla riuscita del campionato (prendendosela misteriosamente in particolare con quelli del Napoli).

Ad arginare il fiume di parole, la rasserenante visione di una selva bianca di colonne a tre steli, raffinato richiamo ad un oasi di palme, che si slancia verso l’alto in un elegante gioco di architetture dalle linee concentriche. Ai lati della sala la nostra attenzione viene invece attirata dai matronei, veri e propri soppalchi riservati alle donne, secondo il principio islamico di separazione dagli uomini nel momento della preghiera. Il bagno con la vasca per le abluzioni, tappa necessaria prima dell’uscita, è direttamente collegato con la sala principale, ed è li che ci scopriamo infine profondamente provinciali nel nostro rimanere affascinati di fronte alla visione di un comune cesso pubblico, semplicemente adattato alle diverse esigenze di una tradizione che prevede il rituale  lavaggio purificatore prima del momento della preghiera. Dettagli lontani dal nostro quotidiano che ci sorprendono nei posti (e nei momenti) più impensati. All’interno della struttura è presente anche un importante Centro culturale Islamico, dove oltre a una biblioteca e a un centro congressi, è ospitata anche una scuola di lingua araba aperta a tutti con le lezioni del sabato mattina. Le difficoltà dell’idioma rappresentate dalla celebre espressione “ma che parlo arabo?” potrebbero farci dimenticare il piacere di avvicinarci a una lingua così strettamente connessa al proprio universo culturale e il cui apprendimento, lungi dal prepararci a una conversazione nella prossima vacanza sul mar Rosso, diventa l'occasione per imparare a conoscere la ricchezza di questa affascinante cultura, celata dietro la raffinata eleganza della propria arte calligrafica. La visita è finita e mentre ci allontaniamo osservando il minareto che si staglia sull’enorme cupola di piombo, mi torna in mente la divertente risposta della guida alla nostra domanda: “ma si sente il canto del Muezzin?” “No, quello dava fastidio a Maurizio Costanzo”. Scherzosa battuta che nasconde un’inquietante verità sull’Italia di oggi.

lunedì 16 gennaio 2012

Dice che il tempio di Apollo sta dietro la caldaia

Accade sempre più spesso che il Romano di ritorno da un week end in una qualsiasi capitale Europea si entusiasmi magnificando l’avanguardia della produzione artistica di città come Londra, Berlino o Barcellona, esaltandosi in impietosi confronti con l’idea di una fossilizzata offerta culturale nostrana, purtroppo il più delle volte identificata con il ricordo sbiadito dell’ultima gita ai musei vaticani ai tempi della quinta elementare.
In realtà se sperimentalismo (odioso termine di cui si abusa per dare un'aria sofisticata ed insopportabilmente radical chic a qualsiasi forma di creatività) è la parola d’ordine che tanto invidiamo ai nostri cugini oltre confine, il riuscitissimo connubio tra archeologia classica e archeologia industriale che ci attende nell’ex centrale elettrica di Montemartini, potrebbe sorprendervi con palate di questa maledettissima "avanguardia sperimentale" da capitale Europea, che almeno in questo caso può considerarsi a pieno diritto come intrinsecamente legata alla storia di Roma e del suo territorio.
Ci troviamo nella zona di Ostiense-Marconi, la più antica area di industrializzazione della capitale, che in virtù della sua posizione strategica tra il fiume Tevere, la stazione e l’allora importantissimo asse viario dell’ Ostiense (più un paio di cornettari niente male), vide svilupparsi nel raggio di poche centinaia di metri imponenti strutture portuali, i mercati generali, l’officina del gas e la centrale elettrica protagonista di questo itinerario. Attualmente all’ombra del gazometro è in corso un interessantissimo processo di riqualificazione, dove tra locali alla moda, riconversione di vecchi edifici industriali in spazi espositivi, risse da sabato sera ed espressioni murali di arte urbana, continua a prendere forma in modo sempre più definito quell’ambiente metropolitano tanto caro ai registi contemporanei, che da Ozpetek in poi hanno colto lo spirito underground di questo quartiere come perfetta ambientazione per storie neorealiste di giovani sfigati alternativi.


E’ in questo contesto che scopriamo il museo della centrale termoelettrica di Montemartini, primo impianto pubblico destinato alla produzione di energia elettrica, inaugurato nel 1912 e intitolato a Giovanni Montemartini, assessore al tecnologico deceduto durante una seduta del consiglio comunale nel 1913 (ebbene sì, può succedere anche questo). La centrale venne abbandonata dopo circa mezzo secolo di attività, con la conseguente dismissione di impianti e macchinari e un progressivo abbandono degli ambienti.
A seguito di un riuscitissimo processo di recupero della struttura e delle macchine portato avanti dall’ACEA, la grande occasione di rinascita si presenta nel 1997, quando a causa di un intervento di ristrutturazione all’interno del complesso dei musei Capitolini, causato da un problema di infiltrazioni d’acqua e umidità (seccatura che evidentemente esula dai confini dei cessi di casa nostra), molte sculture vennero trasferite temporaneamente negli spazi dell’ex centrale elettrica.  Questa geniale ricollocazione fu il pretesto per l'allestimento di una mostra intitolata “le macchine e gli dei”, che oltre ad essere il titolo perfetto per descrivere con registro poetico un’ordinaria giornata di imprecazioni ad un ingorgo stradale cittadino, rappresenta alla perfezione il suggestivo accostamento di due mondi così diversi tra loro e allo stesso modo affascinanti.


Il successo dell’idea trasformò la mostra in un’esposizione permanente, la quale venne arricchita con "avanzi di magazzino" e più recenti ritrovamenti archeologici degli inizi del secolo, quando nel periodo successivo  all’unità d’Italia nuovi tesori vennero alla luce in conseguenza degli scavi che interessarono alcuni quartieri più centrali con l'avvio di  nuovi progetti urbanistici (Esquilino) e più tardi con la messa in opera dei lavori per la costruzione della metropolitana di Roma. Ogni sala rispetta una sua omogeneità tematica: la sala colonne privilegia l’arte funeraria e gli arredi di lusso, la sala macchine con i suoi arredi liberty si concentra sull’area monumentale del centro cittadino (tra cui la ricostruzione del frontone del tempio di Apollo Sosiano), mentre la sala caldaie ospita i ritrovamenti degli sfarzosissimi Horti privati Romani, i giardini delle sontuose residenze imperiali.
L’esposizione corre in due direzioni parallele, creando un interesse bipolare che rimbalza dall’attrattiva verso una caldaia per generazione di vapore all’approfondimento storico sulla Roma Repubblicana. Motori diesel e turbine si fondono all’arte classica con grande suggestione, catapultandoci in un atmosfera da fantascienza letteraria di inizio secolo alla H.G. Wells, dove come in conseguenza un guazzabuglio temporale frutto di qualche improbabile e scalcinata macchina del tempo, antiche statue romane si ritrovano scaraventate dal passato tra carcasse di robot e dimenticati macchinari industriali.

In questo contrasto emerge ancora di più la bellezza di reperti archeologici che in una più classica ed asettica sala espositiva sarebbero passati inosservati tra uno sbadiglio e l’altro in un crescendo di rottura di palle. Sguardi pensosi di giovani ninfe e scene mitologiche si alternano sullo sfondo apocalittico di un progresso già desueto, in una specie di tempo zero dove ogni cosa appartiene al passato senza alcuna distinzione cronologica.
A completare il quadro si staglia oltre le finestre la sagoma del gazometro, assurto a contraltare metropolitano in uno skyline magnificamente ridondante di cupole rinascimentali. L’ideale sarebbe muoversi tra queste architetture di inizio secolo durante una di quelle mattinate in cui i visitatori si contano sulle dita di una mano, quando dall'alto della scalinata che affaccia sull’imponente sala macchine, in un trionfo di architetture liberty, potrete esaltarvi in un anacronistico  delirio di onnipotenza alla vista "di macchine e  di dei", tutti indifferentemente ai vostri piedi.
E dominando questo confronto tra passati avrete infine colto un segnale incoraggiante del futuro (almeno quello culturale) di questa città.